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Un giardino all’italiana chiuso da spesse mura e incastonato nel cuore di Firenze. Quasi insospettabile, si nasconde dietro la facciata austera di Palazzo Corsini al Prato, un prospetto scabro, che poco concede all’ornato. Un giardino che è un tracciato geometrico di siepi di bosso, punteggiato di conche di agrumi fragranti, di peonie perlacee e rose antiche. Vi si aggirano liberamente molte tartarughe, oltre cento si dice. Al parterre formale, il peigné regolato da forbici sapienti che intagliano e scolpiscono i volumi di bosso, fanno ala due ‘selvatici’. Aree boscose che ospitavano in origine un labirinto d’allori e tre limonaie destinate a riparare, durante i freddi mesi d’inverno, quelle varietà di limoni e cedri, di bergamotti e melàngoli che facevano impazzire i potenti dell’epoca barocca. Segnatamente, il cardinale Giovan Carlo de’ Medici, instancabile ibridatore e collezionista botanico.

Un rigore luminoso, il profumo amaro dei bossi, esprit de géométrie alla fiorentina che si stempera in una dimensione floreale. Le sculture su piedistallo che l’architetto Gherardo Silvani ha sistemato lungo l’asse del viale centrale in epoca barocca segue un ritmo d’altezza digradante, un inganno prospettico teatrale per creare un effetto di maggiore ampiezza. I Corsini, principi di Sismano, duchi di Civitella e Casigliano, marchesi di Lajatico – tra gli antenati anche un santo, Andrea Corsini, religioso carmelitano e vescovo di Fiesole –, possiedono questo luogo dal 1620, quando subentrano per compera agli Acciaiuoli, che nel 1590 avevano iniziato la costruzione di un casino suburbano affidandosi al Buontalenti, in una zona appena fuori la città del Giglio allora ancora considerata insalubre, paludosa e selvaggia.

L’atto di vendita racconta di un casamento non finito, di un semplicista – ovvero un orto di piante officinali, come si coltivavano al Giardino dei Semplici – e di una ‘ragnaia’ – un boschetto di lecci nel quale si praticava la caccia agli uccelli di passo tramite reti occultate tra gli alberi. Fino all’Ottocento pieno, la dimora rimase residenza estiva. Quindi verrà ampliata a più riprese da Ulisse Faldi e poi, verso il 1860, da Vincenzo Micheli. Sempre nel Diciannovesimo secolo, il parco subisce una trasformazione romantica all’inglese, su impulso della pittrice Antonietta Wald Stratten, che in omaggio al pittoresco aggiunge un laghetto, ben presto interrato per evitare stagnazione e il proliferare di insetti nocivi. Fino all’ultima sistemazione, progettata dalla landscape designer piemontese Oliva di Collobiano per incarico della sorella, donna Giorgiana Corsini.

Oliva di Collobiano, negli anni Ottanta del Ventesimo secolo, ridefinisce le aiuole all’italiana con macchie di peonie giocate su varie gradazioni di rosa. Nel Settecento il casato fiorentino raggiunge lo splendore grazie all’elezione a papa del cardinale Lorenzo Corsini, che sale al soglio pontificio a 78 anni, il 12 luglio 1730, con il nome di Clemente XII. Suo nipote, quel cardinale Neri Maria Corsini ritratto più volte da Agostino Masucci, il maestro di Pompeo Batoni e pittore cortigiano per eccellenza del casato, era un collezionista di pittura – come tuttora testimonia il palazzo familiare alla Lungara a Roma –, e un cultore dell’antichità classica. La loggia che fa da filtro tra la compatta mole della dimora e il giardino, per suo volere è impreziosita da lapidi e iscrizioni greche, latine ed etrusche. Un mosaico di suggestivi frammenti lapidei che sono inseriti in cornici ornamentali fogginesche, come accade nella corte di palazzo Medici-Riccardi, altra reinvenzione edilizia e decorativa della Firenze seicentesca.

