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Una maniera di concepire la vita che si situa ben oltre qualsiasi preconcetto e appartenenza castale, perfino al di là di ogni suddivisione vera o fittizia che sia, della scala sociale di ogni tempo. L’aristofunk è semplicemente l’esatto contrario di una fenomenologia attualmente imperante: quella della ‘mezza calza’. La nobiltà di sangue o di censo di sicuro c’entra, ma in fondo anche no. Non ci azzecca per nulla lo snobismo e men che meno l’approccio blasé. Aristofunk è sapere e sapersi stupire, godere della meraviglia e del sogno. È un modo di chiamarsi fuori e di esistere ostinatamente e soltanto secondo i propri esclusivi e talvolta eccezionali parametri. Un po’ come la solita e inevitabile Marie-Antoinette, una rocaille rock-star, suo malgrado madre di tutti i successivi eccessi e divismi anche più attuali, epitome di ogni sontuosa e iperbolica invenzione di abito, di acconciatura o décor, eppure capace di perdersi a mungere vezzose vacche frisone infiorate nella Laiterie di Rambouillet o all’Hameau di Versailles, utilizzando panchetti dorati e secchi di ceramica di Sèvres dai manici d’oro. Chissà se si trattava di pastorali ispirazioni d’Arcadia o del pratico imprinting della saggia genitrice, l’imperatrice d’Austria Maria-Theresia d’Absburgo, la Madre d’Europa, che nel parco della reggia di Schönbrunn, aveva fatto attrezzare una stalla modello gestita da fedeli contadini tirolesi per educare alle attività agresti le numerose figlie bambine. Sarà vero oppure no che l’ultima regina francese dell’Ancien Régime abbia pronunciato quella fatidica frase, terribilmente icastica e infelice: «Se non hanno pane, che mangino brioches»? Ad ogni modo, il magistero di gusto, la forza dinamica di un immaginario originale e incontenibile, la palpitante joie de vivre inseguita a ogni costo e con ogni mezzo dalla povera Toinette, restano proverbiali, stagliandosi sopra le migliaia di teste mozzate dalla ghigliottina. Allo scoccare del nove termidoro, divampò una reazione di anarcoide ed esasperata eleganza, come un fuoco d’artificio estetico, rispondendo con filosofica superficialità alle tenebre di un periodo ebbro di sangue e d’odio sociale. Ecco che cosa significa Aristofunk. La nostra galleria, tematica ma non troppo, ha così inizio.

Julien Landais, aka Pierre-Alexandre Thomas Julien Landais. Nel brusio di voci di Marchesi in via Montenapoleone a Milano, in una tarda mattinata pre-natalizia, Julien racconta d’icone inossidabili in grado di scavalcare epoche e cronologie, come Marie-Antoinette appunto o, per affacciarsi al contemporaneo, Lee Radziwill e la Regina Elisabetta II d’Inghilterra, «very funk». Parla di aristocrazia come ambito nutrito dal sogno, dall’immaginazione, ma anche di una nobiltà dell’arte e del pensiero, fatta di figure chiave quali Martin Scorsese o James Ivory, produttore esecutivo de Il carteggio Aspern, il film che Landais sta girando a Venezia con Vanessa Redgrave e Joely Richardson. La sua opera prima, prodotta dalla sua Princeps Film, in cui è in società col principe Charles-Henri de Lobkowicz, una figura che si staglia sulla scena mondana parigina e che più aristofunk non si può. Il trattamento cinematografico è basato sull’adattamento teatrale di Jean Pavan del romanzo di Henry James. Landais ha al suo attivo una serie di short e fashion film, di video musicali, con interpreti tra cui Andréa Ferréol, Nora Arnezeder e Daphne Guinness. L’attore e regista francese è nato il 6 agosto 1981 ad Angers, sotto il segno zodiacale del Leone, ma sembra poco più di un ragazzo. Julien, occhi di un incredibile turchese maldiviano campiti da un marcato contorno ogivale nero che pare kajal, sembra possedere dentro di sé un accumulo di vite precedenti, di nozioni e sensazioni che fanno pensare a un avvincente fenomeno di metempsicosi. Ricorda un eroe romantico della prima metà dell’Ottocento, Lord Byron a Missolungi, Percy B. Shelley a Roma, o il letterario Lucien Leuwen di Stendhal. Un romanzo è uno specchio che passa per una via maestra − chiosava quest’ultimo nel 1830, rispondendo alle accuse di immoralità mosse al suo capolavoro, Il rosso e il nero − e ora riflette al vostro occhio l’azzurro dei cieli, ora il fango dei pantani.

