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Una mostra a Piacenza e un progetto portato avanti da Dimore Studio – ma partiamo dalla fine e lasciamo ad altre riviste di settore le informazioni promozionali. Ritroviamo la fotografia di una donna con il volto nascosto dietro gli occhiali da sole, in testa un cappello dalle larghe falde. All’apparenza vezzosa. Nell’immagine, Gabriella Crespi ha novantacinque anni. Ha attraversato il Novecento, ne ha assorbito ogni stilla. Aveva fatto del silenzio la sua scelta di vita, come ci racconta il suo ultimo intervistatore. A quell’età, con quello che aveva dato e preso dal mondo, sapeva guardare oltre. Un’esistenza, la sua, per dirla all’americana, larger than life. Aveva conosciuto il jet set internazionale, da Grace Kelly alla famiglia Onassis, le sue opere erano nelle residenze dello scià di Persia o in quelle della famiglia Rothschild. Nel 2008 – di anni Gabriella ne ha ottantaquattro – Stella McCartney le chiede di realizzare per lei una riedizione limitata di alcuni suoi gioielli creati oltre trent’anni prima.

Designer e donna. Ci voleva la nona edizione del Triennale Design Museum, intitolata W. Women in Design, nel 2016, per mettere una pezza a una storia del disegno industriale forse troppo maschiocentrica. Il desiderio di tracciare una storia del design italiano al femminile era dovuto, anche se forse rischava di costringere in un ghetto l’opera di queste progettiste. Non ho mai creduto in una letteratura femminile – come se certi temi o certe forme espressive possano appartenere di diritto solo al ‘gentil sesso’ – ma mi sono sempre affidato a una letteratura scritta da donne – dove è il portato della propria esperienza che fa la qualità dell’autrice – altrettanto non credo in un design femminile. Credo nel design. Spesso, molto più spesso di quanto si creda, fatto da donne. Stiamo parlando di autrici di grande levatura – Anna Castelli Ferrieri, Cini Boeri, Raffaella Crespi (che fu mia docente al Politecnico). Ecco, nella esposizione del 2016 finalmente anche Gabriella entra in Triennale, con due suoi pezzi, quasi come tardivo risarcimento della critica militante. D’altronde, con Gio Ponti in vita, di lei su Domus non si parlò mai. Com’è stato possibile?

Forse lo è stato anche perché proprio quando il design italiano stava ripensando in maniera critica alla sua stagione più luminosa, quella esplosa col boom economico, proprio quando stava per storicizzare il suo passato prossimo, una delle sue protagoniste scomparve dalle cronache, come a volersi far dimenticare. Ha sessantacinque anni Gabriella, quando, al culmine del suo successo professionale, zaino in spalla, decide di intraprendere un viaggio interiore alle pendici dell’Himalaya. Per vent’anni vive in India seguendo gli insegnamenti del suo maestro spirituale Sri Munaraji. Atto di coraggio estremo, atto di fede, atto di crescita spirituale. Dimostrazione del suo animo inquieto, della sua indipendenza.

La sua è una vita combattuta da sempre fra cielo e terra. Fra concretezza e spiritualità. Duale fin dalle professioni dei suoi genitori, un ingegnere meccanico e una disegnatrice di gioielli. Figlia della meglio borghesia, studentessa del Politecnico in anni dove ci si conosce tutti e le donne si contano sulle dita di una mano (in quegli stessi anni, in quelle aule, gira un’altra mosca bianca: Cini Boeri), moglie di Giuseppe Maria Crespi, in pratica l’imprenditoria lombarda alla sua massima espressione: lungimirante, dinamica, colta (e comproprietaria del Corriere). Madre di due figli, vista da fuori, con gli occhi del popolo, una donna realizzata. Non per i suoi occhi. Fugge dalle costrizioni familiari, più e più volte, ma, come al solito il marito ‘la ritrova sempre’. Inizia a disegnare i suoi oggetti in una città dove i migliori industrial designer stanno dando forma al gusto di una nazione. Eppure la swinging Milano del boom economico le sta stretta. Abbandona il marito, porta con sé i figli a Roma. È il 1964, Gabriella ha quarantadue anni ed è bellissima. Lo vedo dalle fotografie che sto consultando. Luminosa come la città che l’accoglie. Cerca artigiani dai saperi antichi e con loro inizia un percorso di ideazione e produzione di oggetti unici. Lussuosi non per i materiali usati, ma per la preziosità del disegno e della esecuzione. È il giusto mezzo fra arte, che per sua natura produce pezzi unici, e design, che per sua filosofia cerca la replicabilità.

