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Oltre millecinquecento imprese manifatturiere e 7.300 addetti. Sono i numeri del distretto orafo italiano, Valenza, in provincia di Alessandria, capitale internazionale di gioielleria. Nel gennaio 2017 apriva l’impresa più grande, con 710 dipendenti – la Manifattura Bvlgari. A ridosso delle colline del Monferrato, un palazzo in vetro sembra spuntare dal nulla. «La chiamiamo glass houseracconta Nicolò Rapone, Bvlgari Jewellery Business Unit Operations Director –, sorge su quella che in origine era una cascina, l’abitazione di Francesco Caramora, il primo orafo che ha lasciato una traccia di sé all’inizio dell’Ottocento. L’abbiamo ricostruita uguale, con l’unica aggiunta di una copertura di cristallo: una sorta di congiunzione simbolica tra passato e presente». Probabilmente a Valenza l’attività manifatturiera legata all’oreficeria è ancora precedente a Caramora: si ipotizza che il distretto operi da più di duecento anni.

‘Orafo’ in inglese si traduce goldsmith, ‘fabbro dell’oro’. Condividono i classici strumenti di lavoro – il torchio e il laminatoio. «In questa Manifattura convivono attrezzi moderni e antichi, come il bilanciere. Alcuni nomi di strumenti sono in dialetto, che in questa zona è una derivazione di altre lingue, come il francese. Il calissoir, vecchio trapano a mano, oggi ha dei micro-motori, ma il principio di funzionamento è identico al passato. Gli artigiani che lavorano al banco sfruttano ancora tradizioni poco intaccate dalle tecnologie: il gesto che si compie per incassare un diamante è lo stesso da secoli». Alcuni processi sono stati aggiornati, elettrificati, per velocizzare il lavoro e renderlo meno faticoso, come la tecnica di micro fusione a cera persa. 

È una lavorazione che esiste da secoli. Benvenuto Cellini nel Cinquecento la utilizzava già. Alla Manifattura Bvlgari di Valenza ogni fase è gestita in una sala diversa, le cere sono ricavate da un processo di iniezione: nella prima sala le signore chine su un tablet, in cui si trovano tutte le informazioni sul prodotto, iniettano cera liquida all’interno di stampi in gomma da cui estrarranno la forma di cera dando vita ai primi semi-lavorati. La fase successiva vede agganciare i pezzi di cera a un elemento centrale per formare quello che viene chiamato ‘alberello in cera’. Questo risultato può essere ottenuto anche con lo stampaggio 3D. Solo nella terza fase compare l’oro. Allo stato fino non è lavorabile. Mescolato con una Madre Lega, diventa plasmabile e capace di acquisire caratteristiche estetiche, come il colore: aggiungendo il palladio si ottiene l’oro bianco e aggiungendo il rame l’oro rosa. Quando si afferma che un gioiello ha 18carati significa che è formato per il 18% da oro puro e per il resto da altri elementi. 

L’oro viene fuso e una volta liquido gettato in una vasca – lo sbalzo termico modifica lo stato del metallo e lo trasforma in graniglia. Con l’alberello in cera da una parte, e dall’altra l’oro sotto forma di graniglia, è il momento di ottenere il manufatto in metallo. Intrappolato l’alberello dentro un cilindro, vi si cola il gesso liquido, per poi lasciarlo in forno sedici ore. Il gesso solidifica, il calore fa sciogliere la cera che scivola via e svuota il cilindro – da qui il nome di fusione a cera persa. Il cilindro viene capovolto e al suo interno versata la graniglia (precedentemente fusa a una temperatura di mille gradi). L’oro iniettato si espande, raggiungendo ogni cavità e in soli due secondi solidifica. A 250 gradi il metallo è solido. Si ottiene un alberello in oro che verrà ‘potato’ o ‘piantonato’. I rami rappresentano i semi-lavorati che raggiungeranno i banchi di lavoro, mentre il ‘tronco’ verrà fuso e trasformato in lingotto, per poi un giorno tornare graniglia.