Claudia di Canossa, trentun anni, discendente di una stirpe nobile e remota, è nata in Francia, ha vissuto tra Milano, Hong Kong, Venezia e, ora, Roma. «Sono architetto e lavoro per lo Studio IT’S − un think tank orientato a generare comunicazione tra realtà creative che condividono l’esigenza di innovare. M’interesso di urbanistica, progettazione in grande scala». Ultimo incarico, la realizzazione dello showroom Bang&Olufsen a Milano. «Ho partecipato alla genesi della metropolitana di Doha. Nell’aristocrazia vedo ancora una linea di educazione valida, dei valori, dei princìpi, un senso di appartenenza. Sei di fatto legato alla storia. Oggi vieni definito da quello che fai, dalle tue reali competenze, dalle tue esperienze di vita, più che dal tuo cognome. Si vive orientati verso il futuro più che guardando al passato, una clessidra ha a che fare con il tempo, con un ritmo, con una continuità e un equilibrio».

Giano del Bufalo, romano d’imprinting atavico, ha ventotto anni e vive al Castello della Cecchignola, alle porte della Capitale, residenza di caccia papale e poi possedimento Torlonia, riscattato dal degrado al padre, Dario del Bufalo, architetto, docente e storico di pietre e marmi antichi, una specie di Indiana Jones con una folle passione per il porfido egizio e l’avventura. Giano, magro e alto, allure lievemente esotica e mediorientale, tra dark rock e new-romantic, assomiglia a un giovane Laurent Terzieff e veste perennemente di nero. Nel mood aristofunk si sente a suo agio. «Ho una galleria in una via appartata e invasa da festoni di rampicanti di fronte al Palatino − afferma Giano, aggirandosi fra tigri e leoni impagliati, tra commessi lapidei, curiosità, bucrani, naturalia e quasi negromantici mirabilia − specializzata in storia naturale e oggetti da WunderkammerMi sono dedicato ad approfondire l’ambito delle pietre antiche sotto la guida di mio padre e di Raniero Gnoli, il maggiore esperto vivente, depositario di un immenso sapere. Raniero Gnoli è l’unico autentico esempio di patrizio che oggi testimonia questa secolare fragranza di civiltà. Un mixage di fisico, di portamento e di look atemporale, di costumi perfetti nel concepire l’arredo, la disposizione di una tavola, l’armonia di conversazione, nel filtrare sapientemente la luce fino a sortire struggenti effetti pittorici».

Il crowd Aristofunk echeggia in luoghi epici. In primis Palazzo Doria Pamphilj a Roma, vertiginoso accumulo di splendore papale ordito da un deus ex-machina, donna Olimpia Maidalchini Pamphilj, cognata di papa Innocenzo X, dal cipiglio dittatoriale. Matrona spregiudicata, aspra e brillante, rimasta nella storia come donna Pimpa − così la chiamava il popolo romano ai suoi tempi −, ammalata di potere e avida di ricchezza, fino a morirne. Il Pontefice è ritratto nella tela dipinta da Diego Velázquez nel 1650. Fughe di volte affrescate e velluti controtagliati scarlatti, damasco purpureo, argenteo e dorato, sculture romane e barocche sotto lo sguardo ossessivo e tagliente di donna Olimpia, a dispetto della fosca memoria che ne incastona il lascito stupendo. Una galleria di capolavori in omaggio all’horror vacui barocco. Raffaello, Filippino Lippi e il Correggio, Tiziano, Parmigianino, Lorenzo Lotto, Breughel il Vecchio, Salviati, Fetti e Mabuse. Un incredibile sfoggio di Caravaggio, sono tre, Annibale Carracci e l’invenzione del paesaggio italiano, l’arcadia malinconica di Claude Lorrain, Gaspard Dughet e il Tempesta, Guercino e Domenichino. Una dimora oggi bizzarramente tagliata in due come da una frontiera contesa, da una cortina di ferro che ne interseca la scansione degli ambienti. Ancora sotto il segno dei Doria Pamphilj, che ne sono proprietari, il Palazzo o Villa del Principe a Genova, un tempo fuori dalle mura in località Fassolo, eretto per l’ammiraglio Andrea Doria, primus inter pares, reale signore della Dominante, Pierino Bonaccorsi, alias Perin Del Vaga, seguace di Raffaello, nella prima metà del XVI secolo realizzò un esteso programma di stucchi e affreschi manieristi di soggetto mitologico, alludenti alle vicende e alla gloria del casato. La serie degli ‘Arazzi di Alessandro’, manufatti fiamminghi di provenienza borgognona arricchisce la Galleria Aurea. Il ritratto allegorico di Andrea Doria di Sebastiano del Piombo, accanto a tele del Bronzino e di Domenico Piola. Il giardino all’italiana, di recente restaurato e ricomposto dai Doria Pamphilj dopo un lungo periodo d’incuria e avvilimento, venne costruito grazie alla realizzazione di un lago artificiale. Oasi di bellezza assediata dal traffico, era completato da un attracco privato che permetteva un accesso diretto da mare. Oltre l’area attualmente occupata dalla Stazione Principe, si trovava una statua alta otto metri che rappresentava Giove. Alla sua base stava la tomba del ‘Gran Roldano’, il cane prediletto di Andrea Doria. I genovesi comunemente avevano battezzato la statua come ‘Il Gigante’ prima che, ridotta in condizioni disastrose, venisse abbattuta nel 1939.

