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Cristina Celestino presenta tredici progetti a questa edizione del Salone del Mobile e del Fuorisalone. Dopo la laurea in architettura allo IUAV di Venezia, ha iniziato a mettere insieme una sua collezione di oggetti design, acquistando nei mercatini e poi nelle aste lampade e pezzi italiani: «Ho smesso di accumulare oggetti da qualche anno, per ragioni di spazio».

L’immaginario degli anni Settanta torna nell’installazione di via Solari che la designer ha realizzato per Fendi, con la direzione di Silvia Venturini Fendi, Back Home – gli interni di una casa borghese romana. La costante è il pequin – il motivo introdotto da Fendi nel 1987 che la Celestino è stata chiamata a rivisitare. Un atteggiamento maschile che si può dire inedito nel percorso di Celestino: specchiere e lampade che rivelano forme ispirate ai gemelli da polso, mobili che si rifanno all’Art Déco, forme geometriche, curve e linee verticali: «Ho avuto libertà di azione, nonostante si trattasse di lavorare su un motivo – il pequin –  iconico della Casa. Mi sono occupata della progettazione dei pezzi e degli allestimenti, richiamando il design di Willy Rizzo e di Luigi Moretti». Era il 2016 quando prese forma la precedente e prima collaborazione tra Celestino e Fendi, in occasione di Design Miami. «Mi contattarono perché li aveva colpiti l’uso che faccio del colore, la combinazione della tradizione con aspetti contemporanei e ironici, i materiali, texture e finiture. Mi ricordo un briefing soltanto –una ideale lounge replicabile nelle boutique del mondo – poi già allora, libertà totale».

Un passo indietro: Cristina Celestino si trasferì a Milano nel 2010, dove iniziò a lavorare da Sawaya & Moroni. «Vivere il clima di pre-salone nel generale subbuglio della città – tra fornitori e giornalisti – mi ha entusiasmato e mi ha convinta a passare dal collezionare oggetti al disegnarne di nuovi», racconta a proposito del suo esordio, avvenuto due anni dopo al Salone Satellite: «Si partecipa presentando oggetti autoprodotti. Ho avuto un riscontro positivo dalla stampa e un inatteso successo commerciale: magazzini francesi e americani hanno iniziato a ordinare le mie creazioni». Dal produrre piccoli pezzi in autonomia ha poi iniziato a lavorare per le aziende seguendo un briefing, poi l’approdo alla direzione creativa di BottegaNove: «Ho lavorato con loro dal 2015 al 2017 – una realtà artigiana che riforniva aziende di Sassuolo. Ho curato la definizione dell’identità aziendale dal logo al catalogo».

The Happy Room, Cristina Celestino for Fendi, 2016

Nasce con BottegaNove il pannello Plumage: «Si rifà al tema del piumaggio degli uccelli. Ho potuto esaltare le potenzialità di ceramica e terracotta, lavorando con tessere tridimensionale non riproducibili dalle realtà industriali e altamente decorate. Lavorare su una piuma, che negli uccelli può avere mille colori e sfumature, è stata l’occasione di provare le capacità della manifattura – dalla decorazione a mano all’utilizzo degli smalti». Oltre a creare pezzi ex novo, Cristina ha rivisitato oggetti già in catalogo, come Clinker. «Ho attinto da mosaici che loro già producevano, ma li ho proposti con colorazioni e modalità di posa diverse. Il nome è un omaggio all’architettura milanese, mi sono ispirata alle mattonelle in clinker degli edifici di Gio Ponti».  

Altra occasione di sperimentazione sui materiali e di reinterpretazione di un heritage è stata la collaborazione, tuttora in corso, con la Fornace Brioni. «Si tratta di una realtà più strutturata rispetto a BottegaNove. Ho rivisitato il tema del cotto – considerato da molti come rustico e tradizionale – dandogli un connotato contemporaneo. Il mio riferimento della prima collezione è stato il giardino all’italiana: ho riprodotto geometrie nella disposizione delle piastrelle e lavorato con i colori del cotto – mixando il cotto rosato e il cotto grigio, lavorando sul lucido e opaco. Ho utilizzato il cotto variegato, materiale dell’edilizia storica lombarda utilizzato anche da altre fornaci, ma solo nell’ambito del restauro. Io lo trovo contemporaneo».

Ricorre spesso la parola Milano nella conversazione. «Milano è il luogo dove stare per fare il mio lavoro, qui è iniziato tutto. È una città dalla bellezza silenziosa, non a caso il quadrilatero del silenzio è uno dei luoghi della città che preferisco, insieme alla rotonda della Besana – la poeticità di un prato recintato nel bel mezzo del traffico. La natura è per me fonte di ispirazione, sono cresciuta in campagna – in un paesino vicino a San Vito al Tagliamento. Provengo da un contesto che non ha niente a che fare con l’ambito creativo. Questo mi ha poi aiutata a muovermi senza schemi. Anche il fatto che ho studiato architettura e non design mi rende più libera quando devo cercare i miei riferimenti».


cristinacelestino.com/attico

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salonemilano.it

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