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«Ho sempre tenuto una matita in mano, fin dalla mia prima infanzia. Quando un adulto o un altro bambino si rivolgeva a me, gli porgevo subito la matita e un foglio bianco, invitandolo a disegnare». Il segno di Michael Anastassiades persegue un’attitude minimale, che però nulla toglie alla ricchezza di evocazione.

Il 7 marzo scorso si è inaugurata al Nimac di Nicosia, a Cipro, dove Michael è nato, una sua retrospettiva dal titolo Things that go together – A survey exhibition, che verte su circa dodici anni di attività del designer, basato a Londra, dove ha aperto il suo studio nel 1994. Una rassegna che si concluderà il 20 luglio prossimo. Un tema ricorre, parlando con Michael Anastassiades, quello di ‘purity’: un senso di sottrazione, di astrazione che insegue attraverso la sua poetica. «No excess», ripete di continuo. Sfrondare le forme, pulirle, levigarle fino all’essenza.

L’infanzia trascorsa in un’isola al centro del Mediterraneo, uno strano melting pot di civilizzazioni e una frontiera culturale e politica che divide due popoli, ha marcato la creatività di Anastassiades. Ne emerge una matrice ellenica che talvolta si dichiara nella sua opera, nutrita di astrazione e funzionalità, siglata da un esprit de geometrie dai risvolti lirici. Quando parla di Cipro, Anastassiades rammenta una figura di riferimento e d’ispirazione che ha indirizzato il suo itinerario e tutto il suo modo di pensare. Si tratta dell’architetto modernista cipriota Neoptolemus Michailides, un amico di suo padre, con cui entra in contatto grazie a una residenza di campagna eretta per la sua famiglia. «Ho sempre amato – racconta Anastassiades – la capacità di Michailides, attivo dagli anni Cinquanta, di tradurre elementi materici e tipologie dell’architettura vernacolare cipriota alle condizioni climatiche dell’isola, dentro il dibattito del Modernismo. È comparabile alla cifra stilistica perseguita da Aris Kostantinides, attivo in Grecia nella medesima epoca».

Michael Anastassiades vive e lavora a Londra, dove è arrivato ragazzo. Ha studiato ingegneria civile all’Imperial College of Science Technology and Medicine, passando in seguito al Royal College of Art, per conseguire la specializzazione in industrial design. Ha progettato di tutto, da lampade e sistemi modulari d’illuminazione per FLOS a mobili per B&B Italia – la libreria Jack –, reinventato l’idea di cristallo per la manifattura viennese Lobmeyr, dato vita a illuminazione e vasi per la Svenkst Tenn, compagnia varata a Stoccolma nel 1924 da Estrid Ericson. «Quando si disegna una lampada – afferma Michael – ritengo che il primo passo sia quello di capire come possa interagire con l’ambiente circostante. Bisogna prevedere come si muove, che emanazione avrà, come si rifletterà sulle pareti. La luce si manifesta in tante dimensioni in natura – mi basterebbe anche solo catturarne uno, di questi istanti». Al 2018 risalgono gli speaker circolari e variatori di volume in alluminio per Bang & Olufsen, che si regolano rotolandoli leggermente sul pavimento. Gli si deve anche una serie di bicchieri per Puiforcat.

Michael Anastassiades, Tip of the Tongue, ph. Edouard Auffray

Hanno fatto scuola le lampade pensate per Flos, tra le quali IC Lights e String Light del 2014 e Extra, l’anno successivo, morfologie che escono da ogni parametro di décor e dalla ripetizione di una prassi, per scegliere una dimensione libera e concettuale. Specie le ultime nate, nel 2018, che appartengono al lighting system modulare The Arrangements, strisce di LED di forma geometrica che si combinano a piacere in pareti luminose sospese, lampadari e catene, ispirate da quelle d’oreficeria e dalla loro tramatura. Gli oggetti d’illuminazione di Anastassiades miscelano forme geometriche quali tubi oblunghi e sfere, con superfici scintillanti e materiali riflettenti, vetro specchiato e bronzo lucidato. Si è misurato con il marmo, fin dai primordi della sua affermazione internazionale, con la trasparenza dell’alabastro, con il metallo e con il legno.

