previous arrow
next arrow
Slider

A noi di Lampoon piacciono le storie, non perdiamo mai occasione per inventarne di nuove. Questa si chiama The Venice Waltz – ed è stata dedicata alla musica. A tutta la musica che è stata suonata a Venezia, al Conservatorio Benedetto Marcello, a tutti i talenti, artisti, musicisti che sono stati con noi l’altra sera, tanti e di ogni abilità.

Un grazie a chi ha reso tutto quanto possibile – perché negli ultimi due anni, una persona ci ha insegnato a pensare ancora più in grande di quanto pensavamo esser capaci di fare. L’amministratore delegato di Tiffany & Co. in Italia e in Spagna, Raffaella Banchero. Da due anni ormai, Lampoon e Tiffany producono insieme una sinergia stupenda che abbiamo intitolato Keep On Shining e che ci rende molto orgogliosi e onorati. Un ringraziamento a tutto il team di Tiffany & Co., che ha lavorato con noi a questo progetto, Flavia Menapace, Allegra Ziletti – e Francesca Scarrone, executive producer della festa.

Grazie a Moët & Chandon e a Belvedere Vodka, che ancora una volta, ci hanno aiutato a dare energia luce e fuoco a questo notte a Venezia.

Grazie alla delegazione del film Diva! che ci ha raggiunto al Conservatorio e che ha preso parte a The Venice Waltz. Il giorno stesso, poche ore prima, film di Francesco Patierno tributo alla vita e all’arte di Valentina Cortese, è stato presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema

Grazie a tutti gli studenti del Conservatorio, che hanno suonato in un’orchestra diffusa, nel campo fuori dal palazzo, nei cortili, qui sul palco – sotto la guida del direttore Franco Rossi. Grazie a Giulia Mazzoni che si è esibita al pianoforte, a Violante Placido e alla sua chitarra, ai Counterfeit e a Jamie Campbell Bower che hanno fatto brillare tutto quanto era illuminato. Grazie a Ladyvette, e alla loro Paradiso dedicata a The Venice Waltz.

The Venice Waltz

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

Incontrammo Margherita a Venezia. Un palazzo pieno di gente, le volte del Settecento e gli affreschi. Dal canale, l’aria entrò per le finestre, inebriò la folla, scivolò sul marmo, sugli stucchi, sugli stipiti di pietra e di maniera. Gli invitati indossarono maschere, le dame portarono strascichi e diademi sui capelli grigi, i bambini vestirono come rockstar. Un impulso elettronico e stregato si propagò come in un sogno confuso – come la festa dei Capuleti del 1996: le magie danzarono con le ore, le sete con le sirene, Ingres con Atena. Tutto intorno a noi sfolgorò. Alzasti il braccio per indicarmi qualcuno – lei – dall’altra parte del salone. Io seguii la direzione del tuo dito. Margherita. Osservammo Margherita ballare lenta, i suoi movimenti come spirali, un vestito di specchi, i capelli lunghi cosparsi di gocce di vetro. Tu mi dicesti: «Chi è?», con un’ingenuità che non ti riconobbi. Una forza strana ti aprì il cammino. La folla si spostò, smise di ballare per lasciarti passare. Ti fermasti a un metro di distanza. Margherita si voltò. Ti vide. Respirò piano.

Margherita sorrise, tenne il gioco e quel ritmo, appoggiò la mano contro la tua: «I santi hanno labbra, sante, come mani» tu la baciasti dietro l’orecchio. Margherita ti toccò le labbra e se ne andò. Passarono i minuti. Ti accompagnai in bagno a sciacquarti la faccia. Ci bagnammo i capelli per toglierci il caldo – respirasti a fondo, appoggiasti la schiena all’acquario – sì, un acquario in bagno, un acquario enorme mai visto, pieno di pesci viola e piovre. Non riuscisti neanche a fare due respiri – Margherita entrò.

