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Si sale dall’Arco di Costantino per arrivare alla piattaforma ove si innalzava il Tempio di Venere, ridisegnata da una struttura in finto travertino, corredata dalle siepi di bosso di un giardino all’italiana e con al centro una fontana, in corrispondenza all’abside colossale dell’edificio sacro, ritmata da lacunari. Il tempio, il maggiore dell’antichità nella capitale imperiale, eretto da Adriano, che ne fu probabilmente il progettista, nel 121 d.C., é situato nella parte orientale del Foro, tra la basilica di Massenzio e il Colosseo. Fu dedicato alle dee Venus Felix (Venere portatrice di buona fortuna) e Roma Aeterna. Leggenda vuole che qui sia nata Roma. Non a caso nel tempio si praticava il culto della sua eternità, la religione della sua essenza mistica . Roma Amor. In precedenza qui sorgeva l’atrio della Domus Aurea neroniana, dove era collocato la statua bronzea, alta oltre 35 metri, che raffigurava Nerone. Il Gruppo LVMH ha stanziato un finanziamento di 2,5 milioni di euro per contribuire al restauro di questo luogo. 

Sonorità evocative, il Satyricon di Fellini ipnotico fluttua nell’aria. Archeologia anni Settanta dalle fragranze lisergiche. Silvia Venturini Fendi, anima creativa e il CEO Serge Brunschwig. Il tramonto è in technicolor. Strisce rosa flamingo, porpora e oro fuso, sferzano la tela della luce, che si sfalda precipitando verso la notte. Il Colosseo è lì davanti, sogno da Grand Touristes che pare un centrotavola per giganti ed eroi. Lo show si snoda su una musica elettronica a base di ripetizioni, curata dalla performer italiana di stanza a Berlino Caterina Barbieri. Roma Quanta Fuit diventa The Down of Romanity. Le ispirazioni sono tratte dall’epopea del marmo, del serpentino e del porfido. Media e codici lapidei, materie che incarnano duemila anni di esistenza dell’Urbe, dalla classicità al medioevo, dal rinascimento e barocco fino al razionalismo novecentesco. Fendi ha fatto sua quest’epica di pietra e colori, di venature e intrusioni fossili. Cinquantaquattro uscite, quanto gli anni che Kaiser Karl ha trascorso alla guida di Fendi. Ventuno sono i modelli nuovi apparsi nel défilé, mentre gli altri prendono forma da rielaborazioni di pezzi d’archivio. Crinoline, maniche a palloncino alla magiara di sapore rinascimentale, grafici décolleté, tuniche impero e tailleur magistrali, pantaloni palazzo in moiré e gazar marmorizzato, griglie di perline ottagonali. Un ricamo a spighe in rafia sulla superficie di un laminato oro. Cestini e pattern floreali su griglie in pelle, robes manteaux ‘70 e  pulsazioni di visone come venature di serpentino e red porphiry, la pietra degli imperatori a Roma e Bisanzio, suggello degli eroi e dei martiri. Le tecniche di tessitura si manifestano sulla Baguette in pelliccia, sandali e stivali trasparenti, ancora spighe e corolle che emergono dal tulle. Marmi e natura, un vento di Secessione viennese che riporta un’altra volta all’imprinting di Karl Lagerfeld. Le modelle hanno tutte la stessa coiffure che ricorda Sylvie Vartan e l’Histoire d’Eau – anno 1977 – di Jacques de Bascher, un passaggio nodale nella storia di fendi.

