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Non è necessario arrivare da nessuna parte: Milovan Farronato costruisce un labirinto ideale per svincolare l’essere umano dal concetto di arrivo. È meglio perdersi nelle pieghe dell’esistenza, fuggire dalle traiettorie prevedibili. Usare all’occorrenza l’intuito, l’arguzia per sopravvivere, trovare una strada propria. Né altra né questa. La sfida al Labirinto è il titolo del Padiglione Italia a Venezia – titolo ispirato al saggio La sfida al labirinto di Calvino, così come a Borges e Kierkegaard. Farronato è il curatore del Padiglione Italia alla Biennale d’Arte che apre al pubblico sabato 11 maggio. Venezia, città labirintica per eccellenza, «un luogo in cui le carte geografiche sono sempre da rifare, dato che i limiti tra acqua e terra cambiano continuamente», commenta Farronato in un’intervista a Artribune.

La nomina di Farronato da parte del Ministro dei Beni Culturali, Alberto Bonisoli, avveniva a giugno del 2018. La selezione vedeva confrontarsi dieci profili focalizzati sulle tendenze artistiche mondiali. Oltre a Farronato, c’erano Andrea Lissoni, che dal 2014 è curatore di Film and International Art presso la Tate Modern di Londra, nonché curatore all’Hangar Bicocca di Milano dal 2011, docente all’Accademia di Brera dal 2001 al 2013 e all’Università Bocconi dal 2007; Luigi Fassi, che da marzo 2018 ha sostituito Lorenzo Giusti alla direzione del Museo MAN di Nuoro e vanta esperienze come curatore di Artissima e come direttore artistico all’ar/ge kunst di Bolzano e al festival Steirischer Herbst di Graz; Laura Barreca, dal 2014 direttrice del Museo Civico di Castelbuono dove conduce un progetto di ricerca museale legato all’identità mediterranea e alla rilettura dei linguaggi della contemporaneità in rapporto al territorio.

Milovan Farronato è nato a Piacenza nel 1975 – dal 2013 vive a Londra. Elena Donazzan, assessore della Regione Veneto in quota Forza Italia con deleghe all’istruzione e alle pari opportunità commentava su Facebook: «Lei, pardon lui, è #MilovanFarronato. È stato chiamato a rappresentare l’Italia alla Biennale d’Arte veneziana del prossimo anno: non al Carnevale di Venezia quindi, ma all’appuntamento culturale più importante per il Veneto e l’Italia tutta, sarà il nostro biglietto da visita». Le rispondeva Helga Marsala, giornalista e critica d’arte, in un editoriale su Artribune: «Il carnevale. Instagram. L’identità di genere. Il decoro. Gli abiti da donna. Tutta qui la trasgressione: qualche scatto festaiolo, un po’ di trucco, uno chignon, un paio di ballerine con paillettes, i lunghi vestiti. Che scandalo». Il Ministro Bonisoli, trascinato dal quotidiano Avvenire dentro la polemica sorta, in una intervista dichiarava: «La selezione era partita sotto Franceschini e a me toccava decidere. Mi hanno proposto una lista di candidati, ordinata per competenza: Farronato era il primo. Mi hanno segnalato ragioni di opportunità politica da considerare, ma ho deciso che non esisteva alcuna ragione per non scegliere il migliore».

Contro il «provincialismo italiano», Marsala citava Grayson Perry, artista contemporaneo inglese divenuto simbolo del travestitismo – pur essendo maschio, padre e marito – celebrato all’estero e in patria, tanto da essere ricevuto dalla famiglia reale inglese. Ceramista, nei suoi vasi e in generale nelle sue opere inserisce elementi autobiografici – come le immagini di Claire, il suo alter ego femminile (Mother of All Battles, del 1996, è una fotografia di Claire che tiene in mano una pistola e indossa un abito in stile etnico orientale europeo, ricamato con immagini di guerra, esposto nel 2002 allo Stedelijk Museum di Amsterdam). Ha fatto notizia la protesta di Cassils, il performer canadese basato a Los Angeles che si definisce ‘gender non-conforming’ e ‘transmasculine’, e che usa il suo corpo come massa scultorea per rompere le norme sociali. Ha raccolto la sua urina e quella di altre persone per duecento giorni con l’obiettivo iniziale di inviarla alla Casa Bianca e protestare in favore del transgender Virginian Gavin Grimm, a cui era stato vietato di utilizzare i bagni per ragazzi della scuola – un caso finito all’attenzione della Corte Suprema. Il risultato è stato una scultura cubica contenente novecento litri di urina, accompagnata da un audio, esposto oggi alla Ronald Feldman Gallery New York.

Grayson Perry

In Italia sono Kyrahm e Julius Kaiser ad aver per prime approfondito i concetti di cambiamento di stato del corpo, attraverso performance nei club, mostre di arte contemporanea e esibizioni nei teatri. Artista concettuale la prima – drag king performer la seconda. Insieme hanno ideato nel 2016 il progetto Extreme Gender Art, con l’intento di avvicinare il pubblico a tematiche fino a qualche anno fa relegate nella scena underground. L’iniziativa nasceva a seguito della loro performance Obsolescenza del genere, selezionata tra le trenta più belle performance del mondo negli USA nel 2008 (e vincitrice del Premio Arte Laguna 2009),censurata perché mostrava corpi nudi di donne e uomini transessuali che non hanno ancora terminato l’iter di riassegnazione sessuale. Un maschio ha ancora il pene ma ha ricostruito il seno, una femmina ha tolto il seno ma ha ancora la vagina.

