Chanel Women’s Fall-Winter 2019-2020 Ready-to-Wear collection show took place at Grand Palais, ph. Christophe Archambault. Courtesy Getty Images

Chanel e la neve. Sotto la volta in ferro del Grand Palais è stata ricostruita la via centrale di un paese nelle Alpi, sulla quale le modelle uscivano dalla porta di uno Chalet Gardenia. Il set up per una sfilata di Chanel prevede almeno sei mesi di gestazione – ideazione, progetto e produzione – mi raccontava Eric Pfrunder, art director di Chanel e braccio destro di Karl Lagerfled. Scenografie con budget di decine di milioni di euro, che non possono essere montate o ripensate. Chanel e la neve era previsto ben prima della scomparsa di Lagerfeld – e soltanto ieri mattina, ti accorgevi come il caso ne avesse fatto allegoria: la neve cade e copre, ovatta, tampona, rallenta. Un mondo di neve è un mondo di pace – di silenzio. Un minuto è stato osservato – interrotto dagli altoparlanti: la voce di Lagerfeld era una nemesi e un augurio. (In un momento così, c’era chi doveva fotografare , riprendere in video la platea in ascolto – il direttore di un settimanale italiano seduta in prima fila parlava al telefono). The beat goes on. La neve era il tappeto soffice per le zampe di un gatto bianco. Qui per chi scrive c’è tutto quanto ho visto con Chanel dall’inizio del mio lavoro, in un flash back di soli 12 minuti per un’ultima sfilata.

The Grand Palais has been turned into a wintry village

Mida che trasforma in oro il pop. Saint Simon prima di Proust. Catene, matelassé, perle, nodi, fiocchi come neve – sovra dimensionati attraverso materiali nuovi. Tutti possono vestire Chanel: la dama, la donna, la debuttante, la dilettante. Per un reportage su Vogue America, Lagerfeld ritrasse Cicciolina – avrebbe risposto a un giornalista: «Un po’ di puttaneria c’è in tutte le professioni, prenda la sua come esempio». Anna Chronique, e le fiabe de I vestiti nuovi dell’imperatore di Christian Andersen: il disegno, i colori ad acqua, il rimmel per certe sfumature e il fard per le gradazioni di rosa. La clique di Parigi negli anni Settanta d’inverno. Arturo Lopez, Donna Jordan, Pat Cleveland, Grace Coddington. Le entrate a La Coupole, gli applausi. Trame e orditi, a volte ancora usati a mano. Filati pesanti nascono da un mix di metallo, lana e seta, nastri e nuove materie – sembra fantascienza, futuro di un artigianato in matematica scientifica.

Nel 1933 (non lo so, se questa data sia quella vera) Karl Lagerfeld nacque ad Amburgo, dove il fiume Alster entra nell’Elba e si rompe in un crogiolo di laghi, canali primari e secondari: quando la marea risale dall’oceano, il corso del fiume si inverte e il livello dell’acqua può alzarsi di tre metri. Amburgo era città stato, prima dell’unione tedesca nel 1871 – capitale energetica. L’acqua permetteva la produzione di vapore, i primi motori del secolo scorso. Tutto è fluido per Lagerfeld. I vetri sono bombati, per moltiplicare i giochi di riflessi, come è uso nell’alta Germania fin dagli anni Venti: amplificano i raggi come superfici di gemme. Si è sempre trattato di cercare la luce, le forme dei cristalli. I fili di argento mescolati nell’ordito dei tweed di Chanel portano gli stessi bagliori – all’Elbphilharmonie di Herzog & de Meuron. A sei anni, Karl Lagerfeld si fermò davanti al dipinto che racconta l’incontro tra Federico II di Prussia e Voltaire – ne sarebbe rimasta una frase, di Voltaire: «Se qualcosa ha bisogno di spiegazione, significa che non val la pena di darla».

Chanel Women’s Fall-Winter 2019-2020 Ready-to-Wear collection

A diciassette anni, Lagerfeld vinse un premio insieme a Saint Laurent – poi lavorò per Balmain. Da Jean Patou imparò a non fare mai un abito orribile, perché certamente qualcuno lo avrebbe comprato. Arrivò da Chloé. Nel ’72 iniziò la collaborazione con Fendi, per arrivare nell’’83 a Chanel. «La donna di domani sarà più naturale e più noiosa, mentre l’uomo deve smettere di essere una persona per bene». La little jacket – rivisitata in letterature di bianchi e quanto altro, sulla neve. Jeans e sulla pelle nuda. «Se gli atteggiamenti non sono in armonia con i tempi sono come capelli nella minestra». Il manoscritto originale di Madame Bovary è aperto di fronte a un libro delle Ore per le preghiere di un Benedettino. I ventagli di Lagerfeld sono fogli di carta su cui Mallarmé scrisse dediche a Misia Sert. Le prime edizioni di Sodoma e Gomorra, la biografia di Eduard Manet. Bisanzio e i Ballet Russe. Raymond  Radiguet morì a vent’anni – Cocteau era disperato, disegnò il suo volto unendo le stelle della costellazione di Orione. Le comete e Caterina de’ Medici, in un suo stemma le due C incatenate. La Grande Mademoiselle a capo della fronda contro Anna d’Asburgo. Picasso ridisegna Cranach. Un Settecento mescolato al Biedermeier e ai chiaroscuri di Alfred Stieglitz. È un insieme di tratti neri di matita sugli occhi, di zigomi disegnati, di sensualità – Baptiste Giabiconi in un dipinto di Jacques-Louis David, in un figlio segreto di Madame de Maintenon. Storie composte, per Jacqueline de Ribes che non andava d’accordo con il suocero, furioso per una festa data il 21 di gennaio, giorno di lutto dalla decapitazione di Luigi XVI. La cannella e l’eliotropio – i fiori nei cestini, mai nei vasi. La pasticceria viennese, la musica di Vivaldi e le scarpe di Lobb – i letti a baldacchino. Karl Lagerfeld è stato un intellettuale – ovvero, semplicemente una persona curiosa. Per la casa Chanel, ha cucito camelie in velluto e seta: «L’unica cosa che mi fa letteralmente imbestialire è che le giornate siano così corte».