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Nel trionfo del politically correct, il film La Favorita ha il pregio di essere cattivo. È impietoso verso tre donne con smanie di supremazia e di affermazione che ne divorano l’esistenza. Sono peggio degli uomini, tirano al piccione come soldatacci. Bugiarde, organizzano trame e spionaggio e abusano di se stesse come armi.

La regina lesbica. La regina e i lecchini. La regina in disfacimento. La storia, sebbene Lanthimos affermi di essersi preso molte libertà di interpretazione, dichiarando una ‘falsità anacronistica consapevole’, risulta abbastanza fedele ai fatti, cioè al racconto del regno dell’ultima Stuart sul trono britannico, la regina Anna. Incoronata l’8 marzo 1702 e morta nel 1714 a Kensington Palace, sotto il suo regno, nel 1707, avvenne l’unificazione tra Inghilterra e Scozia, accorpate nel regno di Gran Bretagna. Non sono mai state provate le illazioni sul lesbismo della monarca, che diventa perno dell’opera di Lanthimos. Al contrario, è documentato lo strapotere sulla personalità disturbata della regina Anna da parte di Sarah Churchill, nata Jennings, prima duchessa di Marlborough (interpretata da Rachel Weisz), conclusosi con l’esilio dalla corte nel 1711. Sarah gestì per anni la carica di ‘Mistress of the Robes’ e favorì la carriera militare del marito John Churchill. La coppia ricevette in dono dalla regina il Blenheim Palace, progettato da Sir John Vanbrugh e tuttora di proprietà del casato dei Churchill.

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Anna Stuart incarna la tipica fin de race malata di gotta. Tredici figli abortiti a causa della Sindrome di Hughes, quattro morti prima dei due anni e Guglielmo, duca di Gloucester, scomparso undicenne il 21 luglio 1700. Infanti sostituiti da altrettanti conigli che portavano i loro nomi. Di Sarah, che nel film inizia il proprio declino quando si lascia prendere dalla pietà per la cugina povera, non è mai stata provata nessuna relazione di sesso con la Stuart.

La regina, che non appare così ripugnante nei ritratti ufficiali di Godfrey Kneller, per Lanthimos è una specie di grossa carcassa dipinta. Moglie del principe Giorgio di Danimarca – rimasta vedova nel 1708 – mendica affetto e considerazione. Anna, detta Brandy Nan per la sua inclinazione all’alcool, è coperta di belletto e gioielli come una vecchia drag-queen. «Sembrate un tasso», le sibila Lady Sarah scortandola su una sedia a rotelle verso un’udienza diplomatica. Anna è una despota in disfacimento, che Olivia Colman, che trionfa agli Oscar 2019 vincendo come Miglior Attrice Protagonista, tratteggia in un arpeggio di tic che lascia interdetti. Una Stuart che tiranneggia e si lascia tiranneggiare, che elargisce prebende e disgrazia alle due gentildonne rivali. È pur sempre la regina e il gioco lo conduce lei, fino alla fine. Probabile fu il suo coinvolgimento erotico con Abigail Hill, ex cameriera nel Kent e figlia di un gentiluomo morto in miseria, che l’aveva persa quindicenne giocando a whist con un grasso mercante danese.

La morale è che la piaggeria, l’arte dell’adulazione, paga sempre con i potenti. A vincere la partita, se un vincitore può esistere in questo vaudeville di cortigianeria, è Abigail Hill, poi Baronessa Masham per matrimonio, ‘lady of the Bedchamber’ e ‘Keeper of the Privy Purse’ per nomina reale, che corona una scalata sociale incredibile per una nobile di basso rango e diseredata. Il film incrocia commedia e tragedia. Si avvertono a tratti l’imprinting dell’autore e le tenebre di Marlowe o del masque elisabettiano, che miscela il registro del buffo con il mistero, la crudeltà con il disprezzo, aprendo spiragli di livida umanità e di humour. Un incalzare pieno di colpi di scena, davanti al quale impallidiscono le pagine di Swift e di Daniel Defoe, che, come Newton e il poeta Alexander Pope, vivono proprio all’epoca in cui si svolge questa vicenda.

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La Favorita è l’asso pigliatutto di questa stagione, ancor più di Bohemian Rhapsody. Non si contano i premi ricevuti da questa commedia drammatica di Yorgos Lanthimos – Atene, 1973 –, regista greco basato a Londra che, insieme a Tony McNamara e Deborah Davis, è anche autore della sceneggiatura: Leone d’Argento e Coppa Volpi per Olivia Colman al Festival di Venezia, trionfatore ai Golden Globes, dodici nomination alla 72esima edizione dei Bafta Awards, che si svolgono il 10 febbraio prossimo a Londra. Dieci sono le nomination all’Oscar, in primis per la terna di attrici, la Colman protagonista, che porta a casa la statuetta, Rachel Weisz e Emma Stone comprimarie. Lanthimos ci aveva abituato ad altri esiti, con i precedenti The Lobster del 2015 e Il sacrificio del cervo sacro, due anni dopo. Roba da iniziati che però gli ha dischiuso le porte dei grandi finanziatori, permettendogli di realizzare questa narrazione cinematografica di riprese grandangolari, di digressioni temporali e visioni grottesche. È un po’ come se l’immaginario di Greenaway, o certe sequenze notturne dello Stanley Kubrick di Barry Lyndon, si sovrapponessero a Eva contro Eva e a derive camp alla Tarantino.

Il montaggio è affidato a Yorgos Mavropsaridis, mentre la fotografia, con alternanza di ombre e bagliori, si deve a Robbie Ryan. La musica mette insieme Vivaldi, Purcell e Wilhelm Friedemann Bach a Leonard Bernstein e allo Skyline Pigeon di Elton John, eseguito al clavicembalo. I costumi di Sandy Powell. Protagonisti sono anche i costumi di Sandy Powell. Tre volte vincitrice dell’Academy Award, Powell li ha immersi in una grafica bianco-nera che ne sottolinea la volumetria. Gli abiti sono quelli dei primi del Settecento, che in tutte le corti europee guardavano all’esempio della Versailles di Louis XIV negli anni del tramonto. Più barocchi quelli dei personaggi maschili, coinvolti nella politica e in intrighi sullo sfondo della guerra tra Francia e Inghilterra, ma intenti soprattutto ad attività quali le corse delle anatre e masquerades. Corsetti e strascichi, siglati da bande candide su una griglia di neri, cotoni spessi che simulano faille di seta e damaschi. Solo Abigail, al suo arrivo a palazzo in cerca di fortuna porta un modesto vestito dai toni blu stinto, che la costumista ha creato usando vecchi jeans, corredato da un cappelluccio di paglia. I costumi appaiono in netto contrasto con l’opulenza degli ambienti in cui si svolge la vicenda, specie la camera da letto regale, rivestita di arazzi in filo d’oro sui quali sono appesi dipinti e ritratti e dove spiccano chinoiserie e arredi.

Sembra di sentirlo, il tanfo delle piaghe – nelle narici entrano i profumi di essenze e make- up, gli aromi speziati del cibo, della cioccolata al peperoncino e della legna che brucia nei camini.