Nel 2019 non si può ancora fare a meno delle mani. «Anche se un incassatore utilizza il bulino automatico, il gesto è la base», prosegue Rapone. «In queste zone di lavoro, che noi chiamiamo ‘isole’, un sistema di software tiene traccia dei processi produttivi. In ogni isola lavorano circa ventidue persone tra incassatori, pulitori e orafi. Ogni artigiano è esperto in un settore – la specializzazione garantisce livelli di eccellenza. Dalla logistica arrivano i semi-lavorati in sacchetti di plastica, e dalle isole escono i prodotti finiti». Tutto è paperless. Tramite tablet le informazioni sui gioielli sono condivise da tutti, compresi i fornitori. Gli artigiani possono richiedere le ferie e ascoltare la musica. «Disegniamo i nostri gioielli con la piattaforma Catia. Il livello di sofisticazione è molto elevato: è la stessa che la Boeing scelse per realizzare i 737»

Le maestranze che lavorano sui banchi delle isole provengono per gran parte dalla Bvlgari Jewellery Academy che in quasi tre anni ha formato 400 artigiani tra orafi, incassatori e pulitori. «Erano giovani selezionati da scuole di tutta Italia, motivati e con scarsa esperienza. Volevamo investire su una generazione futura di orafi. Hanno stazionato alla Academy per quattro mesi, lavorando per due mesi su un prodotto non prezioso e due su uno prezioso. Il 95% di loro è stato inserito nelle isole, mantenendo un rapporto di anzianità di 1 a 1 (un giovane affiancato a una persona con vent’anni di esperienza). La scuola ha ora un po’ esaurito la sua missione originale ed è giunta quasi alla fine del suo piano assunzioni».

Nel 2019 Bvlgari ha lanciato la nuova collezione Fiorever. «Centocinquanta artigiani in un anno sono stati coinvolti per realizzarla. Ci sono prodotti più semplici che si ultimano in poche ore e prodotti da più di un mese di lavoro. A Valenza vengono realizzate anche Diva’s Dream, b.zero1, Tubogas, Bvlgari Bvlgari, Serpenti – ciò non contrasta con la romanità del brand, perché tutta la creatività, la prototipia e l’alta gioielleria one of a kind sono a Roma. Anche il design center, con Lucia Silvestri e Mauro Di Roberto è a Roma».


Bramante / Sorrentino. Retorica in monili, tra architettura di Roma e storie di cinema

Sedici, numero perfetto, secondo Vitruvio – quattro per quattro – tornando al Bramante nato nel 1444

Text Matteo Mammoli

Il Bramante nacque nei pressi di Urbino nel 1444, arrivò a Roma dopo un periodo milanese – dove diede impulso al Rinascimento lombardo, alla Corte di Ludovico il Moro (mentre Leonardo disegnava i cigni). Per realizzare il tempio romano al Montorio, Bramante si basò sul tholos, una forma classica tradizionalmente dedicata agli eroi: idonea per Pietro, eroe cristiano, primo pontefice e fondamento della Chiesa romana. Con la sua opera il Bramante segnò la storia dell’architettura del Rinascimento, e una svolta nella sua carriera: aveva realizzato uno spazio tridimensionale nuovo rispetto alla prospettiva bidimensionale del Quattrocento. Commissionatogli dal Re di Spagna come scioglimento di un voto, il tempio è situato in un complesso conventuale di una congregazione spagnola – ancora oggi una parte degli edifici intorno alla costruzione è sede dell’Accademia di Spagna.

