The Hermès fashion show took place at the Garde Republicaine. Ph. Gaspar Ruiz Lindberg

Il mutamento di rotta è in atto. La stagione a Parigi conferma il ritorno dei codici borghesi come valori civili – la borghesia, quella classe che ha ordito ogni rivoluzione e battuto ogni marciapiede ideologico del Secolo breve, per trasformarsi in tempio della convenzione dopo le barricate del 1968. Magari è il mercato che non vuol più spendere per delle trouvailles da rapper o hip-hopper – roba che con un po’ di estro, ci si può miscelare da sé, tra un negozio sportivo e una bancarelle vintage.

Sarà l’aria che tira oggi in Francia, una specie di drôle de guerre, la vera causa di questa voglia di ritrovata quiete nell’apparire? Un messaggio che la moda vuole forse esprimere quale reazione verso il caos qualunquista dei gilets jaunes, tra slogan e vetrine rotte.

Hermès FW 2019/2020

La filosofia Hermès non è mai stata dismessa, senza il timore di essere tacciati di passatismo. Un rigore cartesiano e lineare – che oggi dialoga a sottovoce con il minimalismo anni Settanta di Hedi Slimane per Celine. Si tratta di uno spirito nutrito dal rigore stilizzato di una precisa borghesia, appunto – quella francese. Industriale e pensante del nord del Paese e di marca protestante.

Sabato 2 marzo, la sfilata firmata da Nadége Vanhee-Cybulski per Hermès si è tenuta nella sede della Garde Républicaine, un luogo calato in una dimensione civica. Un lembo di campagna in piena ciottà, che ti sorprende appena oltrepassi l’atrio voltato dalle colonne di marmo come fossi in un sottovaso archeologico. Odore di terra umida e di verde: gli arbusti accanto alle querce spoglie, si coprono di boccioli rosa, inattesi in una giornata grigia ancora invernale.

Siamo in Boulevard Henri IV, la strada dedicata a Enrico III di Navarra, poi Enrico IV di Francia. il primo Borbone sul trono di Francia. I Borbone erano la famiglia regnante della Navarra, terra di provincia alla base dei Pierenei, savrebbe presto avuto la meglio sulle casate degli Asburgo salendo al trono sia Spagna sia in Francia, sia in parte d’Italia. Fu Enrico di Borbone a dire quella frase, Parigi val bene una messa – dopo il matrimonio con Margherita di Valois, pur di cingere la corona. Il cinismo, quando pragmatico, è primaria matrice borghese.

Hermès FW 2019/2020. Courtesy Getty images

Una sfilata ambientato dentro un décor da auditorium, tra i codici equestri propri a Hermès. Treillages di legno biondo, moquette sabbia e scintillii dorati su luci sottese. Gonne che toccano il ginocchio e shorts in cuoio nero corti, boots a tacco alto, sandali dalle curvature disegnati da Pierre Hardy. I pantaloni hanno nuove proporzioni, si trasformano in knickerbockers. Jupes sbottonate in cuoio, cuissardes di vitello velours, biker di pelle. Il mondo equestre, dicevamo: rosette e coccarde, giacche e bodysuit in cotone con piegature intorno al collo. I motivi del Carré Couvertures et tenue de jour, realizzato nel 1962. Piumini in pelle e abiti in maglia dalle sfumature zafferano. Cappotti cuciti sui volumi sono costruzioni: uno in cachemire rosso. Trench che restano fedeli alla sobrietà della casa. Dal beige al bianco, dal verde foresta all’arancio, cremisi, marrone grafico, terra di Siena e fake blacks. Le nuove borse, la Constance Compact passante, un modello a marsupio da attaccare alla cintura, un Sac ceinturé che ricorda la saccoccia dei libri di scuola legati da una cinghia, il Nouveau Sac à fermoir, che è una tracolla con chiusura a chiavistello e la borsa Double Sens maxi, una shopper da portare ripiegata sotto braccio o a tracolla.