Christian Dior la vuole a Parigi. Collabora con la Maison fino a tutti gli anni Settanta. Progetta e viaggia. Ginevra, New York, Hong Kong. È una delle rare donne occidentali che riesce ad entrare in Cina negli anni Settanta e forse l’unica che riesce a portare con sé, al suo ritorno, stuoie vegetali con le quali rivestire casa sua. È il 1968 quando presenta a Dallas il prototipo del suo primo Plurimo. Il nome lo ruba scherzosamente da Emilio Vedova. D’altronde ogni opera di Gabriella è sempre in dialogo con l’arte, che sia del presente o del passato. I Plurimi sono mobili mutaforme, volumi metamorfici che mutano nello spazio mutando lo spazio stesso. Tavoli che si allungano, si diramano, si evolvono. Per tutti gli anni settanta Gabriella progetta e produce paralumi componibili, sedie che diventano letti, librerie che si fanno pareti. Realizza sculture in bronzo usando la tecnica della cera persa, intrappola il sorgere del sole nel bamboo, e lo trasforma in vassoio, tavolo, culla. Si rivolge poi alla luna, come simbolo cosmico. La plasma in forma di lampada d’acciaio, poi in scultura di pietra incisa, anticipando di vent’anni le pietre sonore di Pinuccio Sciola.

Se c’è qualcuno che ha saputo al meglio esprimere attraverso le sue opere il sentimento di un’epoca – gli anni Settanta – e di un luogo – Roma – forse è proprio Gabriella Crespi. Ha casa e show room a Palazzo Cenci (dove, a suo dire, coabitava con il fantasma di Beatrice Cenci) e dove la vengono a trovare i rampolli dell’aristocrazia capitolina, i Ruspoli, gli Aldobrandini, i Borromeo. Senza abbandonare Milano, dove apre uno spazio in via Montenapoleone. Trent’anni d’attività indefessa, oltre duemila fra prototipi, modelli, realizzazioni, pezzi unici, pubblicati sulle riviste internazionali.

Non so quante vite abbia vissuto, non so quante ancora le tocchino. Noi da qui, possiamo cercare la sua opera, quella messa in mostra a Piacenza in questi giorni nella chiesa di Sant’Agostino, spazio sacro convertito a galleria d’arte moderna dalla gallerista Enrica de Micheli, oppure quella custodita con amore dalla figlia Elisabetta, a lungo sua collaboratrice e curatrice della prima retrospettiva dedicata alla madre nel 2011 a Palazzo Reale. Cercarla, per (ri)conoscere i bagliori luminescenti di un’anima bella e inquieta.


Volumnia – Ex chiesa di Sant’Agostino

Dal 07 Aprile 2019 al 05 Maggio 2019

Stradone Farnese, 33, Piacenza

gabriellacrespi.it


Dimore Gallery

Gabriella Crespi, Visioni

Milan design week, 9 – 14 aprile

Via Solferino, 11


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Testo di Michela Tamburrino

Una delle poche donne architetto nell’Italia dei primi anni Quaranta, Gabriella Crespi ha il gusto per il bello ereditato dalla madre Emma Caimi Pellini, designer di gioielli per l’haute couture parigina ed è solida quanto suo padre, ingegnere meccanico. Cresce nel bello e nel bene, generosa, riservata, spalancata per quanto concerne le pulsioni dell’anima. Studia le Corbusier e Frank Lloyd Wright, sposa Giuseppe Maria Crespi, di ricca famiglia lombarda, imprenditoria tessile, comproprietaria del Corriere della Sera. Ha due figli. Quel marito importante la fa soffrire, tanto da portarla a fuggire più volte, «ma lui la ritrovava sempre». Nel 1957 inizia a lavorare. È il tempo del boom per il design Italiano quando Gabriella disegna e disegna. È il tempo della Triennale, le industrie, le riviste, Albini, Giò Ponti. Il buon gusto è qualcosa di tattile a Milano negli anni Cinquanta, le vecchie famiglie solide fanno tappa nel salotto Crespi in via Cernaia: i Corneggia, i Castelbarco, i Modiano. I viaggi – Chicago, New York, un vortice continuo.