La principessa Martine Orsininée Bernheim, parigina, come una maga sa esercitare un flusso ipnotico che si riassume in una simpatia virale. Ti ricorda le spericolate signore della Fronda, la ‘princesse des Ursins’, tradotte in un surreale irresistibile esprit di marca illuministica e radicalmente francese, dai risvolti ‘Marie-Laure de Noailles’. Ironica e auto-ironica, occhi di velluto cangiante, idee assolutamente chiare e nessuna sfumatura diplomatica. Vagamente dispotica e decisamente tranchante, pronta come pochi alla sfida dialettica e alla provocazione, Martine risiede a palazzo Orsini, affacciato sul Tevere al limitare del Ghetto romano. Una successione di saloni en enfilade trasfigurati da affreschi e décor illusionistico, organizzati intorno a un hortus concluso pensile con ninfeo, popolato di alberi d’agrumi che sorgono da tracciati di bosso colmi di fragili fiori bianco ghiaccio. Pezzi d’arte contemporanea quasi incongrui, di Damien Hirst e Penone fra gli altri, sono approdati fra le lastre di specchio ove fluttuano semidei e trionfi floreali della galleria e nel salottino circolare, in cui placche ceramiche di Castelli, minuziosamente ornate, narrano i fasti feudali orsiniani. «Che cosa faccio? − chiede donna Martine, alle spalle una laurea in Scienze economiche, con divertita noncuranza, trastullandosi con delle perle degne di Maria Mancini e come riferendosi ad altri −, ma la principessa, che diamine! E lo so fare bene. Certo, è una cosa che ho dovuto imparare. Si vede però che ce l’avevo nel DNA. Nel 1977 ho sposato mio marito Domenico, incontrato per caso, e da allora sono rimasta con lui perché lo amo. Non rimpiango Parigi. Roma è il luogo ideale dove vivere, perché puoi sempre rimandare a domani quello che dovresti fare oggi, e l’Italia, un perfetto luogo di vacanza, specie − chiosa ridendosela − dopo il risultato referendario. Sono mutante come una nuvola, irruente e meditativa per paradosso, di sicuro poco prevedibile. Saggia? Mai! Sarebbe come arrendersi alla banalità dell’evidenza. Piuttosto, direi, ragionevole. Ho quattro figli e questa casa la curo come si cresce un bambino, una creatura speciale. Viaggio molto e mi interesso di arte contemporanea. L’insegnamento più forte appreso dai miei genitori, qualcosa che porto scolpito nella mente e nel cuore, è l’esortazione a essere modesta».

