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13 dicembre. Milano è lontana, tenuta fuori da mura di glicine – verdi d’inverno. In fondo a un cortile di via Cola di Rienzo, in un’ex officina smantellata, nello spazio Nonostantemarras, Lampoon ha organizzato una cena in onore di Jessica Fellowes, autrice della serie I delitti di Mitford, venuta in Italia per presentare il suo secondo capitolo, Morte di un giovane di belle speranze, pubblicato da Neri Pozza.

Un disordine armonico fatto di abiti e specchi. Chaise longue inglesi e poltrone vecchio cinema riprendono l’atmosfera di Chatsworth Palace – tra fiori di carta e ceramiche, lampade e oggetti retrouvés, bozze de L’amore in un clima freddosparse nei taccuini di Nancy Mitford. C’è un paravento al posto del camerino, disegni sulle pareti e una libreria-scultura circolare al centro che ne scandisce la geometria. Scendendo le scale, un ulivo illuminato, un portone di ferro e finestre che si aprono su uno spazio bianco. All’interno, un percorso espositivo che ospita sedici vocabolari Zanichelli ripensati dallo stilista di Alghero, in una fusione di materiali che reinterpreta il modo di percepire il linguaggio.

Quaranta ospiti, esponenti del mondo dell’editoria e della cultura milanese, si sono riuniti con una copia da far autografare – Jessica Fellowes seduta accanto al marito Simon Jacot de Boinod. C’erano Antonio e Patrizia Marras. Chiara Giudice, del Museo delle Culture di Milano, Mariagrazia Mazzitelli, direttore di Salani Editore, e Giuseppe Russo direttore di Neri Pozza. Geppi Cucciari, Nicoletta Gatti e Marco Attisani dell’azienda di tessuti d’arredo Rubelli, Claudio Calò e Stephanie Kherlakian. Francesca Alfano Miglietti – critico d’arte, scrittrice e saggista, è interprete dello stile Marras.

Grazie a Jessica Fellowes.

Grazie ad Antonio e Patrizia Marras per averci ospitati, a Tonino per l’arte della tavola.

Grazie al nostro partner, presente anche in questa occasione: Moët & Chandon, moet.com.

Foto di Giulia Mantovani

Si riporta un estratto dell’intervista di Simone Mosca a Jessica Fellowes, pubblicata sul numero 12 di Lampoon, 15 febbraio 2018.

Jessica Fellowes è seduta come una sfinge in centro a Milano, Hotel Manin. Ha gli occhi di quel gelido azzurro che piaceva tanto a Hitchcock, un indecifrabile color ghiaccio Grace Kelly. È bionda come l’attrice ma nell’aspetto la ricorda quando già era andata in sposa al principe Ranieri e si chiamava già Grace di Monaco e aveva preso forme più rassicuranti, rotonde, tenute. Non ricorda Agatha Christie. Avvicinandosi si alza, ha dei denti sfavillanti, viene in mente che lo spazzolino da denti fu inventato giusto nel 1920. Ha una cortesia di modi e di sorriso che non si impara, si eredita. In lei c’è tutta la media nobiltà inglese che è sempre in equilibrio tra l’ora del tè e l’abisso. «Com’è noto, la nobiltà inglese si valuta a seconda della distanza di parentela dal Re. Mia madre proviene dall’upper middle class, la migliore nobiltà di basso rango, mio padre della lower upper class, la peggiore di alto rango. Si sono trovati a metà strada crescendomi in una specie di bohème dove era naturale mettere in discussione tutto e dove si guardava con una certa simpatia alle conquiste di classe degli anni Settanta. Verso la nobiltà permaneva una sorta di diffidenza».

Jessica Fellowes è nata nel 1974, tutti la conoscono come nipote di Lord Julian Fellowes, Barone del West Safford nato nel 1949. Grazie alla sceneggiatura Lord Fellowes si è conquistato una fama globale e trasceso i titoli patri. Ha vinto l’Oscar nel 2002 per l’adattamento cinematografico di Gosford Park e soprattutto è autore e produttore esecutivo di Downton Abbey. Una serie arrivata a sei stagioni avvitata nelle vicende di una famiglia aristocratica alle prese con un esercito di servitori, ambientata tra il 1912 e il 1926, che è ormai impossibile da riassumere. «Con zio Julian siamo d’accordo. Non ci piace dipingere i nobili come cattivi e i poveri come buoni a prescindere. Abbiamo entrambi per questa ragione detestato Titanic e le caricature rese degli aristocratici, fatalmente stronzi. Così anche io ho scelto di lavorare come lui sulla zona grigia, sul male che appartiene agli uomini e alle donne e non ha cognome. È in fondo il segreto di Downton Abbey. Svelare le tenebre che agitano il cuore di ciascuno. È un espediente antico, risveglia in noi la sensazione che tutti prima o poi potremmo uccidere se qualcuno o qualcosa ci spingesse abbastanza in là». Hitchcock sarebbe fiero di lei, il ghiaccio non si scioglie nemmeno mentre annuncia il delitto. La morale è che Jessica è stata una rampolla sveglia, per anni ha studiato lo zio scrivendo libri a proposito di Downton Abbey, perlopiù dei dietro alle quinte, finché ha deciso di mettersi in proprio appunto con L’assassinio di Florence Nightingale Shore. La Fellowes grazie alla mossa Mitford ha già in mente la stesura di altre cinque storie, in totale sei, quante appunto le sorelle. Ha già in tasca il contratto per il secondo libro, soprattutto è già in trattativa per una serie. «Non posso ancora sbilanciarmi», sussurra con il consueto sorriso, ma solo il romanzo appena pubblicato varrà pare sei puntate e il sospetto è che così fosse scritto sin dall’inizio. «Non avevo già in mente una serie. Scrivere un romanzo avendo in mente una sceneggiatura è rischioso. Certo mi piacerebbe e preferirei una serie a un film, rispetto al cinema ha qualcosa di più democratico, la guardano tutti, basta una tv». La democrazia delle Mitford potrebbe volendo durare anni, come una dittatura, essendo un’inesauribile miniera narrativa. Nobili, diaboliche ma anche belle e ostinatamente intelligenti, esponenti di un fascino decadente tendente alla malvagità che non passa mai di moda. Forse rimane oggi questa la loro forza più grande. Essere state, ognuna in modo così deciso in una direzione o nell’altra, il simbolo perfetto di quei contrasti che tra gli anni Venti e Quaranta furono la comoda culla del male. Furono insomma l’umanità maldestra e felice che ballava lo swing senza sapere che l’Olocausto reclamava il conto dietro l’angolo. La somiglianza col bello, il divertente e il vago di questi tempi spensierati, che non ha nemmeno nobili da invidiare ma infinite celebrities dell’autoscatto da imitare, restituisce le Mitford come eroine, come antesignane. «Sono molti i punti in comune tra i nostri e quegli anni. Un occidente che esce da una grande crisi che torna alla prosperità, grandi progressi tecnologici, guerre sempre combattute fuori casa e mai dentro, la questione dell’emancipazione femminile che in termini diversi torna in gioco, la polarizzazione della politica. Mi chiedo: che cosa faremo quando torneremo a parlare di nazismo?». Jessica Fellowes sorride di nuovo, è pronta per altre interviste. L’Inghilterra è uscita dall’Europa ma il diavolo cammina sempre tra noi, anche a Milano, cercando un hotel dove bere il tè.