Margherita ci ignora. Si avvicina al lavandino, tira fuori una matita scura, si disegna il contorno sotto le ciglia. Due sue amiche la raggiungono di fronte allo specchio. Margherita domanda a quella alla sua destra: «Darling, where did you forget all your colours, some golds, your diamonds?». Se ne vanno offese. «Volevo appunto liberarmene» Margherita dice e fa un passo verso di noi: «Posso truccarvi gli occhi?». Tu sei pallido. Io ho la gola secca. Abbiamo di fronte una psicopatica oppure la donna più affascinante del pianeta.

Ci facemmo truccare gli occhi. Lasciammo quel palazzo pomposo. In barca, seduta sul retro, Margherita disse: «Dobbiamo aspettare Sonia» – ci spiegò di come tale Sonia avesse tanti fidanzati sparsi qua e là, in ogni città, di come Sonia riuscisse a litigare con ognuno di loro, di come quello di turno sembrasse in procinto di nevrosi esagerata, di come Sonia avesse quindi bisogno di noi. Margherita rispose al telefono – alcune urla all’altro capo – Margherita sospirò, sbadigliò di nuovo, disse: «È qui».

Sonia corre verso la nostra barca. Dietro di lei, un ragazzo impreca: «Devi sta’ zitta, che con tutti ‘ei lifting non riesci più a parlare» – e Sonia ribatte: «Non vedi che sto urlando?»«Sì, e ppari Ciripirippikoda». «E tu Tutankhamon, tiè», Sonia sale in barca, ci si getta dentro – supplica il barcaiolo: «Vai, vai» – tu ingrani la marcia, parti, scappi dallo stalker di Sonia che dice: «Io non li capisco questi che vanno a travestiti, a me piacerebbe tanto andare a troie», quindi si presenta a noi: «Ciao, io sono Sonia, ciao, prima degli ormoni ero Sandro, ma Sandra lo detesto, sono Sonia, piacere» e si sistema con la gonna sul sedile, finalmente in pace.

Scendemmo all’Accademia. Margherita s’incamminò con il suo vestito di specchi, le sue gocce di vetro fra i capelli. Attraversammo il ponte. Sonia mi ricordò la protagonista di una canzone di Baglioni: nono troppo alta, i capelli biondi, un maglione largo di lana su due tette perfette, la gonna lunga fino ai piedi, leggera. Ci sedemmo sugli scalini davanti a una calle, un po’ di prato sotto due cipressi. Sonia parlò del suo fidanzato, di come ultimamente stesse diventando un vero frocio: «Sembra una donna, che palle, sai le donne che vedono i porno sperando che i due protagonisti si sposino?».

Io le chiesi di poterle fare qualche foto, Sonia rispose certo, vanesia – si addormentò. Tu e io raccontammo a Margherita delle notti in giro per l’Italia, della musica nelle orecchie, della voglia: «I periodi dell’oro sono quelli in cui si racconta la vita, la decadenza è quando si racconta l’arte» le dicesti. «Tu quale scegli?» le chiesi io. Margherita rispose di come per dormire le servisse un papavero sotto il cuscino. Margherita imparò a smontarci, subito. Margherita fu una catalisi, un acceleratore nucleare di noi due. Disse che l’amore è una fortuna che quasi mai capita alle persone che si sposano – che la bellezza non è amore, non è mai amore, è qualcosa di più: la bellezza, come l’ira di Dio, rende orfani, persi, rende liberi. «Non esiste sentimento più assurdo dell’amicizia di due maschi», Margherita disse: «L’amicizia fra due maschi è qualcosa che tutti pensano di conoscere, invece esiste una volta su un milione. Quando c’è, è difficile sopportarla. È quell’amore di cui Dio ha detto non ne esiste di più grande – ma appunto, forse solo gli Dei ne sono capaci. Due amici sono i maschi più incredibili mai apparsi sulla Terra».