Farronato si definisce gender fluid – non si indentifica né come maschio né come femmina, oppure come entrambi. È uno stato d’animo, in base al quale si passa dall’uno altro. Bauman parlava di modernità liquida. Relativamente al gender, sosteneva come – almeno per il mondo intellettuale – fosse un tema del tutto superato. Marina Abramovic in un’intervista a The Guardian del febbraio 2018 afferma come il gender nell’arte sia una non-questione: «L’arte non ha nessun tipo di genere, per me ci sono solo due categorie: l’arte bella e l’arte brutta».

La nomina di Farronato non arrivava a caso. Attualmente direttore e curatore del Fiorucci Art Trust, organizzazione per la promozione d’arte contemporanea, ha insegnato cultura visuale allo IUAV di Venezia e curato mostre in tutto il mondo. Insieme all’artista Paulina Olowska, ha fondato nel 2014 il simposio Mycorial Theatre Rabka, in Polonia, che nel 2016 è migrato a San Paolo, Brasile – una sorta di festival che comprende installazioni artistiche e spettacoli, letture di tarocchi, workshop e gite organizzate attorno al tradizionale passatempo polacco della caccia ai funghi. Farronato ha concepito The Violent No! all’interno della quattordicesima Biennale di Istanbul nel 2015, un seminario sull’isola di Kastellorizo, in Grecia – il titolo completo, che cita un verso della poetessa Frank O’Hara: ‘The Violent No! of the sun burns the forehead of hills. Sand fleas arrive from salt lake and most of the theatres close’. Dal 2005 al 2012 ha diretto l’organizzazione no profit Viafarini, che promuove la ricerca e la sperimentazione artistica con un focus sulle arti visive, e ha curato mostre presso DOCVA Documentation Centre for Visual Arts a Milano.

Il budget del Padiglione Italia di quest’anno è di un 1.300.000 euro. Di questi, 600.000 sono stati erogati dalla Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane (DGAAP), l’ufficio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali (MiBAC) che si occupa di promuovere e sostenere l’arte e l’architettura contemporanee, a cui si aggiunge la mission di avviare processi di riqualificazione delle periferie urbane. La DGAAP esercita un ruolo di vigilanza su alcune Fondazioni, tra cui la Biennale di Venezia, per garantirne il funzionamento dal punto di vista gestionale, cui contribuisce anche dal punto di vista economico. I restanti 700.000 euro arrivano dagli sponsor, coinvolti grazie alla mediazione del curatore, tra cui Gucci, FPT Industrial e Nicoletta Fiorucci Russo, già mecenate del progetto Fiorucci Art Trust, diretto da Farronato. Tra i tre artisti che Farronato ha scelto per rappresentare l’Italia in Laguna ci sono due ritorni e un omaggio: Enrico David, Liliana Moro e Chiara Fumai chiamati/evocati sul tema del labirinto.

Enrico David era già stato invitato alla Biennale nel 2013 da Massimiliano Gioni. Classe ’66, italiano di nascita ma inglese di adozione, rappresenta forse la maggiore novità nella rosa dei nomi. Più conosciuto all’estero che in patria, David sposa la vocazione all’internazionalità di Farronato. La sua ricerca si muove da sempre tra pittura, disegno, scultura e installazione, servendosi di tecniche artigianali tradizionali. Selezionato per il Turner Prize nel 2009, l’artista ha esposto in gallerie e musei in tutto il mondo. Ha avuto una personale nel 2012 al New Museum di New York.

È un ritorno anche quello di Liliana Moro, già presente nella sezione Aperto della Biennale, curata nel 1993 da Achille Bonito Oliva. Classe ’61, milanese. Diplomata all’Accademia di Belle Arti di Brera, ha partecipato a Documenta IX Kassel nel 1992 e a mostre in galleria sia in Italia che all’estero. È tra i fondatori, insieme ad altri artisti, dello Spazio di Via Lazzaro Palazzi a Milano, luogo votato alla ricerca che ha cessato ogni attività espositiva nel 1993.

Chiara Fumai sarebbe stata la più giovane dei tre, se non fosse scomparsa nel 2017 a 39 anni, per cause mai del tutto chiarite, anche se appare confermata l’ipotesi di suicidio. Romana, laureata in Architettura al Politecnico di Milano, un Corso Superiore di Arti Visive della Fondazione Ratti, la Fumai prediligeva la performance, combinata con metodi di decostruzione, freak show, metafisica, travestitismo, djset, che poneva al centro il ruolo della donna in contrapposizione a una concezione dell’arte ancora maschilista. Da Documenta 13 a al MAXXI di Roma, alla Fondazione Bevilacqua La Masa, il Jeu de Paume di Parigi; nel 2017 pochi mesi prima di morire, aveva vinto il Premio New York. Farronato omaggerà Chiara Fumai con un progetto inedito che aveva concepito insieme a lei e mai realizzato – This last line cannot be translated il titolo – attraverso uno studio filologico delle mail, dei progetti, degli appunti e di conversazioni con persone che avevano collaborato. «Ho trascritto– racconta Farronato a Rolling Stone Italia – con le informazioni in mio possesso un lavoro, il cui titolo stesso dichiara il desiderio di non voler essere tradotto. Non c’è stato margine d’interpretazione creativa da parte mia».