Louis Vuitton Women’s Fall-Winter 2019-20 Fashion Show took place at the Louvre

Sono le sei di sera d’una giornata cadenzata da scrosci di pioggia che lavavano la luce nel cielo di Parigi. Superando i controlli per la sicurezza, si superano i loggiati del Louvre, camminando oltre la Piramide di Pei: si entra nella Cour Carrée: lo dice il nome, è uno spazio a pianta quadrata progettato da Jacques Lemercier nel 1624. Per arrivarci, alla Cour Carrée, quella che scorre allo sguardo è una trama di pietra di sculture e ornati, di echi, pinnacoli e memorie – otto secoli di glorie e vicende pubbliche e private. La Cour Carrée è centro del Louvre, palazzo a fortezza difensiva, poi residenza reale e sede del governo di Francia, da Filippo Augusto – colui che ne getta le fondamenta tra il 1190 e il 1202 – fino al trasferimento a Versailles voluto dal Re Sole. Segue la trasformazione settecentesca in museo e gli eventi della Rivoluzione, che sparigliano il tavolo dell’Ancien Regime. Oggi, è la cornice per presentare la collezione di Louis Vuitton per il prossimo autunno.

Al centro della Cour Carrée, appare un parallelepipedo di circa centro metri sul lato – all’interno ci si ritrova in un paradosso: lì, nel cuore del Louvre, non sei al Louvre – ma dentro al Centre Pompidou. Choc da corto circuito temporale – la moda oggi è interessante soltanto quando permette elaborazioni di cultura. «Il Centre Pompidou, Beaubourg, Les Halles, Place des Innocents: l’incubatrice di un quartiere» – dice Nicolas Ghesquiére, direttore artistico Louis Vuitton. «Un mélange convergente nell’epicentro. Le compagnie, gli stili, la vita – un’idea di melting pot sartoriale». Le strutture metalliche erano state pensate da Renzo Piano e Richard Rogers, nel 1977, come un bosco d’acciaio colorato a contrasto.

A museum in a museum, the Centre Pompidou has been rebuilt inside the Louvre

Renzo Piano racconta che il Beaubourg incarnava il desiderio di mettere il dentro fuori e viceversa. Un organismo architettonico ibrido e senza soluzione di continuità, un pezzo di achitettura artigianale dove tutto era fatto a mano. ‘Dall’esterno agisce un progetto di dominio inscritto nel disegno, mentre dall’interno gli resiste una espressività tutta corporea’ – scrive Georges Vigarello nel saggio L’abito femminile, del 2018. Are Clothes Modern? si intitolava così la mostra curata da Bernard Rudofsky nel 1944, per il MoMA di New York. Il crash tra passato e presente è un riflesso del clamore levatosi all’apertura del Beaubourg nel 1977 e, in parte, di quella cultura pop incarnata dal soundtrack di questa sfilata.

Il Monogram e il Damier: concezione grafica che emerge nel debutto di The LV Arch. Silhouettes segnate in vita, aritmie formali e di lunghezze, plissées teatrali, temi floreali e pattern Beuaubourg, che ne riprendono i campi cromatici, stampati sulla nappa nera di giacche e biker. Le scarpe sono boots borchiati alti, e stringate vagamente rockabilly dalla suola carrarmato. Attiitude maschile, tocchi punkish e inserti victorian. Verde è acqua, blu l’aria, giallo l’elettricità. Tornano alla ribalta Lio e Caroline Loeb, Plastic Bertrand e il Palace. Le ruches si aprono solide su spalle ad ala di ampiezza decisa, rubate agli eroi spaziali dei manga jap.