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È facile tu sia una donna, tra i venti e i quaranta anni. Sei in taxi e lo vedi la prima volta su un cartellone vicino all’aeroporto, in uno spot al cinema prima che il film cominci. Lo osservi addosso a un’attrice, su una rivista che non ti interessa, prima dell’imbarco e una settimana dopo in sala d’attesa dall’oculista – fino a qui, niente, lo hai notato certo, ma non ne percepisci l’esistenza – nonostante le lettere che ne formano la parola abbiano un suono nelle orecchie.

Lo vedi su un giornale che hai comprato in edicola, perché quel giornale tu lo rispetti e ne hai quasi timore – alzi il ciglio. Cominci a riconoscerlo al braccio di chi ti muove simpatia o invidia, mentre sta parlando a qualcuno con cui vorresti parlare tu – no, non ce l’hanno tutte le ragazzine stupide a cui ti senti superiore. All’opposto, lo ritrovi al polso di un’amica di tua madre che chiami signora, e che te lo fa provare. Quando lo scopri sui maschi significa che il processo è a buon punto: prima sull’amico gay con cui non riuscirai ad andare a letto – ma lo vedi virile, addosso anche a quel ragazzo con cui sai che prima o poi a letto ci finirai. Il tuo ciglio alzato, la bocca sospesa – e tu che pensavi fosse solo una moda trascurabile.

Succede con un chiodo di pelle di Saint Laurent così come successe una volta con un Barbour e a Milano con una giacca di Aspesi, con un trench di Burberry – come capitava l’anno scorso con una sneacker colorata di Balenciaga. Si tratta di fenomenologia della moda, in questa nostra civiltà del consumo da Los Angeles a Tokyo – escludi il Pacifico perché non esistono città sull’acqua. Quando succede con un gioiello, l’effetto raggiunge la sua potenza. Il prezzo deve essere alto, non inarrivabile, cinque mila euro possiamo ipotizzare. Con i gioielli si gioca più facile – Cartier gioca la partita.

Rings Clash de Cartier

La casa rimasta solida nel suo posizionamento superando l’epoca quasi conclusa di bolla digitale. Non si è democratizzata troppo coinvolgendo ragazzi popolari in pose sexy per divismi in autoscatti autocompiaciuti – e oggi, prova ne viene, di fronte ai competitor, Cartier si pone in supremazia, benchmark per vendita e percepito. Quando un brand è solido e coerente, succede che la direzione operativa ne voglia sfruttare la forza – trattandosi di aziende, lo scopo rimane il profitto: nei negozi arrivano gioielli dedicati alla gente, appunto, come dicevamo, con prezzi accessibili. Cartier – nel cuore, al compleanno, a Natale, alla laurea – ai più non sembra vero poter regalarlo o riceverlo, e quella scatola rossa con la ghirlanda dorata suscita battiti, vanità e gratitudini che valgono una citazione sulla duchessa di Windsor e i dollari spesi. Fino a oggi, abile a questo ragionamento è stato il Love, una manetta in oro che si può aprire con una apposita vite, simbolo di saldatura affettiva – al braccio delle ragazze viziate ne conti tre o quattro, nonostante in amore l’appartenenza si supponga per uno solo soltanto. Love ha segnato il suo turno e continuerà a farlo ancora – e i giochi di squadra funzionato, in ogni partita.

Gioielli e design: Clash de Cartier entra in campo in questo torneo di desiderio e possesso che se vogliamo potrebbe porre sotto domanda i capisaldi di tutta questa nostra civiltà (ma lasciamo ad altri spazi le divagazioni). Il Clash è il nuovo segno per Cartier, asso di punta, scelto dopo non potremo mai sapere quanti studi, ricerche, prove di mercato. Un segno che recupera elementi delle collezioni, accorpandoli tra loro appunto in un clash, in uno scontro, come una cotta d’amore in un disegno di Daniele Desperati: le sfere, che piccole, apparivano in zaffiri cabochon su un anello per Daisy Fellowes negli anni Venti; borchie a base ritonda, come coni dadaisti ripresi per Picot dei primi del Duemila; le piramidi che segnavano gli angoli dell’orologio quadrato da viaggio del 1928. Sono elementi geometrici, coni, piramidi e sfere, che si si accorpano con violenza di oro e fuoco per dare vita a un binario: una catena medioevale per sorreggere un ponte levatoio, per non perdere un’ancora in mare, per difendere Andromeda nel mito greco – una catena in ogni caso, simbolo di tensione e unione, legame che dà forza e tiene la base e il ritorno – questo è il Clash di Cartier, come una frase che di Withney Houston ripeteva in rhythm & blues it would take an eternity to break us, and the chain of Amistad couldn’t hold us – il brano tolava My Love is Your Love, niente a caso.

La poetica dello scontro per il Clash – possiamo azzardare il livello letterario per questa dedica a Cartier, senza imbarazzo di piaggeria, chissenefrega. Gli opposti si attraggono, dicevano e dicevamo – sotto le volte, al piano terreno del palazzo della Conciergerie dove Maria Antonietta fu imprigionata prima della ghigliottina, un tavolo per trecento è stato disposto in lunghezza, tra fiori rossi e ribes come coralli o rubini pieni di sangue. La regina saliva verso il patibolo, Billy Idol sul palco. Monica Bellucci contro Sofia Coppola, Tilda Swinton contro Beth Ditto – lo scontro non di guerra, ma di posti a tavola, una di fronte all’altra. Jake Gyllenhaal vs. Rami Malek. Un sorso di tè contro una coppa di champagne, Beethoven contro i Sex Pistols. Un libro sugli intarsi Piqué, tartaruga e madreperla, contro i vinili che non suonano più ma che continuano a segnare il punto finale.