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Per una parte del pubblico italiano il nome di Lenny Kravitz è cristallizzato nella carica erotica del video di Fly Away: nel 1999 il brano era in heavy rotation su radio e canali musicali. Per la critica è il nome di un artista di talento a volte afflitto da edonismo autocelebrativo. Lenny Kravitz, polistrumentista, autore, interprete, produttore e showman ha riadattato la sua immagine nell’arco della sua carriera. A cinquantaquattro anni porta Rise Vibration, undicesimo album, in un tour nel mondo che arriva in Italia in due date, l’11 maggio al Forum di Assago (Milano) e il 12 all’Unipol Arena (Bologna).

L’esordio del 1989 è Let the love rule, commistione tra rock‘n roll e psichedelia. Kravitz è stato salutato come il possibile erede di Prince, presentando qualche riferimento hippie e nostalgico anni Settanta. Scrive per Madonna Justify my love, divorzia da Lisa Bonet, la Denise dei Robinson. I boa di piume e la ciniglia cominciano a prudergli: la sua immagine e la sua musica si induriscono nel 1991 con l’album Mamma Said, più vicino a Led Zeppelin, Jimi Hendrix e Bob Marley – dal quale prende recupera i rasta lunghi e disordinati. La vocazione mainstream si manifesta nel 1993 con Are you gonna go my way, la cui title track diventerà il brano più suonato da MTV quell’anno. Circus (1995) può essere considerato un passo falso – nel 1998 con 5, Kravitz firma brani radiofonici come Fly Away, If you can’t say no e I belong to you. Bad boy sentimentale, rocker approcciabile dal pubblico grazie a pezzi trip-hop che non sfigurano negli show estivi da musica dance (in Italia appare al Festivalbar). Grammy e dischi d’oro variando di poco la formula, almeno fino a It’s time for a love revolution (2008) e Black and White America (2012), album che segnano la riscoperta delle radici afroamericane e si accompagnano a un’immagine ora alleggerita, ancora sexy ma addomesticata, coerente all’evoluzione di un uomo che nel frattempo è diventato adulto.

Ruoli cinematografici – in Hunger Games è Cinna, lo stylist assegnato a Jennifer Lawrence. Interior – nel 2003 nasce il brand Kravitz Design: le piastrelle della collezione Goccia sono state presentate al Salone del Mobile di Milano. Si avvicina alla fotografia osservando il lavoro del padre, reporter della CNBC: la mostra Assemblage è un reportage di notti di party e di glam nella sua casa di Los Angeles, alla maniera di Olivier Zham, con un tocco retrò all’immaginario Studio 54 – la collaborazione con Dom Pérignon nasce su queste foto, e porta Kravitz alla direzione creativa della casa francese – complice l’incontro con lo chef de Cave Richard Geoffroy. Quest’anno Kravitz disegna e firma una bottiglia in produzione limitata.

Naomi Campbell at Louis Vuitton Men’s Fall 2019

Black Community

Il concerto di Kravitz a Milano e la commistione artistica dei suoi talenti concedono ragionamento, tra passato e futuro, su quanto oggi si usa indicare con il termine Black Community: una élite intellettuale che conduce economia e costumi in questi civiltà mediatica dei consumi. Un’argomentazione rimane relativa: potremmo trovare in Puff Daddy il primo tra i musicisti di colore rap e rhytm & blues ad avviare imprenditoria sulla sua celebrità e sul suo gusto – non si trattava solo di moda o abiti, era un atteggiamento che si mostrava dalle sue espressioni facciali e colloquiali ai suoi acquisti, dai suoi quartieri prima ancora che dalle sua abitazioni, soprattutto alle sue frequentazioni. Dopo essere stato licenziato dalla Uptown Records, dove lavorava come talent scout, fonda la sua etichetta Bad Boy Records. Cronache nere, cinicamente o emotivamente non è dato qui dirlo, costruiscono l’immaginario di Daddy – non tanto un divo, ma il ragazzo della porta accanto che dalla strada e senza mai rinnegare la strada, diventa ricco – non famoso, ma ricco: questa distinzione è precisione per l’evoluzione del sogno americano.

Gangsta rap, baseball shirt di Snoop Dogg – All Eyez on Me di Tupac era l’album più venduto negli Stati Uniti nel 1996. Erano anche gli anni delle prime donne rapper: nel ‘92, Mary J Blige lanciava Real Love, nel ‘97 usciva Rain di Missy Elliot. Agli occhi del mondo, i poli della black community si dividevano fra Will Smith, Il Principe di Bel Air che indossava Air Jordan sui Red Carpet dei Grammy Awards, e le sparatorie a New York o Las Vegas in cui furono uccisi Tupac e Notorious B.I.G. – una subcultura di minoranza che in ogni caso non si prendeva sul serio. I dischi si vendevano e oggi si vende la musica,i ragazzi dell’Upper East Side si vestono come Pharrell Williams con marchi di mass market nei grandi magazzini sotto Tribeca – Nike e Adidas si trasformano: da accessori e clothing sportivi a item che definiscono un’appartenenza se non culturale, quanto meno musicale – che per chi si sente giovane è la stessa cosa. I prezzi si alzano.