I Corsini costituiscono un gruppo familiare attivo e coeso, guidato dal principe don Filippo e dalla principessa Giorgiana, spirito determinato e combattivo, custode di un’eredità culturale ed artistica. Tra le manifestazioni che patrocinano, la più recente è il New Generation Festival, fondazione musicale e teatrale che si svolge da due edizioni, tra la fine di agosto e il debutto di settembre, con la partecipazione di star internazionali quali il violinista Charlie Siem. Il giardino Corsini però è legato soprattutto a un appuntamento che ormai è giunto al suo venticinquesimo anno di vita. Da un quarto di secolo questo spazio verde ospita Artigianato e Palazzo, una manifestazione che intreccia valori ancestrali e maestria artigiana, un ventaglio di scoperte e ricerche, un carrefour di incontri e un progetto charity che coinvolge in diversi modi la città di Firenze. A crearla, Giorgiana Corsini e Neri Torrigiani, binomio ben rodato e complementare da cinque lustri. Una conversazione con Neri Torrigiani rievoca un quarto di secolo di lavoro, impegno e soddisfazioni, facendo il punto sul presente di Artigianato e Palazzo e sui suoi intenti proiettati verso il futuro.

«Venticinque anni fa i grandi marchi della moda e degli accessori non avevano nessun interesse a parlare di artigianalità», racconta Neri. «Era un qualcosa che faceva vecchio, che non interessava a nessuno. Nei Novanta la moda non voleva dire alta artigianalità come base del prodotto, ma significava prima di tutto il glam di grandi designer e stilisti, l’epopea delle supermodel. I distretti di produzione, quelle nostre aree di eccellenza ambite dai gruppi esteri, che costituiscono il vanto del Made in Italy, un sistema che allora si veniva a creare, dovevano essere nascoste, quasi negate. Sembrava che le collezioni arrivassero da Marte. A quei tempi facevo – e tuttora faccio –, il consulente di comunicazione e di packaging per alcuni fashion brand. Lavoravo per Gucci, che andava col vento in poppa. Si era all’esordio dell’accoppiata vincente costituita da Tom Ford e Domenico De Sole. Ogni cosa, anche il logo di Gucci, è farina del mio sacco».

Neri convinse Tom Ford e la Maison Gucci a partecipare alle prime edizioni di Artigianato e Palazzo. «Gucci ci ha regalato per due volte la sua presenza. Nella prima mostra, delle maestranze specializzate facevano vedere come piegavano il bambù per realizzare la Bamboo bag della Casa fiorentina. In seguito ci portarono i pellettieri, per mostrarci sul campo come tagliavano la pelle». Con il tempo il concetto di l’artigianalità è diventato un plus per le aziende. «All’inizio è stato difficile convincere gli artigiani a venire, condividendo con il pubblico quello che hanno di più prezioso, i loro segreti di lavoro. Va compreso che inoltre, per venire da noi, gli artigiani devono chiudere il loro laboratorio per cinque giorni, mettendo in conto un investimento di tempo – ed economico. Ogni anno riceviamo centinaia di richieste di partecipazione». La selezione – che viene fatta dalla principessa Corsini e da Neri – verte su criteri soggettivi. «Valutiamo attentamente tutti i materiali che ci inviano. Promuoviamo il più possibile la differenziazione e l’originalità, ma un dato fondamentale risiede anche nel privilegiare chi arriva qui da lontano. La partecipazione, che si attua su un arco di cinque giorni, costa mille euro».

Un comitato promotore internazionale aiuta nella selezione e nell’attribuzione dei premi. «Gli artigiani sono bravi, abili a creare il prodotto, ma molto spesso non sono altrettanto capaci di presentarlo al meglio. Lo espongono in maniera sbagliata, incongrua e poco invitante. Per incrementare l’attenzione all’estetica, abbiamo istituito un premio per lo stand più bello, che sarà invitato gratuitamente l’anno successivo. Ognuno mostra almeno una fase della lavorazione nella propria categoria e specialità. Un qualcosa che fa audience e alza il picco dell’attenzione. I visitatori – ma tutti in generale – amano osservare gli artigiani al lavoro. Pensano di poterne carpire gli arcani e di giungere così fino al senso più intimo della materia. Seguire come un origami viene realizzato con un semplice foglio di carta, in fondo piace di più che ammirare un gioiello in esposizione, che risulta freddo, inerte, per quanto prezioso possa essere».

