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Mi torna in mente il primo incontro che ho avuto col lavoro di Cini Boeri: è stato da studente d’architettura che visita la XVII Triennale e scopre un’idea dello spazio di un appartamento non descritto per funzioni (soggiorno, cucina, bagno), ma per stati d’animo (dialogo, sogno, amore). «Fui chiamata a esprimere il mio progetto ideale. Disegnai una casa per due amici, o una coppia o due persone che vivono insieme. Creai due unità che proteggevano l’autonomia degli abitanti, pur nella coabitazione. Senza che i due individui dovessero fondersi assieme e mimetizzarsi l’un l’altro nel concetto tradizionale di famiglia. Separai le due vite quotidiane, dando loro un nome. Proiettai un film dedicato alla coreografa tedesca Pina Bausch, con molti estratti dello spettacolo Kontakthof, dove il teatro-danza esplora luci e ombre del rapporto uomo-donna, la fragilità di questa relazione». Quali furono le reazioni dell’epoca? «Qualche giornale scrisse che ero un killer di matrimoni, altri si congratularono con me per i miei suggerimenti».

Sono 100 anni dalla fondazione del Bauhaus – era il 1919. Se c’è una scuola che ha determinato il modo di immaginare e progettare il mondo nel Novecento è proprio quella fondata da Gropius. Le archistar del momento, i loro progetti arditi, le loro architetture parametriche – se si arriva alla radice, all’essenza delle loro forme, ci si rende conto che non ci siamo allontanati dagli insegnamenti del Bauhaus – anche se magari chi oggi progetta li dà per scontati o forse neppure li conosce. C’è chi è cresciuto nei dettami del Movimento Moderno, magari condividendoli o contestandoli, ma senza potere fare a meno di un confronto. Maestri, io li chiamo così. Uno di questi è Cini Boeri.

Maestra di architettura e di stile, Cini. Quanto è milanese questo appellarsi per vezzeggiativi, come a stemperare l’ufficialità del nome – una confidenza misurata. Mi permetto di chiamarla anch’io così, non per maleducazione, ma per affetto di ammiratore. Cini Boeri è la quintessenza della milanesità. Non le chiedo se è d’accordo, sarebbe poco meneghinole chiedo se nascere e crescere in questa città sia stato determinante per la sua formazione, non solo professionale. «Sono entrata in piazza Sant’Ambrogio da bambina, per mano a mia mamma», mi dice. «Non l’ho più lasciata. Sono cresciuta nella casa di mattoni annessa al complesso della basilica. In seguito mi sono trasferita sull’altro lato, in una casa progettata da Asnago e Vender».

Asnago e Vender sono due autori culto. Poco conosciuti ai più, ammirati da ogni architetto milanese. «Lo studio ha avuto più sedi, in piazza, poi nelle immediate vicinanze e ora in Via Donizetti». Zona Conservatorio, dove non è raro incrociare, fra palazzi neoclassici e corti barocche, edifici progettati da Vico Magistretti o da Luigi Moretti. «Milano è sempre stata la mia città, dove ho studiato, del mio lavoro, dove ho vissuto e vivo tuttora, con la sola parentesi della guerra, durante la quale sono stata sfollata a Gignese, sopra il lago Maggiore. L’elemento caratterizzante, soprattutto nel mestiere del designer, è la sinergia tra progettisti e il grande tessuto produttivo che la circonda».

Non si dichiara l’età di una signora, ma Cini Boeri non ci fa caso. È nata nel 1924, fra un paio di mesi compie 95 anni. Il Novecento lo ha attraversato. Vagheggio di incontri, frequentazioni di artisti, filosofi, persone che si incontravano in quella città. «Giorgio Strehler e Paolo Grassi. Gli artisti – Mirò, Pomodoro, Cascella. Conservo il ricordo di Giangiacomo e Inge Feltrinelli». Era la Milano del dopoguerra, che si ricostruiva e che innovava, portatrice di valori di democrazia ed emancipazione. Sembro pieno di nostalgia per un periodo che per ragioni anagrafiche non ho potuto vivere. Cini se ne accorge. «Oggi, come allora, dipende dalle persone», mi dice. Non è una questione di periodi storici. «Appena dopo la guerra, prima di laurearmi, mi ricordo di professori universitari che continuavano ad impartire nozioni ricolme di retorica. Al tempo stesso c’erano professori come Gio Ponti che insegnavano con poesia ed entusiasmo, incitandoci a utilizzare i colori».

Ricordo una battuta di un architetto sull’impossibilità delle donne di fare architettura, non avendo il senso dell’erezione. Battute da caserma. Di certo al ‘noster politeknik’, per dirla con Carlo Emilio Gadda, era una specie di mosca bianca. Cini conferma. «Tanti uomini e poche donne, sia all’università che nella professione. Al politecnico Vittorio Gregotti era un mio compagno di corso. Dopo la laurea, una breve collaborazione con Gio Ponti, nel suo studio di via Dezza. In seguito, molti anni nello studio Zanuso». Oggi il numero delle studentesse di architettura supera quello degli studenti. «L’importante è avere la possibilità di scegliere la propria strada, senza ostacoli. Il mio consiglio ai futuri architetti è di progettare l’utile, con un significato sociale (se possibile), con responsabilità, ma anche con gioia».

