previous arrow
next arrow
Slider

C’è una via a Milano, all’ombra della torre Velasca, che si chiama Vettabbia. Molti milanesi non sanno che è ciò che rimane della memoria di un canale artificiale navigabile fin dall’antica Roma – forse il primo di una serie di canali che hanno creato nel corso dei secoli la rete artificiale dei navigli lombardi. Milano è stata da sempre una città sospesa sull’acqua, una sorta di Venezia in mezzo alla pianura, fino al Ventesimo secolo, quando si decise di tombinare nel nome della modernità la maggior parte di questi canali.

Fa bene il Presidente Sergio Mattarella ad essere presente alle celebrazioni francesi per il cinquecentenario dalla scomparsa di Leonardo da Vinci, avvenuta appunto nei pressi del castello di Amboise il 2 maggio del 1519, spirando, come dice la leggenda, nelle braccia del re di Francia, distrutto dal dolore per tale perdita. L’umanità perdeva un genio, il re un amico. Fa bene, dicevo, il nostro presidente a mostrare amicizia e simpatia per i cugini d’oltralpe che diedero riparo agli ultimi anni del nostro maestro rinascimentale. Bene fa a essere orgoglioso di tale genio italico, che probabilmente non è morto fra le braccia del re – ma si sa, le leggende devono essere belle, non necessariamente vere.

L’idea stessa di genio è a modo suo falsata. L’ha creata la storiografia romantica ottocentesca, che aveva bisogno di campioni esemplari da proporre come modelli che incarnassero le virtù nazionali. Il problema è che certe idee, quando hanno fortuna, sopravvivono alla società che le ha create, cosicché ancora oggi restiamo affascinati dai racconti romanzeschi (Il codice da Vinci?) di menti audaci, vette che emergono dalle paludi del quotidiano. Sull’intelligenza di Leonardo non si discute, ma immaginare che fosse una sorta di alieno che avesse attorno a sé solo dei ritardati è ingiusto. Lo stesso Carlo Pedretti, studioso dell’opera di Leonardo, lo scriveva in tempi non sospetti: Leonardo era un ingegno in un’epoca di ingegni. Non era il solo, non poteva esserlo, altrimenti nessuno avrebbe compreso il suo talento.

Quando Leonardo giunge a Milano ha trent’anni, è nel pieno del suo fulgore immaginifico. Ci va non certo per dipingere. A ben vedere la cosa gli interessava poco. In una sua lettera d’impiego a Ludovico il Moro si presenta al futuro duca come ingegnere militare, stratega, inventore di macchine da guerra, idraulico capace di ‘toglier via l’acqua de’ fossi et fare infiniti ponti’ e di saper ‘conducere acqua da uno loco a un altro’.

La vulgate crede che la rete dei navigli milanese sia sostanzialmente opera del suo genio dato che, giunto a Milano, Leonardo portò il nuovo linguaggio del Rinascimento sconosciuto ai più. Nulla di più falso. Milano era in quegli anni una città ricca e produttiva, una delle poche in Europa che superava i centomila abitanti, dove operavano talenti sia lombardi che di altre parti d’Italia, dal Filarete che venti anni prima aveva dedicato il suo trattato a Francesco Sforza, a Donato Bramante che stava mettendo mano ai cantieri di San Satiro e di Santa Maria delle Grazie. Fu a Milano che Leonardo conobbe Francesco di Giorgio Martini, l’ingegnere militare più influente di quegli anni; il suo trattato di architettura civile e militare fu letto compulsivamente da Leonardo, come dimostra la copia completamente ricoperta di appunti leonardeschi conservata alla Biblioteca Nazionale di Firenze.

Mill with multiple cylinders, interpretation by Alessandro Siriati (1953) from drawings by Leonardo of the Codex Atlanticus (1493)