Nei meandri di questo luogo appartato vaga Jep Gambardella, scrittore in crisi di identità personale e intellettuale, in una scena del film del 2013 di Paolo Sorrentino La Grande Bellezza. Il corpo cilindrico costituisce la cella del tempio, la cui muratura è scavata da nicchie decorate con conchiglie, mentre sulle 16 colonne corre una trabeazione che rispetta le indicazioni date Vitruvio per l’ordine dorico – un fregio decorato con triglifi e metope. L’interno della cella, che ha un diametro di 4 metri e mezzo, si sviluppa in due piani – la costruzione è soprastante una cripta circolare, cui si accede con scale esterne realizzate nel Diciassettesimo secolo (forse vestigia di un edificio preesistente, al cui centro sarebbe stata piantata la croce del martirio, asse ideale della costruzione). Una bambina – Francesca – si è nascosta lì sotto, la mamma la cerca. Jep cammina intorno al Tempio, vi entra, guarda in terra e scorge Francesca attraverso una grata di ferro. Il regista gioca con le prospettive – simmetrie, sopra e sotto – come se il Bramante avesse saputo che nel giro di mezzo millennio una cinepresa si sarebbe servita della sua costruzione come scenografia. Bvlgari ha lavorato in gioiello il colonnato geometrico del tempietto nella serie di monili Roman Secrets, parte della collezione di alta gioielleria firmata da Lucia Silvestri e ispirata al cinema, Cinemagia – appunto, una retorica tra Bramante e Sorrentino. Gli archi del tempio sono replicati in oro, mentre le gemme lisce simulano la forma della cupola e citano i mosaici colorati in marmo degli interni. 

High Jewelery necklace in platinum with rose cut diamonds and pavé-set diamonds Bvlgari, ph. Roberto Patella

Poco distante dal Tempietto del Bramante, dal Fontanone del Gianicolo si vedono i pini di Roma, i campanili, i tetti, la storia millenaria che si adatta alla modernità. Un cinese in visita si allontana dal gruppo di compagni di viaggio per avvicinarsi alla balaustra e scattare una foto – non regge la vista, muore colpito da un malore nella sceneggiatura di Sorrentino. Assiste alla scena, dalle finestre rettangolari che si aprono su tre dei sei archi del Fontanone, un coro che si esibisce in I Lie di David Lang. Gli archi occupano la metà inferiore della struttura, sopra una grande iscrizione testimonia la realizzazione dell’acquedotto – fatto costruire da Paolo V all’inizio del Diciassettesimo secolo per approvvigionare di acqua le aree a destra del Tevere. Gli archi che si sviluppano dai ponti lungo il Tevere sono replicati in oro, sfumando in diverse tonalità di blu – delle tanzaniti e delle acquemarine – Tiber Reflections. Il Tevere è scenografia certa, luogo adatto per le passeggiate solitarie di riflessione di Jep, come per l’amore di Joe e Anna – Gregory Peck e Audrey Hepburn sul set di Vacanze Romane, 1953. Fu con l’istituzione del corrispettivo italiano degli Oscar, i David di Donatello, che la storia di Bvlgari si legava a doppio filo con quella del cinema. La Casa romana realizzò le statuette in calca d’oro e le targhette con incisa l’immagine della scultura, dal 1956 al 1959 – vincevano la prima edizione Vittorio De Sica, Walt Disney e Gina Lollobrigida, Migliore Attrice per Donna più bella del mondo (Marylin Monroe vinse quella del ’58, per il film diretto da Laurence Olivier Il Principe e la Ballerina).

Le trame del grande schermo che hanno legato Roma al resto del mondo si fanno monili. Forever Liz reimmagina il sautoir appartenuto alla Taylor – ora parte della Bvlgari Heritage Collection, al primo piano della boutique al numero 10 di via Dei Condotti (la terzo aperta dal fondatore Sotiros nella capitale, nel 1905). Regalo di Richard Burton per il suo quarantesimo compleanno – era il 1972 – lo zaffiro cabochon sugar-loaf di 65 carati, è un design geometrico originale con uno smeraldo a taglio ottagonale di oltre 24 carati. Elizabeth indossava i gioielli Bvlgari anche al lavoro – durante le riprese di Mercoledì delle ceneri, del 1973, portava lo zaffiro cabochon. Cinque anni prima, nel 1968, sul set di Scogliera dei desideri compariva con la collana di smeraldi che Burton le donò per il fidanzamento. Le pietre prima del design, sfruttando la manifattura. Il pezzo della collezione Cinemagia con il valore più alto conta almeno venti rubini del Mozambico: tra questi, l’esemplare al centro raggiunge una dimensione fuori standard per le gemme dell’Oceano Indiano. Un bracciale orologio di zaffiri e diamanti al taglio baguette porta il decoro su ogni dettaglio nello spessore minimo, tagli sottili e lineari come schegge o scaglie di serpente – è stato necessario oltre un anno per realizzarlo.


Bvlgari

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