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Fino al 2 febbraio 2020 è in scena presso la Galleria Borghese di Roma la mostra Valadier. Splendore nella Roma del Settecento. Un’esposizione a cura di Anna Coliva, direttrice dell’istituzione museale capitolina, sostenuta dalla Fondazione Giulio e Giovanna Sacchetti, in partnership con Fendi Roma, che vede Intesa San Paolo in qualità di sponsor. Più che un viaggio intorno alla creatività, al gusto per l’antico e al virtuosismo tecnico di Luigi Valadier (1726-1785) – designer e orafo, argentiere e scultore in bronzo – è un’immersione nel fasto aristocratico romano degli estremi bagliori barocchi, nel trapasso fra le grazie rococò e l’affermazione del neoclassicismo, che esplode dagli anni Sessanta del Diciottesimo secolo. 

Villa Borghese, dove Valadier collabora con Antonio Asprucci nel 1775-80 in occasione dell’intervento stilistico in chiave neoclassica che interessa gli interni della palazzina, è l’epicentro di questo flusso artistico e il luogo naturale della monografica che gli viene dedicata, dopo quella alla Frick di NYC dell’anno scorso. A Valadier si devono il camino in marmo bianco macrocristallino e bronzo dorato, la coppia di tavoli dodecagonali del 1773 e l’Erma di Bacco del medesimo anno, dal fusto in alabastro a rose ricomposto su elementi di scavo da Benedetto Maciucchi. Valadier. Splendore nella Roma del Settecento si articola su un corpus di ottantasette opere che attraversano ambiti differenti – gli arredi e i serviti liturgici, accompagnati da lampade a olio, rilievi e cornici, da cartaglorie, croci astili e reliquiari, apparati da tavola per nobili, prelati, diplomatici di rango e monarchi, sculture sacre o profane, ‘cantinette’, lucerne, erme o riproduzioni classiche, centrotavola e vassoi, mobili, urne e vasi, lampade e candelabri. Ancora, pendole e orologi, calamai, penne e i deser, sogni archeologici e architetture in miniatura, primo tra tutti quello creato per il Balì de Breteuil del 1769, ora all’Ermitage di San Pietroburgo per lascito di Caterina di Russia, che lo acquista dal primo proprietario nel 1777. 

Si entra nella visione espressiva di Valadier esplorando materie preziose quali i marmi colorati, le brecce e l’alabastro, il vetro e i diaspri, bronzo dorato, lapislazzuli e pietre dure o il micro-mosaico. Non mancano i disegni, provenienti da raccolte pubbliche e private, in particolare i fogli dell’Album Valadier, custodito alla Pinacoteca comunale di Faenza, che rispecchiano la minuzia dell’esecuzione successiva, miscelando approccio matematico e libertà di segno. Vi compare tra l’altro quella cancellata per la patriarcale di Lisbona, commissionata dal re del Portogallo nel 1744, fra i lavori precoci e di destinazione non romana di Luigi, che ne è responsabile accanto al padre. Alla morte di questi, nel 1759, subentra nella conduzione dell’atelier familiare, eseguendo per i Borghese esclusivamente arredi liturgici per le chiese e istituzioni sacre legate al casato, almeno fino alla scomparsa del principe Camillo, avvenuta nel 1763. 

Nel 1754 Luigi Valadier si reca a Parigi per perfezionarsi. Al ritorno si affranca dal retaggio paterno tenacemente Louis XIV, introducendo un brio rocaille nella propria produzione religiosa. La mostra si dipana su una carrellata che provoca un impatto teatrale, essendo ambientata nella Villa pinciana che fu lo scrigno delle collezioni dei Borghese per volere del cardinale Scipione, già nel Diciassettesimo secolo. È il luogo che più di qualunque altro riesce a far comprendere la maestria di Valadier nel ventaglio completo delle sue capacità di concetto e realizzazione. Il principe Marcantonio IV Borghese, con papa Braschi, fu il suo committente principale, lungo una relazione che si sviluppa per tutta la vita dell’artista. Borghese era il più grande proprietario terriero del Lazio, noto come l’uomo ‘più fastoso di Roma’, sul finire dell’Ancien Régime. 