Uno stretto rapporto di fiducia e collaborazione reciproca lega Neri Torrigiani alla principessa Giorgiana Corsini. «Sono molto amico delle sue figlie, ci conosciamo da sempre. Tre ragazze, molto diverse e demarcate caratterialmente, Sabina e le due gemelle Fiona e Nencia». Il maschio di casa ed erede del titolo si chiama Duccio, si occupa di vino e turismo eno-gastronomico e vive a Villa le Corti, un’altra residenza avita a San Casciano Val di Pesa, eretta da Santi di Tito e affrescata da Bernardino Poccetti tra XVI e XVII secolo. I Corsini vi si sono insediati nel 1427. «La famiglia intera, quando i ragazzi erano piccoli stava in campagna. Alla morte del suocero di donna Giorgiana, hanno decise di venire a installarsi a Firenze e si sono ritrovati questo palazzo cinquecentesco, la cui prima fase progettuale si deve all’architetto mediceo Bernardo Buontalenti, l’architetto prediletto del granduca Francesco I de’ Medici».

 L’edificio aveva bisogno di essere rinfrescato. «Donna Giorgiana si mise a cercare restauratori e artigiani. Ne occorrevano molti e di diversi ambiti, per risistemare una dimora principesca che bisognava rivedere interamente – pavimenti antichi in legno ma anche in graniglia, a pastellone e terrazzo veneziano, tendaggi e mantovane, parati di seta che ricoprivano i muri, divani, sedie e specchiere dorate, porte con maniglie di bronzo dorato, che recano lo stemma Corsini. Io mi stavo laureando in disegno industriale e stavo cercando degli artigiani per il mio progetto di tesi. Le nostre esigenze si sono unite. Da lì il passo fu breve. Abbiamo subito immaginato che il grande giardino del Palazzo – in centro, a cinque minuti dalla stazione di Santa Maria Novella –, potesse essere una cornice perfetta per dare visibilità a questi artigiani poco considerati, ma di cui tutti, prima o poi, potevano aver bisogno. Un luogo in cui si trovano circa centocinquanta vasche di terracotta con i limoni, che d’estate troneggiano all’esterno tra i bossi mentre d’inverno vengono riposti a riposare nel chiuso delle limonaie. Si tratta di terreno agricolo, ghiaioso, che d’estate rimane vuoto. Qui abbiamo allestito gli stand».

Gli stand sono bianchi, minimal, e il pubblico passeggia lungo i cinquanta metri dove si succedono gli artigiani al lavoro, uno accanto all’altro. Due diversi colori di moquette, una azzurra per gli artigiani e una beige per i visitatori. «Riesci finalmente a capire, a sentire gli odori, i profumi, i rumori di lavori che non di rado possiedono storie secolari. Una cavalcata tra i mestieri. A livello di visitatori siamo attestati sulle diecimila presenze.

Artigianato e Palazzo è una mostra dove chi viene non si compra il gingillo, una minuzia, ma di sicuro ordinerà qualcosa. Forniamo a tutti un catalogo con la foto dell’artigiano e un pezzo iconico della sua produzione. Siamo tutti dei possibili committenti. C’è tanta bella produzione industriale, è vero, però esistono degli ambiti in cui puoi regalarti qualcosa di davvero personale. Ad esempio, farti fare un servizio di piatti dal Laboratorio Paravicini a Milano – anche loro sono stati nostri espositori. Puoi scegliere insieme a Costanza un colore, una forma – se hai una casa in campagna oppure se vuoi un servizio più formale. Trovare l’idea e trasformarla in un segno grafico».