Nel 2007, il designer ha fondato la Michael Anastassiades Ltd, azienda che produce i suoi pieces signature, mobili, illuminazione, gioielli e oggetti da tavolo. Sue creazioni sono esposte al MoMA a New York, al Victoria and Albert Museum e al Craft Council di Londra, al FRAC Center di Orléans e al MAK di Vienna. Tra i suoi lavori più recenti, The Fleet, una fontana a colonna sfaccettata in bronzo riflettente, installata nella corte a giardino del V&A Museum durante il London Design Festival del settembre 2018. Una drinking fountain costruita in modo tale da illuminarti la faccia di riflessi dorati, quando ti avvicini per bere da una sorta di coppa, ricavata nella superficie curva della sommità. A Londra, ancora nel 2018, ha inventato un tappeto fatto di marmo riciclato di varie sfumature cromatiche e textures, che ha cambiato Mint Street, a Southwark. Una composizione di frammenti lapidei di marmi portoghesi, che sono rimanenze o campionature difettate, rifiutati da impresari, architetti e designer. «Volevo mettere in evidenza la bellezza del marmo rosa portoghese in colloquio con altre tonalità ben distinte. Un tappeto che delimita una porzione di spazio o marca un sentiero. Ho immaginato questo impiantito dinamico snodarsi nella strada, mettendo in stretto contatto il parco con il resto del quartiere».

Michael l’ho incontrato a Parigi, in dicembre. Occasione fornita da collezione di pezzi numerati in pino dell’Oregon, concepita per Dansk Møbelkunst di Copenhagen, in mostra presso la sede parigina, sul Quai des Grands Augustins. La seconda collaborazione con la galleria danese, dopo l’installazione intitolata Stilleben (Natura Morta), del 2016, incentrata sull’impatto narrativo di un chandelier-mobile. «Il lavoro per Dansk Møbelkunst  – racconta Anastassiades – mi ha messo a confronto con la maestria degli ebanisti. Il sapere e la qualità dei cabinetmaker si è fuso in osmosi con il design. Il pino dell’Oregon è onesta, non abituale alla dimensione artistica come il mogano o la quercia. Il mio obiettivo è trasformarlo. I pezzi fatti di pino creati da Axel Einar Hjorth sono stati una fonte d’ispirazione. Cercavo di esprimere una cifra atemporale rispetto ai materiali e al modo di usarli. Non c’è scampo: li devi affrontare con onestà, senza lasciarti tentare da nessuna nostalgia. Ho amato questa commissione anche perché la proprietaria della galleria, Marie-Louise Høstbo, si è sempre occupata di design storico del Novecento, soprattutto scandinavo, dal 1920 agli anni Settanta. La digressione nel contemporaneo di una galleria come Dansk, che nella sua esistenza ha seguito un rigoroso itinerario storico, diventa statement, ti sprona a superare i cliché».

Per Dansk Møbelkunst, Anastassiades ha realizzato un tavolo squadrato e dalla forza plastica di una mensa cicladica. Un altare conviviale. Aure materiche nordiche che si intrecciano alla stilizzazione tipica di quel periodo ancestrale dell’arte ellenica. Il fare di Michael riecheggia di quell’ambito artistico millenario, calato nella pulsazione solare dell’Egeo. I manufatti cicladici insegnano la tensione centrifuga, la dinamica interiore espressa dalla pietra o dal marmo pario, qui traslata nella venatura di un legno in fondo povero e assurto a nuovo rango nella linearità semantica del design e grazie al poiein di artigiani-artisti. Uno screen, un paravento snodato ad anse, che ritaglia un cocoon o una sorta di studiolo da San Girolamo carpaccesco nell’ambiente in cui venga inserito, contiene una seduta semicircolare.


flos.com/michael-anastassiades

nimac.org.cy