Scorrendo gli annali del verbum aristofunk, ecco le sei sorelle Mitford, frastagliata militanza politica sospesa tra comunismo e fascismo. Fecero epoca nell’Inghilterra degli anni Trenta e Quaranta. Per la verve letteraria, Jessica e, soprattutto, la geniale Nancy, transfuga a Parigi, mentre l’ultima di esse, Deborah, ‘Debo’, Duchessa vedova del Devonshire e proverbiale castellana di Chatsworth, si è spenta quasi centenaria nel 2014. Qualcuno ebbe a definirle «le più ardenti lucidatrici della loro immagine pubblica». Epitome aristofunk è stata Diana Vreeland, mitica editor-in chief di Harper’s Bazar e Vogue US, se non altro per l’imperturbabile osservanza della regola «never before noon» e per il magnifico tormentone «Why don’t you?», trasformato in fortunato diktat editoriale. I fratelli Osbert, Edith e Sacheverell Sitwell, tutori di ogni avanguardia artistica, musicale e letteraria della prima metà del XX secolo, discendenti da un antico casato, scrittori, poeti, esteti, librettisti. Ci-devant e insieme rivoluzionari e provocatori agit-prop tra Parigi, l’avita dimora di Renishaw Hall nel Derbyshire e il toscano castello di Montegufoni, vicino a Montespertoli, affrescato con danze e concerti di Pulcinella e Arlecchini post-cubisti da Gino Severini nel 1922, su committenza di Sir Osbert.

Michele Dalai, giornalista professionista, nel 2013 prende in mano la casa editrice di famiglia, la Baldini e Castoldi, creata dal padre Alessandro, in cui aveva esordito professionalmente e che versava in uno stato di crisi, rilanciandola con successo. Un grosso risultato, specie in un mondo in difficoltà qual è l’editoria oggi. Dalai, insieme a Boosta dei Subsonica e Andrea Agnelli, ha fondato nel 2010 del marchio editoriale ADD, con sede a Torino. «Quello dell’editoria è un lavoro lento, antico, che a tratti può risultare polveroso per chi lo vede da fuori. Si tratta di un settore in crisi che ha dovuto rimettersi in discussione, dove chi vuole raggiungere risultati positivi lavora veramente e c’è poco spazio per il mecenatismo. Forse, in questa direzione, quel sistema che ci si aspetta di trovare nel mondo dell’editoria si è spezzato. C’è bisogno di professionalità e di duro lavoro, non solo di conoscenze. Certamente è un mestiere che crea un’aura di un certo tipo intorno a chi lo svolge e che ha la caratteristica di darti accesso a persone meravigliosamente interessanti: firme, cervelli, idee. In questo senso, quello che faccio io per vivere può rappresentare un privilegio. In realtà − conclude − lo definirei più un lavoro intelligente che aristocratico».

Ottavia Borghini Baldovinetti de’ Bacci Venuti, un’impressionante sequenza di cognomi per un’adorabile jeune fille. Ha appena fatto il suo début a Napoli, nella neoclassica Villa Lucia, spalancata sul golfo dal Vomero. La magione, un tempo della duchessa di Partanna, seconda moglie morganatica di Re Ferdinando IV, appartiene alla nonna materna, Diana de Feo Fede. Antenati illustri e ingombranti. I Bacci, famiglia cui nel Cinquecento appartenne anche Nicolosa, la paziente consorte di Giorgio Vasari, nel XV secolo furono i committenti del ciclo ad affresco della Leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca nella Chiesa di San Francesco, caposaldo rinascimentale ispirato dalla Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine, che risulta compiuto già nel 1466. Dotata di una grazia moderna e ottocentesca, incline al romantico con una velatura di timidezza. «Alla base − osserva − rimane l’educazione, un dato imprescindibile, l’attaccamento alle radici. È come riconoscere al tatto la terra dove sei natoAristofunk è una forma di eleganza venata di ribellione». La sua passione è il cinema, sta studiando recitazione, si ispira guardando e analizzando decine di pellicole, di ieri e di oggi.

Modanature ed eburnei girali di stucco, alteri, congelati nell’estetica del neoclassicismo. Cromie di marmi dai nomi lussureggianti ed evocativi di Porto Venere e breccia rosata di Sicilia, di Mondragone, lumachino di Trapani, rosso di Vitulano. Mosaici di pietre dure, dorature che deflagrano in indiavolati reticoli rapsodici su soffitti settecenteschi. Arazzi Gobelins, affreschi di Belisario Corenzio, di Massimo Stanzione e Battistello Caracciolo. Una stratificata anarcoide ratatouille di arredi, oggetti, bronzi e porcellane, di lampadari esagerati in bronzo e cristallo. Thomire e Weisweiler, urne di Sèvres e profluvi di Capodimonte quasi naïve. Una voglia di comfort tutta ottocentesca e quasi borghese, tra Biedermeier e ‘Goût Rothschild’ a Ferriéres. Voilà il Palazzo Reale di Napoli, prospiciente il Golfo attraverso i giardini pensili e ubicato in piazza del Plebiscito. Fu iniziato come sede vicereale nel 1600 e completato nel 1858. Un cantiere infinito, interrotto solo sotto il dominio francese ai primi dell’Ottocento, cui parteciparono numerosi architetti, tra cui Domenico e Giulio Cesare Fontana, Luigi Vanvitelli, Ferdinando Sanfelice, Ferdinando Fuga, Luigi Niccolini, Gaetano Genovese e Francesco Antonio Picchiatti.