In ogni edizione di Artigianato e Palazzo viene scelto un progetto di sostegno in ambito sociale o sul piano culturale. Quest’anno si intitola Memoria di Russia a Firenze, che intende aiutare i restauri della chiesa russo ortodossa fiorentina e il recupero del Cimitero acattolico agli Allori. Una presenza, quella della colonia russa nel capoluogo e in Toscana, che, specie nel corso del Diciannovesimo secolo e agli inizi del Ventesimo, ha rappresentato un ponte di collegamento di civiltà. «La nostra è un’iniziativa laica e plurale, che raccoglie fondi per raccontare una storia finita nel dimenticatoio e alcune delle cose che la comunità russa di Firenze ha realizzato. C’è il tavolo di malachite e bronzo dorato Empire appartenuto a i principi Demidoff di San Donato, opera di Henri Auguste, che ora, con la coppia di candelabri e camino è conservato al Museo Stibbert. Frederick Stibbert lo acquisì all’asta che disperse le raccolte di Paul e Anatoly Demidoff, tra l’altro proprietari nella Madrepatria, di miniere del prezioso minerale dall’inconfondibile colore verde venato».

La chiesa russo-ortodossa della Natività di Cristo, che è la prima eretta in Italia, nel 1899, fu progettata dall’accademico russo Michail Preobazenskij e dall’ingegnere fiorentino Giuseppe Boccini. «È stata questa chiesa il mio spunto di partenza. Mi ricordo che all’università, frequentando il corso di Storia del disegno industriale,  avevamo approfondito l’apporto dato da alcune grandi manifatture artigiane locali nel realizzare quest’architettura. Le cinque cupolette a bulbo sono rivestite di ceramica invetriata Cantagalli, una realtà protagonista dell’epoca dell’Eclettismo e del Liberty in Toscana tra due secoli e le inferriate furono forgiate dalle officine Michelucci di Pistoia. La chiesa inferiore, intitolata a San Nicola il Taumaturgo, fu arricchita da pitture a tempera murali dai pittori Vasil’ev, Blaznov e Kiplik con gli aiutanti Cepcov e Kuzminskij, un team diretto dallo stesso Vasil’ev e del fiorentino Lolli. Quindi, al gruppo si aggiunse Petr Stepanovic. L’iconostasi della cappella Demidoff di San Donato fu rimontata nella cripta, mentre nell’aula superiore ne fu collocata una in marmo bianco scolpita ex novo dal genovese Giuseppe Novi e da Paolo Tiscornia di Carrara. Il lungo restauro, necessario per riscattare l’edificio sacro dallo stato di degrado in cui versava, oggi è quasi completato e noi stiamo collaborando a portarlo a termine».

Al Cimitero evangelico agli Allori, tra le Due Strade e il Galluzzo, giusto alle porte di Firenze, convivono insieme sette religioni diverse. Sorse quando si decise di non utilizzare più quello Inglese, che ormai si trovava in città dopo l’abbattimento delle mura, in piazza Donatello. Un angolo di atmosfera romantica, che quando arriva la primavera è invaso da iris viola, bianchi e purpurei. Era il 1860. Agli Allori sono sepolti Arnold Böcklin, Gisela von Arnim, Roberto Longhi e Anna Banti, Harold Acton, Violet Trefusis, il collezionista ed esteta Frederick Stibbert e Oriana Fallaci. Il cimitero accoglie brani di scultura e delle arti applicate tra Otto e Novecento. I maggiori scultori toscani vi hanno lasciato il segno, dai Fantacchiotti ai Romanelli, dai Betti al Costoli, Corrado Feroci e Antonio Maraini. Oltre ad artisti stranieri, quali Adolf von Hildebrandt, in una carrellata che dagli eclettismi ottocenteschi e passando per l’Art Nouveau e il Simbolismo, si protende fino al déco. Vi si trova anche un settore russo, dedicato agli espatriati russi che sono morti a Firenze tra Otto e Novecento. Molte aree del camposanto stanno soffrendo per smottamenti verificatisi della collina sovrastante e numerose cappelle, ornate di significative opere d’arte, avrebbero bisogno di un ripristino urgente e sono abbandonate all’incuria.