Risplende in tutt’Europa il pensiero illuminista e intanto, nella capitale del regno pontificio, si manifestano le radici di una romanità eroica, esumata da rovine e grotte suggestive e reinventata quale idioma moderno e sperimentale dal genio di Giambattista Piranesi. ‘La rievocazione storica in Valadier – scrive Anna Coliva – si trasforma in una sua reinvenzione in uso, in un discorso storico discreto e indossabile, in un contorno elegante come i deser’. Aleggia lo spirito di Winckelmann a Villa Albani, ma a Casa Borghese, con attese ed esiti differenti, il curatore e storico di archeologia sarà Ennio Quirino Visconti. La firma di Marcantonio – il nobiluomo scompare nel 1800 – è apposta sotto documenti di pagamento custoditi presso l’Archivio Borghese. Già suo padre, don Camillo Borghese, aveva instaurato rapporti con gli argentieri Valadier, arrivati nella capitale papale da Aramon, non lontano da Avignone, nel 1720, grazie ad Andrea, il padre di Luigi. Il principe era un mecenate – rarità, visto il tragico atto finale dell’esistenza di Luigi Valadier, che non di rado aveva conosciuto difficoltà nel farsi saldare dai clienti e che di continuo impegnava grosse somme per procurarsi i materiali preziosi necessari alla conduzione del suo lavoro. 

Una parabola di alti e bassi dalla pesante pressione psicologica, che per l’artista termina in suicidio. Il 15 settembre 1785 si butta nel Tevere nelle vicinanze dell’Arsenale, poco fuori Porta Portese. Non si sa se Valadier abbia compiuto quel gesto perché esasperato dalle difficoltà incontrate nella fusione della colossale campana di San Pietro, oppure in conseguenza a un grave dissesto finanziario. La sua bottega venne ereditata dal figlio Giuseppe, architetto e continuatore dell’opera del padre, nato nel 1764 dal matrimonio con Caterina Della Valle, figlia dello scultore Filippo. Anche Marcantonio Borghese vedrà tramontare drammaticamente la propria fortuna a causa delle pesanti sanzioni pecuniarie imposte al papato dal trattato di Tolentino. Una débâcle che ne incrina per sempre l’equilibrio psichico e la serenità. Nel 1796-97 è costretto a vendere lo sterminato servizio d’argento rivestito d’oro che Valadier aveva realizzato per lui a partire dal 1768 e quindi arricchito tra il 1783 e il 1784. Probabilmente venne fuso, come accadeva spesso in quell’epoca, basti pensare al triste destino degli arredi in argento che ornavano la Versailles di Luigi XIV. Del Servizio Borghese, vanto della Roma settecentesca e del mecenate che lo aveva voluto per rendere inimitabile la sua tavola, oggi non rimangono che sette pezzi conosciuti.

Tra gli altri committenti di Luigi Valadier, spicca il principe Sigismondo Chigi, arcade e collezionista per il quale, nel 1766-67, si occupa del rifacimento delle stanze al secondo piano del palazzo di piazza Colonna, culminanti nel gabinetto nobile ora detto salone d’Oro, in occasione del matrimonio del Chigi con Maria Flaminia Odescalchi. Vi esegue lampade, borchie, alamari e maniglie, dà vita a ogni sorta di decorazione in metallo dorato dei camini, ai profili dei piani di marmo, firma i mobili e le cornici delle sei grandi specchiere rese leggiadre da ornati floreali. Re Gustavo III di Svezia va addirittura a visitare la bottega di Valadier, durante la visita a Roma nel 1784. Acquista una serie di bronzetti che raffigurano icone della statuaria classica per la residenza reale di Stoccolma. Poco dopo varca la soglia dello workshop di strada Paolina – l’attuale via del Babuino 89 – perfino papa Pio VI Braschi, che seguiva con interesse la fusione del ‘campanone’ per la basilica di San Pietro. 

Il duca di Northumberlad ordina a Luigi Valadier copie di statue antiche da collocare a Syon House, avita dimora trasformata in toto da Robert Adam, lord Arundel delle lampade, la cattedrale di Siviglia richiede un tabernacolo d’oro e il cardinale Orsini un raffinato servizio liturgico. Madame du Barry, potente favorita di re Louis XV, replica con una Venere Callipigia – ‘dalle belle chiappe’, la definisce lo stesso Valadier – e un Apollo del Belvedere, oltre a una coppia di vasi superbi. Il principe delle Asturie, ereditario di Spagna, pretende un altro deser, oggetto che preserva una solenne monumentalità e la verosimiglianza filologica, nonostante la riduzione in scala. Il Gruppo di Augusto, ritratto in calcedonio dell’imperatore omonimo risalente al I. secolo a.C., fu rinvenuto nel Seicento nelle catacombe di Priscilla. Venne montato nel 1784 per papa Pio VI – Musée du Louvre –,coniugando fantasia ed estro pittorico ai puri dettami dell’antico. A Roma questo tesoro ci rimase poco. Venne portato a Parigi già nel 1801, quale frutto delle razzie napoleoniche. Il talento di Luigi Valadier seguitava ad andare a ruba. 


Valadier. Splendore nella Roma del Settecento

30.10.2019 / 02.02.2020

Galleria Borghese

Piazzale Scipione Borghese, 5,

00197 Roma RM