The Kolorsformatosi a Napoli nel 2010, è composto da Antonio ‘Stash’ Fiordispino, voce, chitarra, pianoforte, basso, percussioni, Alex Fiordispino, alla batteria e percussioni, e Daniele Mona, sintetizzatore, talk box e percussioni. Nel 2015, ad Amici stravincono con il 61 per cento dei voti e il Premio della Critica. Pubblicano il singolo Everytime, balzato in poche ore in cima alla classifica iTunes e, poco dopo, il secondo album Out, quattro volte disco di platino, oltre duecentomila copie vendute. Solo pochi cenni per inquadrare Stash, ciuffo rockabilly-hipster e lineamenti efebici, giovanissimo e carico di grinta, adorato da legioni di ragazzine e non solo. «Ho passato gli ultimi mesi tra Milano, Londra e Los Angeles per lavorare con la mia band al nuovo album, che uscirà in primavera. Così come nella musica, anche per quanto riguarda la cura della mia immagine sono molto attento ai dettagli, affinché tutto rispecchi al meglio la mia personalità». Quanto al significato di ‘aristofunk’, Stash, laconico, ne scinde concettualmente l’etimo, dividendolo nettamente in due. «Sulla prima parte della parola, ecco, non sono io a dover dire se sono ‘aristo-’ migliore di altri. Per quanto concerne il termine ‘funk’ invece, sono abbastanza sicuro che rappresenti buona parte di me, della mia vita e del mio sound». È quasi inedita la definizione di ‘aristo’ come migliore, se firmata da uno come Stash – ma la sua presenza qui sottolinea che oggi ‘aristo’ – se ‘funk’ soprattutto – si basa sul talento molto più che sul diritto di un tempo.

Eleonora Rajneri Karageorgevitch, Principessa di Jugoslavia, è una giovane signora bruna dalla taille patrizia, seduta con chic négligé su una consolle di noce scuro, l’humour che a tratti affiora ridente nella sua voce e un profondo sguardo fayumita, errante e indagatore. «Sono professore universitario di diritto civile in Italia, Visiting Professor incaricato di un corso a Parigi, Avvocato of Counsel, autrice di numerose pubblicazioni di diritto comparato. Vivo con mio marito Serge [figlio di S.A.R. Maria Pia di Savoia, primogenita di Umberto II ultimo Re d’Italia e di S.A.R. Alessando Karageorgevitch di Jugoslavia], tra la rigorosa e seria sobrietà di Torino e i fasti impudichi di Montecarlo. La comparazione tra esperienze diverse, come strumento di conoscenza, non è solo una professione, ma anche una filosofia di vita. Non sono convenzionale né come professore né come avvocato e neanche come principessa – d’altro canto sono la principessa del Paese che non c’è più. Non recito la parte che mi trovo a dover interpretare, così come gli altri si aspetterebbero. L’aristocrazia oggi ha senso più che mai, a condizione che la si intenda nel suo significato etimologico, ovvero il governo dei migliori. Migliori per meriti conquistati con l’intelligenza, la competenza e il rispetto verso gli altri. L’eleganza nei modi e nelle forme non è che la conseguenza di tutto questo». La principessa di Jugoslavia è stata fotografata nelle sale del Circolo dei Lettori a Torino, che fu palazzo Graneri della Roccia, eretto per l’abate Marc’Antonio Graneri d’Entremont, Primo Elemosiniere di Corte con Madama Reale, da Gian Francesco Baroncelli, allievo e collaboratore di Guarino Guarini, tra il 1681 e il 1699. Qui, se non esistono più i preziosi arredi originari, restano integri gli apparati decorativi tardo-barocchi a pittura e a stucco, i lampadari e i rivestimenti tessili parietali. Qui, nel 1859, il conte di Cavour volle celebrare sontuosamente le nozze tra la pia sedicenne principessa Maria-Clotilde di Savoia, colei che nella maturità diverrà la ‘Santa di Moncalieri’, e Gerolamo Bonaparte, il gaudente e libertino ‘Plonplon’, cugino di Napoleone III: unione matrimoniale invero male assortita, ma che per l’ambizioso Regno di Sardegna rivestiva un fondamentale ruolo politico di alleanza con la Francia del Secondo Impero.

