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Per la mia generazione, Internet è la cosa più vicina all’essenza di Dio. Onnisciente e ubiquo, è un dio democratico e miscellaneo, che ci parla di politica e gattini, teoria delle stringhe e pornografia. Più prosaicamente, un archivio infinito. Ci aveva riflettuto qualche stagione fa anche la moda, con una collezione di Raf Simons che riportava su felpe e t-shirt una sorta di epitaffio ‘To the archives, no longer relevant’, dove quella virgola rendeva la frasetta uno statement definitivo: un canto fashion all’irrilevanza degli archivi e non un più banale discorso sulla memoria. C’è un’ossessione riguardo al concetto di archivio, di questi tempi, a una nostalgia per cose che non abbiamo nemmeno vissuto.

La tecnologia rende l’archiviazione più facile, fruibile e gestibile. La quantità di informazioni stipata nei server raggiunge dimensioni mastodontiche, difficili da abbracciare con le forme del pensiero che siamo soliti usare per le umane cose. Viene da rimanere lì a fissarli, questi archivi – con quella sensazione che si prova quando ci si trova davanti una petroliera o una diga.
 Forse la sto facendo lunga, cercavo di descrivere il milieu, ma il protagonista qui è un altro.

Bruto è una fanzine cartacea che ri-veicola contenuti digitali attraverso un medium antico. È anche una storia rocambolesca di ossessioni e furti di domini internet in epoca pre-GDPR, in quei primi anni Duemila in cui la rete stava in un limbo a metà tra Matrix delle sorelle Wachowski e il Mark Zuckerberg odierno. È un’operazione punk, di stampa casalinga, e culi e sputi e però anche elettrodomestici o secchi di plastica. Tanto scouting, urla sguaiate e cose movimentate. Ripetizioni di temi in varianti infinite, come nelle foto di Bernd e Hilla Becker, o come gli interessi selettivi che ritroviamo nello specchio autistico, si tratti di Thomas the Tank Engine o di calzini.

Sfogliando le fanzine mi è tornato in mente il booklet di un vecchio disco di Luc Ferrari – compositore di musica concreta francese fondamentale e non abbastanza celebrato – in cui raccontava questa storia: ‘Un giorno, arrivando nel mio studio, mi sono accorto di una perdita d’acqua che si era creata nel soffitto, con le gocce che cadevano sulle bande magnetiche di alcuni miei lavori abbastanza vecchi. Ho tolto dagli scaffali tutte le scatole. Dopo aver aperto i cartoni e i nastri fradici, li ho sparpagliati a terra, come in un grande puzzle. Così l’idea di rimodernare i miei archivi è nata dalla necessità di salvarli riversandoli su CD. Copiando questi elementi, mi è presa la voglia di trasformare un lavoro noioso usando l’immaginazione. Al posto di copiare, mi sono messo a comporre. Da lì è nata l’idea nuova di riformulare gli archivi del 1974 (bisogna pur cominciare da qualche parte, del resto…) e per questo ho deciso di chiamare queste composizioni Les Archives Sauvées des Eaux’.

«Tutto è iniziato nel 2013, – mi racconta Armando Bruno, fondatore di Bruto – avevo un profilo su Instagram basato su una ricerca fotografica che portavo avanti da tempo, perché nel 2003 avevo comprato indebitamente il dominio di Permanent Food [venerato magazine cannibale di Maurizio Cattelan e Paola Manfrin negli anni 2000 pre-crisi, una combine di immagini schizofreniche pescate chissà dove e impaginate in sequenze non narrative ma evocative] e avevo ricreato un Permanent Food online rubando foto dai siti internet più disparati. Al tempo, per trovare delle foto libere – cioè libere di essere rubate – bastava inserire dei codici nella stringa di ricerca e potevi entrare direttamente nelle cartelle di raccolta di backoffice dei siti. Io rubavo foto di siti di elettrodomestici, di frigoriferi, o blog personali, foto di compleanni, di viaggi, di feste aziendali. Questo mi ha portato a suddividere e catalogare queste foto in base ad alcune ossessioni momentanee (cacciatori, uomini con un’alce, foto con la torre di Pisa…) ed è lì che mi sono innamorato di tutto. Poi, dopo aver registrato il dominio di Permanent Food ero terrorizzato, perché ho fatto coming out mandando il tutto a Maurizio Cattelan e a Paola Manfrin da una mail tedesca a cui non era possibile rispondere».

Botanic love by Elia Maldire

Mi chiedo come avvenisse la scelta delle foto per ricreare questo ‘fake permanent food’.
 «Sceglievo immagini che potevano sembrare in qualche modo prodotte da artisti. C’era un catalogo di frigoriferi industriali con still life di oggetti che si ripetevano, potevano sembrare Damien Hirst. Postavo queste che sembravano foto d’autore linkando sotto però la pagina da cui provenivano. Poi la cosa finì lì. Ero spaventato per le ripercussioni che aver rubato tutti i domini di Permanent Food potesse provocare. Poi succede che una sera ero a Berlino e per caso becco Cattelan in coda per entrare in un club e lo fermo e gli spiego di essere quello che aveva rubato il suo sito. All’inizio sembrava un po’ sulle sue, poi durante la serata ho notato che mi cercava e questo mi ha terrorizzato ancora di più: immaginavo già schiere di avvocati con la bava alla bocca o cose così. È passato del tempo e ho conosciuto Paola Manfrin, la quale mi ha spiegato che questo progetto – il mio fake – era stato anche uno dei motivi della chiusura del magazine. Aveva fatto nascere una riflessione sul cartaceo e l’impossibilità di stare dietro al web».

