previous arrow
next arrow
Slider

Nel 1952, il produttore di cioccolata Ferrero acquistò centinaia di vetrinette allo scopo di vendere prodotti dolciari in bar e botteghe di tutta Italia. Tali vetrinette promozionali erano fornite unicamente da Nino Goppion e venivano lavorate in un piccolo laboratorio – oggi un garage – di 20 metri quadrati all’interno di una modesta palazzina. Posizionato in Tortona – una zona oggi nota per i diversi ristoranti, le sue gallerie d’arte e design, e per essere tra i quartieri protagonisti della Milano Design Week – il garage è  ancora contrassegnato dalla grande targa in ottone riportante a chiare lettere “GOPPION”, sebbene non sia più il luogo in cui oggi vengono realizzate le vetrinette. Lo spazio sarebbe decisamente troppo piccolo per un’azienda che oggi fornisce il British Museum, il Louvre e il Met, solo per menzionare alcune tra le centinaia di istituzioni che si appoggiano ai suoi servizi. Attualmente il garage funge da magazzino ospitando le biciclette di Goppion e vino toscano.

Quando il figlio di Nino, Alessandro, rilevò la società negli anni Settanta, indirizzò l’attività dell’azienda verso la fornitura di un oggetto specifico: la vetrina di museo. Alessandro nutriva un grande interesse per la storia e la filosofia e aveva il desiderio di guadagnarsi da vivere attraverso lo sviluppo dei cinque lati di un prisma di vetro in forme sempre più complesse, utilizzando funzioni meccaniche avanzate che fossero in grado di controllare la tenuta, l’atmosfera, la sicurezza e l’eventuale interazione con i visitatori. Il suo interesse per la conservazione preventiva crebbe lavorando con l’Opificio delle Pietre Dure e con il dottor Gael De Guichen dell’ICCROM. Inoltre, Alessandro attribuisce al Victoria and Albert Museum il merito di aver stimolato la trasformazione dell’azienda da locale a internazionale in seguito a importanti lavori sulla più grande vetrina del mondo, apribile attraverso un meccanismo di sollevamento.

Sotto la direzione di Alessandro, l’azienda ha ricevuto diversi incarichi: la realizzazione della vetrina della Mona Lisa nella Salle des États del Louvre; la vetrina blindata a protezione dei Gioielli della Corona presso la Torre di Londra; la vetrina che conserva la tuta spaziale di Neil Armstrong al National Air and Space Museum di Washington DC e tanto altro, per un portfolio che copre tutte le principali collezioni mondiali, variando dalle pietre preziose agli strumenti musicali fino all’arte. Ogni volta che un’opera o un oggetto di grande valore è racchiuso in una raffinata struttura di vetro – che questa sia indipendente, a ridosso del muro, appesa o ad incasso – è probabile che dietro la sua costruzione ci sia Goppion.

Dall’officina in Tortona l’azienda si trasferì nell’hinterland milanese a Trezzano sul Naviglio, in Viale Thomas Edison. La lunga e ricca tradizione di artigiani del Nord Italia fa di Trezzano una destinazione ideale e la dedizione di Goppion alla propria città natale fa di questa scelta una conseguenza naturale e persino strategica. La loro attuale rete di fornitori comprende circa 200 professionisti specializzati in ingegneria meccanica ed elettrica, meccanica di precisione, falegnameria, vetreria, illuminazione e climatizzazione. Goppion si riferisce a questi partner come comaker, indicando tutti i fornitori che si trovano in Lombardia e che garantiscono le molte materie prime, mentre Goppion si occupa di ricerca e sviluppo, progettazione e assemblaggio nel laboratorio di Trezzano.

Goppion afferma di non poter trovare un territorio migliore della Lombardia, riconoscendo di aver considerato solo occasionalmente il trasferimento dell’azienda. «La nostra posizione ci offre un vantaggio competitivo sul resto del mondo. Non abbiamo bisogno di economie di scala, che inevitabilmente spingono verso la standardizzazione e che spesso limitano i musei nell’esprimere la loro identità culturale», afferma Goppion. «Abbiamo sede in un’area che ci consente di fare affidamento su un modello economico del ‘distretto italiano’ consistente in una concentrazione di piccole e medie imprese altamente specializzate e che lavorano in settori complementari, permettendoci di avere una rete di collaboratori qualificati; fornitori per le singole componenti di ciascun progetto che ci viene commissionato».