Benedetto Camerana, classe 1963, di una nobile famiglia piemontese imparentata con Casa Agnelli, trisnipote del fondatore della Fiat e, sul lato materno, discendente dal filosofo Giovanni Gentile. «Ogni persona è quello che fa − dichiara subito Benedetto −. Io sono architetto. A dieci anni ho messo giù il progetto di una città. Continuo a fare le stesse cose ancora adesso. Ho disegnato il villaggio olimpico per i giochi invernali del 2006, la chiesa per l’Arsenale della Pace, il waterfront di Messina, il Museo Alfa Romeo, il più grande cinema d’Italia a Milano, la Fondazione Camera per la fotografia, l’incubatore di imprese a Faenza, lo Juventus Museum, l’Environment Park e il Campus Einaudi. Sono tutti progetti pubblici e i pochi privati sono comunque concepiti per l’uso pubblico. Oggi a Novara sto pensando a come trasformare una grande fabbrica in un habitat per accogliere start-up e makers, oltre alla nuova Città della Salute. Ogni progetto è una storia a sé, un tema diverso e distinto da quelli precedenti. All’inizio ho lavorato insieme a Emilio Ambasz, un genio precursore. Non mi piace specializzarmi, ma misurarmi con ciò che non ho mai fatto. Un architetto deve divertirsi, seppur faticando. Sono presidente del Lingotto: un esercizio di equilibrio tra i diversissimi proprietari di questo gigantesco condominio da duecentomila metri quadri. L’aristocrazia? Non esiste più nel senso di potere, specialmente in Italia. Resiste un po’ in Inghilterra, la House of Lords, il maggiorascato, i patrimoni ducali, oppure in Spagna, dove il re e la regina possono garantire un qualche ordine morale nella vita pubblica. Qui da noi sopravvive un mondo ormai cristallizzato: titoli, parentele e cuginanze sparse tra le diverse città, incroci matrimoniali, palazzi meravigliosi e talvolta variamente cadenti. I titoli, secoli fa, si compravano o si conquistavano. Ora si conservano, magari si celebrano, ma non interessano quasi più. Resta un po’ di nobiltà dell’animo, un modo d’essere riconoscibili (ma non sempre), i riti, gli usi, i club, un certo modo di divertirsi».

Matteo Perego di Cremnago unisce due tradizioni che si sovrappongono lungo la storia lombarda. I Perego di Cremnago, famiglia patrizia di cui si ha notizia dal XIII secolo, ma che si impone grazie all’attività bancaria nel 1600, e la più recente dinastia industriale dei Cambiaghi. Costoro fecero fortuna con il cappellificio omonimo, fondato a Monza da un ex-garzone di bottega di umili natali, Giuseppe Cambiaghi, nel 1880. Un’azienda che esportava in tutto il mondo e che impiegava 1500 addetti. Nota per l’altissima qualità, nel 1930 arrivò a una produzione di oltre 33 mila cappelli al giorno. ‘El sciur Pepp’, come lo chiamavano in fabbrica, dove era enormemente popolare e conosceva personalmente le maestranze, al culmine del successo come capitano d’industria fu insignito del titolo di conte, ma non per questo smise di essere strenuo difensore della collaborazione sociale e dei diritti dei lavoratori. Sono i valori cui si ispira Matteo Perego, nipote di quarta generazione di Giuseppe, che, confessa, è un po’ il suo nume tutelare e una figura di riferimento, come, sul cotépaterno, lo è il capitano dell’esercito asburgico Carlo Ignazio Perego di Cremnago, caduto nella battaglia di Leuthen, nella Guerra dei Sette Anni, nel 1758. Matteo ha deciso di rilanciare il marchio Cambiaghi dopo una lunga eclissi. Il rischio gli ha dato ragione. Cappelli, pelletteria da uomo e da donna, heritage e innovazione, una cartolina di ricordi che, nel presente, diventa realtà del migliore Made in Italy«Aristocrazia − sostiene Matteo − è un termine dalle mille sfaccettature. Il vero senso, quello più potente, a mio parere è anche quello più positivo: una solida e continua base di sostanza etica ed estetica. Aristofunk altro non è che quello che sto cercando di fare tramite l’avventura con Cambiaghi: radici salde portate verso codici nuovi, qualità massima e ironia di connotazione. Fare l’imprenditore in Italia oggi è una bella sfida, ma questo è un Paese che possiede tante inimitabili risorse nascoste, di cui sono depositarie le persone che lavorano, più che le istituzioni. Noi stiamo facendo tesoro di questo universo di artigiani stupendi e di aziende di eccellenza. Sono il nostro humus. Quando le aziende italiane vengono acquisite dai gruppi francesi, ciò non accade per la loro struttura finanziaria, ma per l’inimitabile genialità di prodotto, per la facoltà inventiva che, come nessuna, dà corpo al gesto creativo. Questa è nobiltà».