Industrial production PVC lamp, Cini Boeri, cover of the VI issue of the magazine Arteluce, 1968

La lezione del Movimento Moderno che torna. Usando le parole di Giovanni Michelucci, il senso della felicità dell’architetto. Michelucci affermava di essere felice del suo lavoro perché gli dava l’opportunità di parlare con gli operai che realizzavano ciò che aveva pensato, comprendendo cos’era l’impegno, lo sforzo comune, il senso del lavoro collettivo. Chissà cos’era per una donna entrare in un cantiere, in quella specie di regno di uomini, fra muratori, operai, elettricisti. «Quando iniziai a seguire i primi cantieri non avevo grandi conoscenze tecniche, mi affidavo ai pareri e all’esperienza delle maestranze, quasi sempre persone di equilibrio. Mi chiedevano: ‘Architetto, come facciamo questo particolare?’. Io: ‘Lei come lo farebbe?».

 È anche alla generazione di Cini Boeri che dobbiamo la peculiarità di una città come Milano, dove oggi circa il 65% della popolazione femminile ha una occupazione e dove almeno il 45% svolge professioni qualificate. Poche donne ai suoi tempi, vero, ma capaci di fare da apripista. Anna Castelli Ferrieri, Gae Aulenti, Franca Helg, Raffaella Crespi – quest’ultima mia docente di design quando anch’io frequentavo el ‘noster politeknik’. «Anna Castelli Ferrieri con Gardella e Franca Helg con Albini: ricordo che fu quest’ultima a spronarmi ad uscire dallo studio Zanuso, per aprire il mio, così da affrancarmi».

Spicca il volo, progettando case in Sardegna o nel piacentino, palazzi per uffici a Roma, musei a Monza, appartamenti a Manhattan. Per non parlare della vasta produzione di oggetti di design: poltrone, valigie, bicchieri, lampade. Ho una curiosità. «Cerco sempre di progettare il nuovo e l’utile. Cerco di proporre soluzioni che consentano di migliorare la vita dell’utente, sia esso un abitante di una casa o l’utilizzatore di un oggetto». Forse, le dico, è per la scala dei suoi interventi, che è sempre stata contenuta. Mi viene da dire ‘artigianale’. Questo le ha permesso un controllo maggiore sui dettagli. «In parte lo si deve alla collaborazione con gli artigiani, muratori, carpentieri, falegnami. L’importante è non perdere di vista l’insieme in favore dei dettagli».

Fermo restando che si è affezionati a tutto quello che si è fatto nella professione, crede esistano oggetti e progetti che meglio la rappresentino e, al contrario, dei ‘fallimenti’ – o progetti e oggetti ‘irrisolti’? «Non sarebbe onesto sostenere il contrario. Un progetto di architettura importante per me è la Casa Bunker, costruita per la mia famiglia in riva al mare sull’isola de La Maddalena. Una casa con quattro stanze, ognuna con la sua uscita verso il mare e uno spazio comune centrale che le unisce. Parlando di design sceglierei il Serpentone, un divano in schiuma poliuretanica, flessibile, da vendere a metri. Proprio questo progetto è uno di quelli irrisolti, perché non si è mai riuscito a trovare il materiale adatto a realizzarlo, che garantisca morbidezza e solidità allo stesso tempo».

«Mi è stato chiesto di partecipare all’ultima edizione di Prada Invites, per la quale ho progettato una borsa modificabile e personalizzabile dall’utente, tramite alcuni accessori. Ripeto: un oggetto deve comunicare la sua funzione – una funzione utile». Parliamo del più e del meno. A un certo punto accenno a The Challenge, la prima mostra dedicata all’architettura che si sta inaugurando negli spazi dell’Armani/Silos. Una mostra sulla carriera di Tadao Ando, l’architetto che più si avvicina con le sue forme e la sua filosofia al minimalismo e allo stile di Armani. «Bisogna essere curiosi, così si impara. Oltre a lavorare per il committente mi piace proporre. Il mio studio continua a vivere anche proponendo». Già. Lo studio Boeri è in piena attività. Lo è da 55 anni, grazie ai giovani architetti che hanno collaborato e tutt’ora collaborano.

Stare in mezzo ai giovani non è mai stato un problema, per Cini Boeri. È madre di tre figli, il più grande giornalista, il più piccolo economista, quello in mezzo architetto. «Sono orgogliosa, amo tutti e tre, le loro famiglie. Sandro è fantasioso e distratto. Tito serio e risoluto». Stefano?, chiedo con malizia. Che ne pensa l’architetto Boeri dell’architetto Boeri? «Stefano ha dichiarato di voler fare l’architetto già da bambino. È bravo, a mio parere».