previous arrow
next arrow
Slider

Uve bianche e rosse, Pinot e Sauvignon: Robert de Vogüé nasce nel 1896. Trascorre l’adolescenza al castello de La Verrerie a Oizon: la mattina, la colazione è un sorso di latte e una pagina del Times e del New York Herald Tribune. Le stanze della casa sono frequentate da Jacques Rueff e André Siegfried, dal direttore di Le Figaro Pierre Brisson – ospiti della principessa Louise d’Arenberg, sua madre. Al compiere dei diciotto anni, Robert si arruola nell’esercito come ufficiale di riserva, va in guerra e proseguirà la carriera militare negli anni a seguire. «Tutto quello che ho imparato lo devo all’esercito». Disciplina, preparazione, sangue freddo – una sfida si affronta con una strategia a tavolino, ideata in anticipo. Addestramento militare, educazione cattolica.

La parentesi fra i due conflitti mondiali: a Parigi, Francis Scott Fitzgerald e Zelda – champagne scorreva durante le feste di Salvador Dalì, al matrimonio surrealista di Luis Buñuel. In sottofondo si mescolavano le note del Charleston e del pianoforte di Cole Porter. Djuna Barnes usava l’alcol per continuare a vivere come Baudelaire, Rimbaud e Verlaine: il sapore di assenzio, pastis e bollicine – qualche sorso di troppo poteva favorire l’ispirazione. L’abitudine era pasteggiare alla façon aristocratique – champagne al mattino, champagne alla sera, come era consuetudine a Versailles fin dal 1743 – anno in cui arrivarono a corte le uve del produttore di vini Claude Moët.

Quindici minuti d’anticipo bastano per prendere un treno o per perderlo. Robert-Jean de Vogüé era l’immagine dell’uomo en avance: ci si presenta sempre un quarto d’ora prima, si ragiona con un quarto d’ora d’anticipo. È il 1924, Robert de Vogüé incontra e sposa Ghislaine d’Eudeville. Il loro matrimonio avrebbe avuto la bellezza della noia, una passione priva di seduzione – ma Ghislaine altri non è se non la diretta erede di quel Claude Moët: due secoli dopo, la donna è titolare della casa Moët & Chandon. Nessuno della famiglia d’Eudeville aveva voglia di farsi carico di tanto impegno – così Robert vi entrò come responsabile delle risorse umane e dell’esportazione.

Brazilian racing driver Emerson Fittipaldi opens a bottle of Moët to celebrate his victory in the British Grand Prix at Brands Hatch, 15th July 1972. Ph. Roger Jackson

L’oro dello champagne iniziò a mescolarsi al rosa di Elsa Schiaparelli con un turbante in testa –Coco Chanel sorrideva: «Bevo champagne solo in due occasioni: quando sono innamorata, e quando non lo sono». Alphonse Mucha disegnava un manifesto il Grand Crémant Impérial, che grazie a Robert-Jean de Vogüé arrivava fino in America. Il Mein Kampf era già sul comodino del padre di Robert, che ne aveva percepito la minaccia con vent’anni d’anticipo. Robert Jean agì con lungimiranza – non solo con un quart d’heure d’avance.

Nel 1941, de Vogüé istituì il Comité Interprofessionnel du Vin de Champagne: dai viticoltori ai vetrai, i lavoratori furono posti sotto la tutela. Le migliori annate di Moët & Chandon furono nascoste nei muri del castello di Charente – mentre de Vogüé, attento a dissipare il sospetto, inviava dodici bottiglie di annata pregiata ad Adolf Hitler in occasione del suo compleanno. Nel 1943, de Vogüé fu arrestato dalla Gestapo, deportato in Germania e condannato ai lavori forzati fino alla liberazione da parte degli inglesi. Sopravvissuto ai campi di lavoro e a una sentenza di morte, de Vogüé riprendeva la guida della casa Moët & Chandon e dava luogo a una rivoluzione sindacale a sostegno dei viticoltori vittime di deportazione e prigionia – nasceva la leggenda del marquis rouge, l’imprenditore socialista. Grazie all’attuazione del piano Marshall, de Vogüé triplicò produzione e ricavato.

Dalle corse dei cavalli che lo affascinavano in gioventù passa a quelle automobilistiche. Nasce la tradizione della bottiglia di Moët sul podio – nel 1967, Dan Gurney innaffiò Henry Ford, dopo aver vinto Le Mans con una sua auto. Dalle piste, il marchese si spostava ai campi da golf – suo sfidante è il presidente Eisenhower: de Vogüé ammette di averlo sempre lasciato vincere. Al suo fianco, Ghislaine – abiti di Piguet, Lelong e Christian Dior, e un catalogo di elettrodomestici in mano sfogliato con nonchalance nei salotti di New York, Chicago, San Francisco e Los Angeles.

Breakfast con Gary Cooper, lunch con Terence Young, regista di Thunderball, della saga di James Bond – amicizie e affari: l’agente 007 è costretto ad abbandonare il Martini e preferire lo champagne. Marylin Monroe stappa una bottiglia di Moët per intingervi patatine fritte, con il suo abito bianco di William Travilla. Un croissant al burro e un tubino Givenchy sono gli ingredienti del petit dejeuner di Audrey Hepburn in Breakfast at Tiffany’s, che all’alba stappava l’ultima bottiglia della serata: ‘fino alle sei del mattino è ancora notte’. Audrey durante le riprese beveva champagne suonando Moon River di Henry Mancina, con indosso pantaloni capresi, capelli raccolti in un fazzoletto bianco. Finzione e realtà per i cigni di Capote: Babe Paley, Slim Keith, Gloria Vanderbilt e un flute di champagne vicino alla tazza caffè per colazione.

De Vogüé sapeva che la festa comincia quando le luci dello schermo si spengono. In casa dei coniugi de Vogüé, Tino Rossi intonava Parlami d’Amore Mariù, mentre Maurice Chevalier aggiungeva all’ebbrezza dello champagne quella del twist: «è come spegnere una sigaretta con i piedi e strofinare un’estremità con un asciugamano» – l’importante è non rovesciare il bicchiere. Marlène Dietrich, Grace Kelly si affiancano a Ghislaine nei loro abiti sempre Christian Dior. Robert de Vogüé muore nel 1973 –  Versailles resta viva, si adatta ai tempi. Kristen Dunst è Marie Antoinette, le coppe di champagne sono su tavoli da poker, lamponi freschi nelle dita, cani carlini che bevono in coppe di cristallo e leccano panna Ladurée servita in porcellane Limoges. Tim Walker fotografa Scarlett Johansson – uva, bottiglie, una chaise Louis XV come la Pompadour.

Nel 2016, Yves Tesson e Francine Rivaud pubblicano un libro biografico dal titolo: Robert-Jean de Vogüé, ‘Le quart d’heure d’avance’ de Moët & Chandon. Il volume è edito in Francia da Tallandier. Per la prefazione, Ghislaine sceglie una frase tratta da Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa: Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.