Quanta immediata carica umana sappia regalarti Patricia Urquiola viene difficile raccontarlo. È una tempesta di parole evocative e talvolta improbabili, miscelate di speziate pennellate iberiche, un ritmico condensato di idee e di concetti buttati lì; aneddoti surreali, una carrellata di immagini palpabili, humour, divertimento, bon mot a go go. No, non c’è nulla di quella metafisica malinconia iberica da ‘Siglo de Oro’ in Patricia, nata a Oviedo nel 1961, architetto e designer tra i più affermati a livello internazionale. È bella: viso scolpito e radioso, tratti disegnati, hidalghi. Basata a Milano, un’asturiana di ascendenze basche. Ritratta da Karl Lagerfeld sulle pagine di Vogue Paris in bianco e nero. È strano: pensando a Patricia ti vengono in mente colori. Patricia si forma in Italia, sull’insegnamento di maestri quali Bruno Munari e Achille Castiglioni. Da De Padova, dove nel 1991 incontra Vico Magistretti, iniziando un percorso di lavoro comune. Collabora con Alessi e B&B, Kartell, Molteni, Driade, Poltrona Frau, Cappellini e molti altri. Docente, poliforme personalità che spazia dal campo del design all’architettura, agli allestimenti, Patricia è Art Director di Cassina, un’azienda e una cifra espressiva della quale ha più volte ricordato il ruolo d’ispirazione rispetto al proprio percorso. «Cassina − afferma Patricia − è un’aristocratica bambina di novant’anni, una linea di ricerca contemporanea rigorosa, senza tanti vezzi e mai interrotta». Nel 1996 diviene responsabile del design nello studio Lissoni, mentre è nel 1998 che approda alla Moroso, imponendosi per i suoi imbottiti flessibili e mutanti che hanno identificato un’innovativa concezione di sedere. I suoi oggetti e arredi parlano del suo terroir progettuale. Sono sinceri, apparentemente semplici ma con dentro un’anima, una ratio matematica. Sono avvolgenti, versatili e metamorfici. Funny and funky«Sono convinta − dice − che la gente venga da me perché sente che sono possibilista e sperimentale, che ascolto e do attenzione. Di base mi piace osare, non dico no a priori. Il rapporto intrinseco con la materia e le sue linfe mi ha dato la possibilità di muovermi, tenendo conto della lezione dei maestri. La nobiltà che capisco sta nella materia e nel progetto. Mi piace mettere in valore la serie B usando gli scarti di produzione. Il marmo di prima scelta è sublime, ma credetemi, è davvero fantastico quanto si può inventare a partire dai frammenti di scarto. Le macchine riescono a sezionare spessori finissimi, hanno reso il marmo malleabile, duttile e leggero. Ne escono delle autentiche sorprese. Certo, è un gioco che funziona se sai dare un plusvalore progettuale, se riesci a scommettere su uno slancio insieme visionario e protettivo, come un ossimoro. Ho accettato un albergo che non aveva caratteristiche speciali e che era già passato per varie mani e gli ho dato una dignità differente, una veste che lo ha trasformato in un cult. Da un decennio, con Mutina abbiamo intrapreso un viaggio nel pianeta della ceramica. Insieme stiamo recuperando quale volume espositivo una struttura in bellissimo cemento brut di Angelo Mangiarotti, con un approccio spaziale che rammenta Jean ProuvéSta diventando una sorta di piccola cattedrale, cadenzata da nervature che si compongono come una partitura musicale».