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L’operazione Big Bazar, il maxi sequestro dello scorso aprile a La Spezia in cui sono stati intercettati abiti e profumi falsi per oltre un milione di euro, riporta attuale il tema della contraffazione: i produttori di fragranze insistono affinché sia riconosciuto anche ai profumi il diritto d’autore. Il problema dei falsi affligge da decenni il comparto ed è arrivato a lambire anche la profumeria di nicchia o artistica. Se un tempo il canale principale erano i venditori ambulanti, oggi il pericolo si moltiplica online.

L’Italia è al secondo posto tra le nazioni più colpite: da noi arriva il 15% della merce falsa prodotta nel mondo (che per il 63,2% proviene dalla Cina). Il giro d’affari mondiale equivale al 2,5% delle importazioni, circa cinquecento miliardi di dollari. Renato Ancorotti, presidente di Cosmetica Italia, sottolinea: «I riflessi sono sia sull’occupazione sia sul gettito fiscale. Senza contare che si tratta  di prodotti non testati, con tutto ciò che questo comporta in termini di sicurezza». Il danno all’economia nazionale è quantificato in 88mila posti di lavoro persi e, per lo Stato, in un ammanco annuale di oltre dieci miliardi sul fronte delle entrate.

La considerazione del profumo quale opera dell’ingegno tutelabile tramite copyright è controversa. I profumi stati protetti a lungo grazie al segreto industriale, ma il recente obbligo di indicare gli ingredienti in etichetta ha spinto verso forme di tutela alternative. Si definisce il brevetto, che con la protezione porta un difetto: non solo costringe a divulgare gli ingredienti, ma anche la modalità di preparazione e la formulazione chimica – oltre a patire anche il profilo temporale, considerando che dura al massimo vent’anni. Per l’industria profumiera sono pochi: Chanel ha lanciato il No 5 quasi un secolo fa, nel 1921.

Alcuni casi relativamente recenti stimolano a ragionare. In Olanda, nel 2006, l’Alta Corte ha riconosciuto ai profumi lo status di opera dell’ingegno: lo ha fatto quando Lancôme ha citato in giudizio Kecofa, accusata di aver messo in commercio un profumo troppo simile a Trésor. Nella sentenza, il concetto di fragranza del profumo è stato distinto dalla formulazione chimica e dal liquido che la contiene. Un po’ come un libro: l’oggetto fisico in sé non è tutelabile, il suo contenuto sì. L’imitazione – in altre parole – non passa per il semplice utilizzo degli stessi ingredienti, ma per il fatto che due fragranze così simili da apparire indistinguibili. Fu perciò accolta la domanda basata sulla ‘tutela autoriale’, in cui si paragona un profumo a un’opera dell’ingegno, la cui originalità va quindi tutelata.

Una sentenza analoga è del 2009, quando il Tribunale di Grande Istanza di Parigi diede ragione a L’Oréal, che aveva citato la società belga Bellure, produttrice di profumi a basso costo che imitavano (in maniera esplicita, anche nei flaconi) quelli di altre aziende. Per la vendita, aveva cataloghi con liste che associavano ciascuno dei suoi profumi alle fragranze, ben più note, della multinazionale, che erano definite ‘fonte d’ispirazione’. Risultato: un congruo risarcimento a L’Oréal, alla quale fu anche riconosciuto il cosiddetto ‘diritto di inibitoria’ per l’utilizzo in pubblicità comparativa. In definitiva, un caso di plagio e di marketing illegale, più che di tutela. Vale però la pena di notare in quale modo la corte abbia motivato la sentenza di condanna: pose l’accento sul fatto che i profumi sono opera dell’intelletto, frutto dell’attività di ricerca sensoriale e di espressione del suo autore. Nonostante affermasse ciò anche la legge, la Corte sentenziò: ‘Il codice francese sul copyright non fa un elenco esatto ed esaustivo delle professioni che meritano di essere protette e neppure esclude che esistano anche quelle che producono beni percepibili con l’olfatto. Un profumo può essere un’opera d’intelletto e perciò, se è originale, merita di essere protetto dal diritto d’autore’.

Era andato in direzione contraria il caso che aveva opposto la creatrice di profumi Nejla Bsiri Barbir all’azienda tedesca Haarmann & Reimer. Licenziata nel 1999 nell’ambito di una riduzione del personale, la professionista aveva chiesto di continuare comunque a ricevere i compensi derivanti dalle vendite del profumo Dune di Dior, alla cui formulazione ella stessa aveva contribuito. Una volta ricevuta risposta negativa, intentò causa senza ottenere nulla di quanto chiesto: era il 2006 e la Corte di Cassazione francese ritenne che un profumo fosse la pura messa in pratica di conoscenze tecniche, senza particolari collegamenti con la personalità dell’ideatore. In altre parole, una sentenza che avvicina il creatore di profumi a un artigiano o a un chimico piuttosto che a un artista. Con queste premesse, fu negata alla fragranza l’identità di opera dell’intelletto e dunque la protezione ai sensi del diritto d’autore.

Masclet Daniel, Quelques Fleurs, 1927

Postilla: Il marchio olfattivo

Una strada alternativa rispetto al diritto d’autore è la registrazione di un marchio olfattivo: il primo è stato concesso negli USA il 19 settembre 1990 per ‘una fragranza fresca, floreale che ricorda i fiori di mimosa’, profumazione utilizzata da un’azienda per differenziare il suo filo per ricamo da quello, comune, per cucire. L’ordinamento statunitense conferisce la possibilità di registrare un odore quando abbia la sola funzione di identificare e distinguere un marchio. Qualche anno dopo, in Europa, le autorità ebbero a che fare con un caso singolare. Era infatti il 1996 quando la società belga Woerden presentò richiesta per connotare le sue palline da tennis con un profumo particolare: ‘the smell of fresh cut grass’, cioè l’odore di erba appena tagliata. La direttiva europea era inequivocabile: un profumo può essere registrato come marchio olfattivo, solo se può essere disegnato in modo chiaro. In questo caso era impossibile: ‘odore di erba appena tagliata’ è infatti una descrizione, non una rappresentazione. La registrazione fu però concessa, nonostante l’Ufficio dell’Unione Europea per la Proprietà Intellettuale ritenesse che la rappresentazione grafica della fragranza fosse carente e visivamente non percepibile in modo univoco e oggettivo.

Il 2015 segna l’entrata in vigore del Regolamento 2424/2015 (in Italia è stato attuato con il Decreto Legislativo del 20 febbraio 2019, n. 15) che permette di registrare marchi olfattivi anche se non sono rappresentabili in forma grafica: ‘il marchio dovrebbe poter essere rappresentato in qualsiasi forma idonea utilizzando la tecnologia generalmente disponibile, e quindi non necessariamente mediante strumenti grafici, purché la rappresentazione sia chiara, precisa, autonoma, facilmente accessibile, intellegibile, durevole e obiettiva’. Questo procedimento può essere applicato anche per gli odori – i profumi.


Si ringraziano Avv. Laura Orlando e Avv. Spartak Kodra dello studio legale Herbert Smith Freehills (Milano)