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Al tuo posto, sulla seggiola, trovavi posato il volumetto Valentino ON LOVE – uno stralcio dalle Lettere Luterane di Pier Paolo Pasolini introduce i quattro poeti che vi sono raccolti: Greta Bellamacina, autrice e filmaker londinese; il ventiduenne di Toronto Mustafa Ahmed, alias Mustafa The Poet; Yirsa Daley-Ward, scrittrice, attrice e modella britannica di origini giamaicane e nigeriane e l’inglese Robert Montgomery. ‘Siamo stanchi di diventare giovani seri, o contenti per forza, o criminali, o nevrotici, vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare. Non vogliamo essere subito già così sicuri. Non vogliamo essere subito già così senza sogni’.

Valentino è controllato dal fondo qatariota Mayhoola for Investments dal 2012, ed era stato previsto in quotazione di borsa per la fine del 2018. Così non è successo, e l’amministratore delegato Sassi ha dichiarato come l’IPO non sia «un processo prioritario per Valentino». Il bilancio per il 2017 si era chiuso con vendite attestate su 1,16 miliardi, registrando una crescita del 7% sull’anno precedente. Rimane quindi nel cassetto lo sbarco in borsa del brand, ma viene da dire – perdonate la boutade – non i sogni: i testi dei quattro poeti del livret sono ricamati nelle stampe degli abiti della collezione Valentino per il prossimo autunno. Il direttore artistico di Valentino Pierpaolo Piccioli sembra abbracciare un percorso personale che esula dalle suggestioni del nostro tempo. «Vado dritto per la mia strada – dice alla fine dello show –, seguo una mia idea di bellezza, non solo in ambito di moda, che magari non corrisponde a quella vigente». Lo si è visto anche da Moncler Genius 2, a Milano, dove la capsule firmata dal designer era calata nell’enfasi formale di un barocco futuribile e grand opéra.

A Parigi, il soundtrack di In the mood for Love, il cult cinematografico di Wong Kar Wai, scivola in una versione metafisica e gregoriana di Moments In Love, degli Art of Noise (1989), il tormentone di ogni sfilata tra la fine degli Ottanta e i primi Novanta. Love – la parola chiave – torna in mente la sfilata Amore di Fendi, tenutasi nel 1950 al Grand Hotel di Roma, che portava il medesimo nome e che cambiò per sempre il concept di pelliccia, traghettandola da status symbol a vero oggetto di moda.

Valentino significa chilometri di stoffa, costruzioni, volumi e drapés – non si vedevano on stage da tempo. È un inno al mestiere di couturier che fa proseliti, nato meditando sulla poetica di Cristobál Balenciaga, di Yves Saint Laurent. Lo si è visto nell’ultima haute couture, alla fine di gennaio. Linee e silhouette a clessidra, corte o lunghe, gli scolli da dama fiamminga quattrocentesca che ricordano il Trittico Portinari, sono scritti nella memoria di Monsieur Yves, nel suo Museo parigino diretto da Olivier Flaviano. Certe volumetrie borrominiane atemporali, oppure modellate sulla pittura di Zurbarán e Sánchez-Coello, rivelano discendenza dalla mistica di don Cristobál.

Si succedono tuniche, cappe-bournous geometriche a pannelli ogivali, giallo acido. Abiti, tailleur-pantalone fluidi e décalé. Il punto focale si rivela spesso sulla schiena. Una sintesi di astrazione e rarefazione geometrica che contrastava con le signore over-dressed sedute in prima fila. I cigni di Truman Capote non ci sono più, l’ultimo è volato via solo qualche giorno fa. La prima uscita dello show è un cappotto in lana nera sceso sul dorso, sul quale campeggiava la serigrafia dell’immagine di una scultura ottocentesca raffigurante due amanti che si baciano, mescolati a rose e voli di farfalle. Un’ideazione di Jun Takashi, anima del brand giapponese Undercover, con cui Valentino ha già collaborato nella sua ultima tornata maschile.

Stampe che ritornavano spesso a manifestarsi sotto varie declinazioni e su vestiti, cappelli, maglieria e manteaux. Un elemento in fondo incongruo, superfluo rispetto al purismo di molte delle uscite in passerella. Uno strizzare l’occhio alla strada in antitesi con un’esercitazione giocata su un rigore che viene da dire patrizio. Maniche ampie e asimmetriche a calla rovesciata, ruches fucsia, blouse-robe avorio o fake black. La cappa militaresca in pelle nera di taglio matematico, versus sensuali trasparenze di voile Belle de Jour. Abbinamenti di cremisi e viola ecclesiastico. I cappelli sono cloche dalla tesa ampia, che cancella parzialmente il volto, in panno, piume, a stampe, portati con foulard-cagoule di effetto Sessanta-medievale.

Tutto andava in scena il 3 marzo, sullo sfondo la Cathédrale Saint-Louis des Invalides – o Église des Soldats –, eretta nel Diciassettesimo secolo da Jules-Hardouin Mansart su committenza del re Sole. Là sotto, Napoleone dorme il suo sonno di eroe, in una scatola di porfido rosso.