La verità è che quando Leonardo giunge a Milano ha assai poco da insegnare in quanto ad idraulica ai milanesi, che, come dicevo, dalla Vettabbia in poi era ormai da oltre mille anni che governavano il patrimonio idrico che possedevano. Leonardo, come ogni uomo intelligente, sapeva che tutti hanno sempre da imparare da qualcun altro. Nel caso dei suoi studi idraulici possiamo dire che fu proprio il cantiere infinito, il laboratorio urbano milanese ad insegnargli molto di quello che teorizzava. Leonardo appuntava tutto. Quaderni e fogli sparsi ricoperti di disegni, schizzi, scritte, numeri. Girava per i possedimenti del duca annotando cifre, calcoli, rilevando corsi d’acqua, schizzando piante, sezioni, prospettive. Il Naviglio Grande lo affascinava. È in effetti, ancora oggi, un’opera idraulica – costruita fra il Dodicesimo e il Tredicesimo secolo – davvero fuori dal comune: cinquanta chilometri di canale ininterrotto che portano l’acqua del Ticino fin nel cuore della città con una pendenza di neppure lo 0,5 per cento, bastante a creare una corrente che aveva permesso il trasporto di sabbia e pietre dal Lago Maggiore fino alle spalle del Duomo. Solo così s’era potuta costruire una cattedrale di pietra lucente in una città che galleggiava sull’argilla.

Leonardo appunta tutto, fa pure due conti sul rendimento economico di tale opera idraulica come via di trasporto e come fonte per l’irrigazione: ‘Vale 50 ducati d’oro, rende 125 mila ducati l’anno el Naviglio ed è lungo 40 miglia e largo braccia 20’. Insomma, da questi milanesi c’era solo da imparare. Nel 1490, per dire, Leonardo è a Milano già da otto anni, ha dipinto La dama con l’ermellino e La vergine delle rocce, ha fatto da consulente per il cantiere del tiburio del Duomo, s’è occupato delle decorazioni al Castello Sforzesco per i festeggiamenti delle nozze di Gian Galeazzo Maria Sforza e Isabella d’Aragona, insomma, era riconosciuto come figura eminente della corte, ma da persona sensata non ha problemi ad appuntarsi (come si legge in un promemoria oggi nel Codice Atlantico): ‘Trova un maestro d’acqua e fatti dire i ripari d’essa e quello che costa. Un riparo e una conca e un naviglio e uno molino alla lombarda’. Segnando di seguito i nomi dei consulenti da cui apprendere come governare le acque alla maniera dei lombardi.

Leonardo impara e rilancia. Di fronte a una epidemia di peste che colpisce Milano in quegli anni ragiona sulle tecniche di igiene ambientale ipotizzando un piano di città ideale basato su razionalità, praticità, pulizia, igiene, concependo una città su due livelli dove i canali scorrono al piano inferiore di palazzi porticati. L’acqua in costante movimento funziona da trasporto merci e da infrastruttura fognaria, mentre al livello superiore, dedicato al passeggio, i cittadini illustri possono godere dell’aria salubre. Studia poi un sistema di perfezionamento per una conca del naviglio Martesana, in costruzione in quegli anni, forse l’unico vero contributo leonardesco al sistema dei navigli lombardi. Quel che più conta è che, caduto precipitosamente il Duca, Leonardo porta con sé quasi vent’anni di esperienza milanese nel suo pellegrinare per l’Italia, concependo macchine per scavi, draghe cavafango, battipalo, persino un progetto visionario per la realizzazione di un canale per Firenze che prendeva l’acqua dall’Arno con tanto di ponte e conca identici a quelli osservati a Milano. Barche a pale, pompe per sentine, valvole coniche, persino uno scafandro per palombaro che sembra uscito da un romanzo di Jules Verne.

Tutto questa eredità è rimasta nella sua immaginazione e nei suoi disegni, sparsi ormai nei musei di mezzo mondo. A noi basta andare al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci a lui dedicato – a Milano ovviamente – per vedere come negli anni Cinquanta del secolo scorso le sue macchine furono riprodotte da Luigi Torsini dimostrandone l’ingegno e il fascino. Il museo non è lontanissimo dalla via Vettabbia. Se poi ne avete voglia e tempo, basta andare verso il Parco Agricolo Sud per vedere riapparire dal nulla il canale della Vettabbia che fa il suo ultimo tratto a cielo aperto prima di immettersi nel cavo Redefossi, proprio come faceva ai tempi di Leonardo. Che pare amasse andare da quelle parti a disquisire con Ludovico il Moro all’ombra di un glicine. Forse non è vero, ma è bello crederlo.


All the photographs in this article are taken by Alessandro Nassiri, courtesy Museo Nazionale Scienza Tecnologia

Ad Banner3
Ad Banner3