«È questa rete lombarda di comaker a consentire collaborazioni con istituzioni come il Met, garantendo un alto livello di abilità e flessibilità. Solo in questo modo aziende come Goppion possono lavorare in questa parte del mondo, e non in Germania o negli Stati Uniti. La manifattura italiana – in particolare nordoccidentale – ha mantenuto una scala medio-piccola, garantendo una buona dose di flessibilità. Se avessimo la necessità di fabbricare solamente una cinquantina di pezzi speciali, i nostri comaker avrebbero la capacità di farlo senza dover produrne migliaia»

«Il sistema industriale italiano è del tipo orizzontale e cioè fatto di distretti industriali (industrial districts) dove centinaia di imprese sono specializzate nella meccanica, gioielleria, moda, automotive. La Lombardia è il più grande distretto meccanico: questo sistema consente più flessibilità e qualità rispetto a quello verticale — quale quello tedesco o giapponese — dove tutte le componenti sono realizzate all’interno della stessa fabbrica.  Il sistema industriale tedesco, per esempio, è sviluppato su una scala superiore rispetto a quello italiano e ha meno flessibilità per la personalizzazione. Un concorrente tedesco probabilmente incontrerà difficoltà nel fornire una quantità ridotta di vetrine personalizzate, avrà un prezzo più elevato rendendolo meno competitivo».

«L’industria automobilistica italiana di lusso è un esempio da seguire. Maserati, Ferrari e Lamborghini sono punti di riferimento per le alte prestazioni meccaniche e toccano un livello di tecnologia che non ha eguali in nessun’altra parte del mondo; sono molto differenti dai marchi come la Volkswagen. Riescono ad avere fabbriche mentendo l’artigianato come una vocazione; le economie di scala non sono parte del loro lessico».

Il successo di Goppion non implica che l’azienda possa stare ferma ad attendere commissioni. Mentre i servizi dell’azienda sono richiesti – l’artigianato è molto ricercato ed è particolarmente apprezzato nelle industrie culturali e del lusso –, quelli dei fornitori potrebbero non incontrare molta domanda, e Goppion è una fabbrica di assemblaggio e non una di produzione. Non è un segreto che i continui progressi industriali che garantiscono una produzione più rapida, costi più bassi e importanti economie di scala stanno danneggiando gli artigiani italiani, che si tratti di moda, food, arredamento o altro. In risposta a ciò, gli eredi di terza generazione (nipoti, per la maggior parte) si stanno assumendo la responsabilità di adattare il loro know-how a un mondo frenetico che è abituato alla massima efficienza e che riceve gli oggetti commissionati alla velocità di una chiamata.

Bruno Goppion, figlio di Alessandro e nipote di Nino, è entrato a far parte dell’azienda di famiglia nel 2018 all’età di venticinque anni dopo aver lavorato con The Cartier Collection e diversi musei, con l’intento di essere preparato alle sfide che l’azienda di famiglia dovrà affrontare in futuro. La visione di Bruno è quella di far evolvere la rete di comaker in un’industria 4.0; per diventare 4.0, la rete dovrebbe subire un processo di modernizzazione con grandi fornitori di tecnologia. Questa evoluzione potrebbe essere facilitata da alcuni recenti progetti di Goppion come quello con IBM per la progettazione e la produzione della teca che ospita il primo computer quantistico dell’azienda, l’IBM Q.

 «Temo che il sistema industriale italiano soffra di alcuni malfunzionamenti legati all’amministrazione statale. Oggi, la manifattura non è la prima scelta lavorativa. A meno che il ruolo non venga modernizzato e reso accessibile e sostenibile, in un modo o nell’altro, gli artigiani inevitabilmente declineranno», spiega Bruno.

Nei dintorni  di Milano, in provincia di Monza e Brianza, l’industria del design del mobile è fiorente e ottiene miliardi di profitto all’anno. Sviluppatasi poco dopo la Seconda guerra mondiale, la Brianza ospita attualmente oltre 2500 aziende orientate al design, tra cui artisti del calibro di Molteni e Giorgetti, e nel 2014 il distretto ha lanciato il progetto «Meet Brianza Expo» ponendo attenzione sul potenziale di produzione regionale durante il periodo milanese Expo con lo scopo di condividere e sfruttare tutte le risorse disponibili, sia per lo sviluppo che per la comunicazione, condividendo lo spirito collaborativo di ciò che Goppion ha creato con la sua rete di comaker.

Le reti di produzione prosperano in condizioni di economie di scala. Altrove sono a rischio e, sebbene il segreto per sostenere queste reti rimanga ancora poco chiaro, le imprese orientate all’artigianato in Italia svolgono un ruolo attivo e occorre riconoscere i meriti del loro successo e del saper continuare ad andare avanti. Queste imprese devono necessariamente farlo, altrimenti dovrebbero imparare a produrre dalla A alla Z.


Goppion. The Art of Case Design

Ad Banner3
Ad Banner3