Marmora Romana è un libro di Raniero Gnoli apparso nel 1971 presso le Edizioni dell’Elefante, che è stato rieditato, per la terza volta nel 2018, da La Nave di Teseo, nella collana Le Costellazioni. Di queste pietre mirabili, nel volume sono analizzati la consistenza e il colore, le cave di provenienza, i significati simbolici e l’impiego. Se ne documentano i luoghi e le peculiarità.  Marmora Romana è il punto di partenza di un viaggio che si spinge fino all’Africa settentrionale, intorno al bacino del Mediterraneo. Pellicce intagliate – sostenibili e ridefinite a nuova vita miscelate a supporti tessili si trasformano nelle policromie dei mosaici della Domus Tiberiana. Ricompongono i pavimenti cosmateschi di Santa Maria Maggiore, i damier escheriani dei Santi Quattro Coronati e di Santa Maria in Cosmedin, o quello dell’abside soprelevata di Santa Francesca Romana, una chiesa come un teatro, che sorge a due passi. Il breitschwanz si tramuta in bronzo dorato. Exegi monumento aere perennius, scriveva Orazio nelle Odi. L’Astuccio Fendi, iconica lavorazione del 1971, si intarsia sul tulle e approda anche sugli abiti. Il trench in seta con lining in zibellino della Marchesa Bianca Brumonti, iconico ruolo di Silvana Mangano in Gruppo di Famiglia in un interno di Luchino Visconti- 1974- , viene rivisitato in forme più ampie e fluide. Mangano qui  è una sibilla di Desubleo, volto d’avorio barocco e occhi bizantini di veggente. Una Cassandra sventata, gesti dallo chic nevrotico come vaticinii. E’ sempre in ritardo, fiera e in allerta come una belva nella jungla. Il plot si staglia su una Roma onirica, seppiata e venefica, intessuta di bellezza fatidica, di complotti e di violenza. Et in Arcadia ego.

Ranieri Gnoli, autore di Marmora Romana, orientalista e studioso di sanscrito, storico delle religioni e professore ordinario di Indologia per più di tre decenni all’Università La Sapienza di Roma, è stato allievo di Giuseppe Tucci, buddhologo, esploratore e capo di spedizioni archeologiche in Tibet, in India, in Afghanistan e Iran. Tucci, che nel 1933, insieme a Giovanni Gentile fondò l’Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente di Roma, in vita era  considerato il più grande tibetologo del mondo. Per tracciare la sua mappa fatta di pietre, pietre che racchiudono gli arcani e l’alchimia della terra, Raniero Gnoli ha visitato tutti i principali luoghi e monumenti del bacino del Mediterraneo dove si trovino marmi antichi. Un signore dall’eleganza nitida, affabulatore che centellina e cesella le parole. Dotato di un humour britannico che, a tratti, illumina il suo viso, rubato a una tela di Hogarth o di Zoffany. Maestro di spiriti brillanti, cult di una cerchia di iniziati e conversatore puntuto e divertente, vive appartato in un castello affacciato su un bosco che appare infinito, non lontano da Roma: una casa che ha trasformato in playground di invenzioni e che ha trasfigurato, incrociando reperti e frammenti antichi, rarities e oggetti e arredi che realizza egli stesso.

Usa la pietra paesina e i diaspri per costruire cabinet ebanizzati, compone mostri ghiribizzosi da Wunderkammer manierista con conchiglie e concrezioni, incrociando le armi con Arcimboldo e Rodolfo II a Praga, con l’Antico e il Cardinale Albani. Emulo del Monsignor Leone Strozzi della celebre Litoteca, con lui è facile perdersi sul Mons Porphyrites in Egitto, sulle rotte mediorientali di Efeso ed Emesa, nel regno di Trebisonda, a Baalbek o a Ostia, dove per primo seppe riconoscere la figura del Cristo nella domus di Porta Marina.  Marmora Romana rivela quanto siano ampi i campi di ricerca esplorati appieno dall’autore ed è lo specchio dei suoi molteplici interessi. Contrade esotiche, palazzi, splendori dinastici e religiosi. Gnoli, instancabile viaggiatore di una specie che ricorda più Robert Byron che Bruce Chatwin, come nessuno riesce a coniugare approccio filologico e slancio fantastico, godibilità letteraria e onestà intellettuale. A Raniero Gnoli, tra l’altro, si deve l’unica traduzione integrale a tutt’oggi esistente dell’opera completa del filosofo, mistico, musicista ed esteta indiano Abhinavagupta, vissuto a cavallo dell’anno Mille, il Tantraloka


Marmora Romana

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