Da qui il passaggio dal sito ai social. «In quel periodo ho iniziato a innamorarmi dei Tumblr, senza averne ancora uno dove postavo. Mi piacevano questi mondi personali e quando è arrivato Instagram ho iniziato a fare la mia galleria. Ho iniziato a lavorare sul mio profilo, i numeri crescevano e poi un giorno mi scrive un ragazzo per farmi notare che il profilo ufficiale di Instagram aveva iniziato a seguirmi. Ero tra i 200 seguiti da Instagram, nel giro di qualche giorno arrivo a 10 mila follower e iniziano a seguirmi anche le riviste di moda. Era divertente perché nonostante un lavoro, uno studio con settanta persone, le conferenze, l’università, quando andavo in vacanza mi chiedevano se fossi ‘l’Armando Bruno di Instagram’. Arrivato a 68mila, una mattina mi sveglio e mi avevano eliminato il profilo. Ero social-mente morto. Era diventato quasi un lavoro, i viaggi erano pensati per fare ricerca e trovare materiale da postare, aveva raggiunto un certo peso nella mia vita. Cerco di recuperarlo contattando Instagram, ma non c’è niente da fare. Allora decido di stampare queste ricerche su cartaceo e spedirle alle persone che avevo conosciuto durante la mia vita Instagram, dandomi delle regole. Spedirle per posta, dodici copie ogni dodici giorni a dodici persone diverse».

Sempre seguendo queste ossessioni dei numeri hai iniziato a produrre Bruto. «Per ogni uscita c’era un tema che mi interessava, gli davo un titolo. La cosa si fa ancora più affascinante di prima. La spedisco alle gallerie e mi richiama Gagosian per ringraziarmi e dirmi che si poteva anche pensare a una mostra su questa storia. Io riprendo vita e continuo costruendo una piccola redazione che mi aiuta a impaginare, stampare, spedire. Dopo un anno di attività un fotografo mi chiede se può creare lui un’uscita, e mi sembra una buona evoluzione, poi un altro ancora e Bruto diventa quello che è oggi. Mi arrivano richieste strane: Riccardo Tisci mi chiede tutte le uscite. Poi arriva una mail di Gucci che mi dice che apriranno questo spazio a Firenze e sarebbero interessati ad avere lì la fanzine. Gliene vendo 12 copie e mi chiamano per una conferenza da loro. Poi mi chiama Marni per avere uno dei fotografi per scattare la campagna di una capsule, mi chiama Redbull per fare una mostra ad Amsterdam. Ho iniziato a produrre dei corti e una sorta di spin-off che si chiama I wanna be a Model, dedicato a questi personaggi che sfruttano gli stilemi del fashion e della fotografia fashion avendo successo su piattaforme digitali».

I temi delle singole uscite possono essere viste come ossessioni o predizioni su cosa funzionerà o meno, sulle ‘previsioni di mercato’. «Mi sono ripromesso che quello che volevo raccontare fosse un’espressione della quotidianità, il senso del quotidiano deve essere presente. Deve esserci un ritratto, dove il soggetto può essere un reietto, un esteta o anche un oggetto – non importa. Ci saranno numeri dedicati a soli oggetti, ma ogni immagine rispetta il codice del ritratto. Ci dev’essere dentro la parte sporca del paradiso. Un’estetica affascinante ma anche un po’ marcia. La qualità estetica non ha mai una cura particolare. Il punto è il soggetto e non la qualità dell’immagine. Forse l’unica eccezione è stato Florian Hetz che crea immagini se vogliamo raffinate, ma sono quasi sempre frutto di un incontro sessuale, contengono fluidi e segni sulla pelle. Florian Hetz è stato il barista del Berghain per quindici anni: unisce un’estetica quasi fiabesca a un background notturno, dark».

Sulla produzione di immagini sei mai intervenuto? «C’è un solo numero fatto da me. Quando Gucci mi ha chiesto di produrre delle uscite ha posto una deadline serratissima e io non avevo niente di pronto. Non avevo nemmeno un fotografo a disposizione per fare il numero di gennaio e quindi ho usato un lavoro del 2013 in cui avevo raccolto degli autoscatti. Adesso ne esce un altro, sempre un vecchio lavoro in cui ho fatto un autoritratto dicendo che ero disperso e ho mandato queste foto in giro per il mondo chiedendo ad amici di appenderli per le città e fotografarli. Ho queste immagini di me, ovunque, da Roma ad Amburgo a Tel Aviv a San Paolo. Volevo che finisse poi nel mio quartiere, nel mio supermercato, sul mio portone».

La tua formazione all’immagine da dove nasce? «Sono figlio di Wolfgang Tillmans, di quella roba lì. Ho cinquanta anni, la fanzine esiste perché negli anni Ottanta avevo due fanzine punk, nella mia testa è nata così perché quella è la cosa che so fare. Allora si viaggiava con le fotocopie, con i ritagli. Scrivevamo i testi, le recensioni dei brani. Il punk era sotterraneo, ma la scena è sempre stata molto viva. Poi c’era Cindy Sherman, che mi seduceva ai tempi. Il cibachrome quando è arrivato mi ricordo che mi aveva sconvolto. Andres Serrano, di cui avevo visto una mostra vietatissima a Roma quando ero molto giovane».

Parliamo del futuro. «Vorrei provare a produrre sempre di più, fare il passo da fanzine a rivista e fare in modo di avere un budget da reinvestire, soprattutto nei video. 
Mi piace anche l’idea di curare una mostra, scegliendo una foto per ogni serie. Che è poi lo stesso metodo che utilizzo per scegliere le copertine, mi rendo conto che hanno una forza diversa, cosa che puoi notare anche dal numero dei like su Instagram». Dopo la svolta perbenista di Tumblr, chissà che la carta non diventi il vero baluardo della libera circolazione delle immagini.


@brutofnzn

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