L’estetica femminile. A gennaio 2019 Naomi Campbell si presenta alla sfilata per l’uomo di Louis Vuitton. Si tratta della seconda sfilata firmata da Virgil Abloh per il primo brand del lusso per fatturato – (Louis Vuitton supera i 10 miliardi di euro all’anno, Gucci si aggira intorno ai 6). La nomina di Abloh era già stata la formalizzazione di questa supremazia nera su cui stiamo disquisendo senza esaustività quando a giugno sei mesi prima gli esponenti applaudivano l’abbraccio con Kanye West – ma a gennaio l’arrivo della Campbell è la nemesi di un altro punto di forza: la bellezza. I fotografi scattando il suo arrivo – Naomi veste di bianco, pantaloni e giacca, si nota la sua capigliatura, colpi di sole dorati su un caschetto a ciocche disordinate, forse è una parrucca per la messa in scena – al posto di Naomi a sedersi in prima fila è Whitney Houston. Le due donne erano amiche – le ragazze di colore si sarebbero sentite orgogliose di ogni dettaglio del loro aspetto, di quei pregi che alcune ancora sminuivano in difetti. Houston nella retorica di se stessa a Hollywood, vincendo l’Oscar in un video di smacco a Mariah Carey che è un meme antesignano (andate a vederlo, su Youtube, notando cosa succede da 2’46’’), sul palco chiamando a se altre donne nere, cercando nuove voci – al suo funerale Alicia Keys al pianoforte. La Black Community si è sempre basta sul talento musicale – è per questo che le sorelle Kardashian non riescono a parteciparne se non tramite il riflesso di un matrimonio. Da Stevie Wonder a John Legend, i requisiti si lasciano intendere.

Edward Enninful ha firmato la prima cover di un Vogue diretto da un giornalista di colore con Adwoa Aboah – come per Ablow, una conferma formale dell’intera élite. Valentino va a ripetizione con un refrain su quanto fu inventato da Cristobal Balenciaga, aggiungendo qualche dettaglio dagli anni Settanta di Saint Laurent – come una poesia recitata a scuola per il massimo dei voti – la cappa fucsia è indossata da Adut Akech. Pharrell firma la prima collaborazione esterna realizzata da Chanel – non era mai successo.

Potere economico. Drake batte il record di 50 miliardi di streaming nel 2018. Esibizioni con la bandana in testa, qualche molleggio, il movimento delle braccia a dare il ritmo, In My Feelings è origine di flash mob e orde di video replica. Un armadio di borse di Hermès che Drake colleziona per la sua futura moglie. I rumors sulla relazione fra Drake e Rihanna, una cover di Sam Smith tralasciando le qualità vocali, ma contando su un atteggiamento che è traduzione pubblica di una sicurezza totale in se stessi. Mercato fatto persona: se Drake postasse con scopo promozionale sul proprio account, come un influencer senza percorso, perderebbe credibilità. HighSnobiety ne racconta lo stile, i riferimenti – ne fa la cronaca delle uscite mediatiche e delle collaborazione – come farebbe una fanzine per definizione. Highsnobiety non è un giornale, non si può ridurre a blog – è precisamente un media, nasce da un’idea di David Fischer. Un media –ripetiamo, non è un giornale – è un produttore di contenuti che non si possono definire articoli editoriale, ma contenuti per la fruizione digitale prevalentemente social, di entertainment, declinabili o evolvibili con scopi di branding o promozionali. Potrebbe valere la domanda, se Drake fosse partecipe della compagine di HighSnobiety – è solo un’ipotesi che avvalora in potenziale la supremazia imprenditoriale di questa Black Community. Il patrimonio di Beyoncé combinato a quello di Jay-Z, è di circa 1.3 miliardi di dollari, il più alto di tutta l’industria musicale – non molto inferiore a quello di una multinazionale quotata in borsa coma Prada. L’ultima esibizione di Beyoncé al Coachella 2018 le è fruttato tre milioni per due ore di performance. Ogni suo album porta a casa 26 milioni solo grazie allo streaming – niente Spotify per i coniugi Carter, solo Tidal, che Jay-Z ha rilevato per 56 milioni. Oggi, di milioni, ne vale 600.

Assemblage. La mostra di Kravitz racconta in immagini una notte – tra celebrità, musica e Dom Pérignon – nella sua villa privata di Los Angeles. Sono immagini a colori o in bianco e nero: ne rimangono i contrasti che cancellano i chiari scuri, che esagerano le scale di grigi, che potenziano la saturazione. Sono frame di bellezza americana, come questo breve testo come una sessione di palestra nel Bronx prima del Met di ieri sera New York.


Si ringrazia Anna Maria Giano per parte della ricerca.