Tutto adatto, giusto come un twinset. Gabriella spariglia: si separa e con i figli va a Roma nel 1964. Roma è bella nel ’64: quella luce, l’armonia e l’equilibrio tra gli spazi, il dentro e il fuori, il corpo e l’anima, i palazzi e gli arredi. Costruisce un suo humus. All’interno, crea. I migliori artigiani sono i suoi, sempre gli stessi. I materiali più preziosi li mette al servizio dell’inventiva famelica che non l’abbandona mai. Non c’è riposo e non c’è banalità d’intenti. Da questo fuoco escono mobili quotidiani e multifunzionali, tavolini assemblabili, paralumi componibili, sedie che diventano posti letto, librerie che possono rivelarsi divisori per camere. Sceglie materiali poveri che siano industriali e li piega al suo volere: ottone dorato, acciaio inox, chiamati a farsi un tutt’uno con vetro, legno, marmo. La produzione di massa non le interessa, vuole oggetti unici mentre colleziona arte antica e suggestioni da altri continenti, studia sistemi intelligenti dell’abitare, una ricerca antistorica d’avanguardia che conquista il mondo.

I suoi pezzi raggiungono le residenze dello Scià di Persia. L’armatore George Livanos, Grace Kelly, i Rothschild, gli Onassis, i Niarchos sono i suoi clienti. Christian Dior la vuole a Parigi. Dallas, New York, Hong Kong, Ginevra, feste, vita bella. Una delle poche donne che nel 1973 riesce a entrare in Cina e una delle pochissime che da lì riesce a esportare stuoie di fibre vegetali con le quali riveste l’appartamento di Milano, il più fotografato dell’epoca. Apertura al nuovo, sì. Gabriella è dura, selettiva con un fiuto quasi animale per le persone che non vanno bene, identificate in coloro che cercano di copiare i suoi modelli «Quando capiva che c’era gente arrivata per indagare la buttava fuori – ricorda la figlia Elisabetta – una volta ci fu un grande sequestro di pezzi falsificati da un nostro fattorino. La cosa la fece soffrire. Diceva che in questo modo si sviliva il suo marchio». A Palazzo Cenci a Roma c’era il quartier generale, abitazione e show room perché fosse tutto in armonia – lavoro, figli, ospiti. Vede piazza delle Cinque Lune dai rimandi esoterici e s’innamora della luna.

Crede al trascendente, al non spiegato. Convinta che lo spirito di Beatrice Cenci, alla cui famiglia il palazzo era dedicato, aleggiasse in piena tranquillità. È lì che nasce la sua opera preferita, My Soul, una scultura che è un po’ la sua anima, una testa in bronzo che punta verso l’alto con uno slancio vitale, come a uscire dall’angoscia oppressiva del dopo. L’aristocrazia la corteggia e Gabriella riceve in terrazzo attorno a un tavolo di sua produzione, un monolite di marmo che nessuno ha più potuto togliere di lì. Claudia Ruspoli, Selvaggia Borromeo, gli Aldobrandini, Mario D’Urso – Giancarlo Menotti, l’ideatore del Festival di Spoleto, un musicista dal carattere particolare al quale era legata. Gabriella Crespi e Laura Vallarino Gancia, ambasciatrice in Europa per i rapporti con il Dalai Lama erano accomunate da una propensione per la spiritualità che le avrebbe tenute amiche per sempre.

Gabriella guarda alla sua infanzia in Toscana: un senso d’irrisolto la pervade senza possibilità d’essere placato – ci sono urgenze che dovranno essere soddisfatte ma non è ancora tempo. Nel 1973 apre uno spazio e poi un altro a Milano, in via Montenapoleone. È il suo momento d’oro. Gabriella crea senza seguire le mode, detesta gli studi, sottopone le maestranze a tour de force al limite del possibile, un prototipo in una notte, proposte sofisticate che non sono rivolte a un pubblico ampio. Il segreto della bellezza posto in forma d’oggetto è il mistero: il mai disvelarsi completamente pur conservando una semplicità di forme pulite. Ne è un esempio Rise in sun, il sole nascente di un bambù che proietta i suoi raggi a ventaglio e li spinge verso l’infinito. In trent’anni d’attività ha creato più di duemila modelli, sculture in bronzo, anche, realizzate con procedimento a cera persa.