«Se mi chiedi quale sia la più bella testimonianza di Russia a Firenze, risponderei il cimitero acattolico. Rappresenta un qualcosa che adesso più che mai, in mezzo a tante divisioni di credo e integralismi, ci sembra un sogno: sette religioni che scelgono deliberatamente di stare insieme davanti all’eternità, senza conflitti ideologici o chiusure mentali di sorta. Un messaggio ecumenico di forza e umanità. Multireligiosità che diventa multiculturalità. Artisticamente, pure la chiesa russa ortodossa della Natività, consacrata nel 1902, è un capolavoro. Le cinque croci di ghisa alte otto metri che svettano in alto, nel corso dell’intervento di restauro sono state ridorate con la foglia d’oro lavorata e fornita da Manetti Battiloro».

I Manetti sono una famiglia che lavora insieme, legata da un concetto che ricorda le botteghe rinascimentali e i laboratori degli alchimisti. Da quattrocento anni fanno la foglia d’oro, ma si sono strutturati come azienda vera e propria circa due secoli orsono. «Sono pochissime nel mondo le aziende che ancora trasformano l’oro. Di Manetti in particolare mi ha affascinato la quantità di tonalità che traggono dalla materia. Siamo abituati agli anellini in oro bianco, rosa o giallo. Manetti è in grado di proporre ventisette nuances, tra oro e argento. Se le miscelano loro, le leghe che impiegano. Comprano l’oro 18kt e fondono lingottini dalle dimensioni più idonee ai loro macchinari antichi, eredità di tempi lontani. Aggiungono al crogiolo altri materiali in gradazioni particolare, per ottenere tonalità inusitate. Realizzano l’oro più spesso per impiegarlo in architettura, in modo che sia resistente ad ogni sollecitazione climatica – sono opera loro la doratura delle cupole di San Basilio a Mosca e l’abbagliante epidermide della Torre della Fondazione Prada. Si spingono fino a filare l’oro più sottile, quello da mangiare – vedi il risotto di Gualtiero Marchesi. Quest’anno, in occasione del quinto centenario leonardesco, stanno facendo rifare da artigiani specializzati la macchina per i battiloro pensata dal genio di Vinci, il cui disegno originale è contenuto nel Codice Atlantico – uno strumento che sarà funzionante, a differenza della riproduzione esposta al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano».

Partecipa ad Artigianato e Palazzo anche Riccardo Prosperi – aka Simafra –, artista nato tra le botteghe artigiane fiorentine, tracciando un rapporto nuovo tra la libertà nella scelta del materiale artistico e le forme classiche nello sviluppo dell’immagine. Gli artisti italiani del Rinascimento utilizzavano nelle loro opere colori contrastanti, la trama dell’oro e lo studio approfondito della natura, l’attenzione al soggetto del lavoro. Simafra ha selezionato alcuni materiali ‘moderni’ per il suo progetto, come il cemento, i colori acrilici, il poliuretano – un approccio filosofico ha aiutato l’artista a trasformare l’immagine della madre russa, matrioska, in un simbolo della fonte della vita, il pianeta terra. Prosperi sviluppa l’idea della nascita dell’umanità in modo inseparabile dalle sue radici, la terra su cui una persona vive e muore.


Artigianato e Palazzo

L’Associazione Giardino Corsini presenta ARTIGIANATO E PALAZZO botteghe artigiane e loro committenze. 

La Mostra, giunta alla XXV edizione, si tiene dal 16 al 19 maggio 2019 al Giardino Corsini a Firenze.
La manifestazione è nata nel 1995, da un’idea di Neri Torrigiani e promossa dalla principessa Giorgiana Corsini per rivalutare e rinquadrare ai giorni nostri la figura dell’artigiano e del suo lavoro.