Tanto lavoro forsennato, ma l’amore? Possibile che l’argomento sia stato archiviato e che contempli solo un matrimonio risolto presto? No. Forse l’amore non è nel suo destino. «Quello che cercava era qualcosa che non ha mai trovato. Una grande sofferenza, si gettava in situazioni che poi non l’accontentavano. Sceglieva uomini non facili e questo complicava le cose. Manteneva aperti i rapporti d’affetto. Ricordo sempre mio padre con noi, la sua presenza era costante, con la seconda famiglia che nel frattempo si era costruito. Ritorno volentieri con la memoria ai Natali passati tutti insieme come una grande tribù, quando mia madre tornava dall’India, una tribù d’affetti ampi con tanti bambini e mia madre al centro» – a raccontare è la figlia, Elisabetta. Le giornate insieme, Gabriella vestiva in modo naturale e disinvolto. Amava i cappelli, si era costretta ad amarli, una passione lenta, iniziata con una terribile nevralgia del trigemino. Ne aveva una collezione enorme di tutte le fogge, come di mantelle e di accessori che fungevano da gioco. Trent’anni consacrati al lavoro, il mondo ai suoi piedi. È a quel punto che Gabriella Crespi dice basta. Oramai quella bella ispirazione che le arriva dai movimenti del cosmo, diventa troppo poco per vivere. L’anno della svolta segna il 1987. Parte per l’India dove cerca ciò che fin da piccola le impedisce di essere felice, l’incontro con l’essenza, il vero perché.

A sessantacinque anni e zaino in spalla comincia la sua nuova avventura, una ricerca di infinito che la porterà a vivere l’esperienza del risveglio della Kundalini. Un dolore per sua figlia Elisabetta, la vestale che ha conservato intatto il senso di quel viaggio spietato, ineludibile come le istanze che lo imponevano: «Per vent’anni tornava da noi una volta l’anno. Tornava con un’altra personalità; una ragazzina innamorata della sua vita. Ogni volta che l’accompagnavo all’aeroporto vedevo una ventenne che parte per il posto più bello del mondo. Aveva dei diari nei quali appuntava meticolosamente quello che le accadeva e aveva scoperto che si può comunicare anche attraverso il silenzio. Proprio dai diari del suo viaggio spirituale ha tratto un libro, Ricerca di Infinito, Himalaya. Si è messa di fronte a prove di non facile superamento. Il dissidio con la Kundalini ha accompagnato tutta la sua esistenza permeata di un malessere quasi fisico oltre che psichico».

Quando decide, Gabriella non si volta più indietro. Prosegue il suo percorso. Un ritorno a casa le è fatale. Nel 2006 ha ottantacinque anni, un facchino la investe, Gabriella si rompe una gamba ma è più complicato del previsto. Non riuscirà mai più a ripartire. Un dolore che sopporta grazie al lavoro su se stessa. Ha riempito il suo terrazzo di piante come fosse una giungla tropicale, un pezzo di India per farsi del male, e ha ripreso il suo lavoro che incanta ancora una volta tutti coloro che ne possono godere. Stella McCartney le chiede una riedizione limitata dei suoi gioielli anni Settanta. Gabriella accetta a patto che il ricavato sia devoluto all’ospedale fondato in Himalaya dal suo maestro spirituale, Sri Muniraji.

È morta a novantacinque anni. «Mangiava pochissimo fin da giovane – dice la figlia – però beveva enormi quantità di cranberry. Solo quello. Adorava le caramelle lettoni che le portava una amica devota nativa di laggiù. Mia madre adorava contornarsi di ragazzi ai quali trasmetteva il suo sapere e la sua vitalità». Il suo mondo di grazia, talento e leggerezza è stato descritto nella mostra a Palazzo Reale di Milano e curata da Cesare Cunaccia con Elisabetta Crespi. È proprio Cunaccia che la conosceva bene, a restituire la sua storia: «Il percorso creativo di Gabriella Crespi non è altro che un’impellenza dell’anima, è un moto catartico, necessario. Non si possono capire appieno le sue opere senza confrontarsi con il dissidio personale che l’ha governata e con la ricomposizione dell’armonia interiore. Solo così si può comprendere la duplice valenza del suo lavoro. Gabriella era una sfinge con improvvisi slanci, un’ogiva gotica che s’imponeva, ieratica. Forte di una bellezza diafana, nordica. Era una mistica del lavoro, una sacerdotessa che fermava i gesti nell’aria, che procedeva per sottrazione. Tutto quello che toccava era estetica. La sua produzione era una dichiarazione del suo percorso. Quel liquefarsi della materia eppure perfettamente tagliata, a spigoli. Detestava il blasé ed era curiosa nel suo distacco. Fissava il mondo dietro i suoi occhiali fumé». Quando è tornata in Italia, nella sua Milano ed ha ripreso il lavoro, lo ha fatto con rigore estremo. Cunaccia, il successo postumo l’avrebbe inorgoglita? «L’avrebbe fatta sorridere, di un sorriso enigmatico, impenetrabile. Il sorriso di Buddha».

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