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«Milano è una città larga», ha detto il sindaco Sala alla presentazione di Piano City 2019, sottolineando che da quest’anno il festival intende ripartire proprio dalle piazze periferiche. Data per superata l’antitesi centro-periferia, dentro-fuori la cerchia dei Navigli come ontologia del cittadino milanese, quello che si propone la giunta è di valorizzare l’identità di ogni luogo: da Gratosoglio alla Barona, da Baggio a Rogoredo – bisogna far emergere il potenziale di ogni quartiere. «Non si tratta di buonismo – ha specificato il sindaco – ma di un atteggiamento civile basico, di educazione». Il turismo non è solo potenziale economico per operatori e tassisti, ma «un appuntamento come Piano City è un’occasione per lavorare sulla narrazione di Milano».

Ricciarda Belgiojoso, pianista milanese (ma genovese di nascita), è al suo quarto anno alla direzione artistica del festival, insieme a Titti Santini. Se il momento cardine della scorsa edizione era stato in via Padova, con chiusura al traffico e quattro pianoforti in strada per un concerto a otto mani, quest’anno l’appuntamento clou sarà al bosco di Rogoredo, dove fino a poco tempo fa almeno un migliaio di persone andava a comprare la droga ogni giorno. Sarà domenica 19 maggio alle 16.00 con Emanuele Misuraca, a chiusura di un lavoro di riqualificazione sostenuta da più parti (tra queste, l’associazione Italia Nostra) contro l’eroina low-cost e la prostituzione legata allo spaccio. Da segnalar anche il concerto del duo Metamorphosis, il giorno prima – sabato 18 alle 20.00, nel Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo di via Corelli.

La prima regola di Piano City è la gratuità dei concerti. «Sono tutte occasioni di condivisione – spiega la direttrice artistica –, il senso della rassegna è diffondere la musica in città, fuori dalle convenzioni che di solito la musica richiede, in particolare la classica». Puntualità compresa: «A un concerto di Piano City ci si può andare apposta o ci si può ritrovare per caso quando è già iniziato, mentre si passeggia al parco». Questa esposizione musicale potrebbe avere effetti benefici e far scegliere a qualcuno di abbonarsi a una delle tante stagioni musicali della città.

Il primo ad aver avuto l’idea di Piano City è Andreas Kern, pianista e conduttore televisivo che a Berlino, nel 2010, si è inventato la rassegna. Precisa Belgiojoso, «era una situazione diversa: il modello di Berlino era più elitario. Pochi concerti e a pagamento, spesso in appartamenti privati che venivano aperti per l’occasione ai musicisti. Il primo anno partecipò anche Ludovico Einaudi, che ha importato l’idea a Milano, insieme a Titti Santini nel 2012, ma da subito con un altro spirito». Negli anni successivi, visti i trionfi di pubblico avuti a Milano, si è cercato un po’ ovunque di replicare l’idea. «Piano City Milano ha curato l’organizzazione della rassegna di Palermo: era l’anno in cui la città era capitale della cultura, l’anno di Manifesta. È importante dire che a Palermo c’erano le condizioni adatte per lavorare al meglio, se si pensa che addirittura un teatro come il Massimo si è messo in gioco per aprirsi alla città». Non sempre questo avviene in altri festival analoghi: strumenti inadatti come pianole elettriche, pianisti non pagati, «la regola secondo me è che se una cosa è gratuita, deve essere fatta bene».

Partner del festival è Intesa Sanpaolo, che porterà la musica nelle filiali, oltre a un concerto al Refettorio Ambrosiano. «Quest’anno, per la prima volta, è entrata anche Campari, che metterà dieci Red Pianos Campari Soda a disposizione del pubblico in diversi luoghi della città». I cittadini sono disposti ad aprire le proprie case per invitare i passanti ad ascoltare musica: «Un anno uno studente ha aperto al pubblico la sua mansardina con pianoforte verticale: poteva entrare un solo spettatore alla volta». Tra le novità di quest’anno la terrazza al trentottesimo piano di Palazzo Lombardia, il Cortile della Rocchetta al Castello Sforzesco – una fortezza nella fortezza, i cui restauri hanno riportato alla luce le decorazioni con motivi sforzeschi volute da Luca Beltrami ai primi del Novecento –, e la Fonderia Napoleonica Eugenia – fondata nel 1806, così chiamata in onore di Eugenio di Beauharnais, viceré del Regno d’Italia.

A photography by Julia Trotti

«L’aspetto che più ci interessa sono le nuove produzioni: commissioni, ma anche brani presentati per la prima volta che andranno a formare un nuovo album. Quest’anno avremo una prima di Michael Nyman, ‘Nyman’s Goldberg’. L’importante è che si consolidino le abitudini del festival: dal main stage della GAM ai concerti notturni di piano ed elettronica alla Palazzina Liberty, dalle Piano Lesson ai pianorama». Ogni cosa nel luogo più adatto: una delle maggiori difficoltà della direzione artistica è proprio quella di trovare queste sinergie: «A differenza delle altre manifestazioni diffuse in città, tutte arrivate dopo Piano City, noi abbiamo un aspetto produttivo da curare che implica un continuo ragionamento sui luoghi». Eccola la narrazione della città, una narrazione che si può fare attraverso la circolazione della cultura.

Piano City Milano parte il 17 maggio con il pianista islandese Ólafur Arnalds, che è solito stupire il pubblico con concerti a tre pianoforti, due dei quali sembrano suonati da fantasmi. Il resto del fine settimana la rassegna proseguirà tra tutti i verticali, coda e gran coda sparsi per la città, dall’alba al tramonto, fino a raggiungere il numero di 458 concerti distribuiti tra classica, jazz e pop.


Interview with Maddalena Giacopuzzi

Text Matteo Mammoli

Milano non ha un solo centro, non c’è solo il Duomo. Città larga, tornando a quanto diceva il sindaco Sala. In questa edizione di Piano City le periferie riqualificate sono co-protagoniste di altre zone della città che negli ultimi anni sono diventate nuovi centri – residenziali, commerciali, di aggregazione sociale.

I 366 mila mq che dal 1923 erano occupati dai palazzi e dai capannoni della Fiera Campionaria, nonché da alcuni studi televisivi della vicina sede RAI, oggi si chiamano CityLife. Realizzati i nuovi spazi espositivi della Fiera – che dal 1997 hanno preso il posto della sede dell’Alfa Romeo – e abbattuti i vecchi padiglioni, i lavori iniziati nel 2007 hanno modificato la geografia della città: sorgono i nuovi centri abitativi progettati da Daniel Libeskind e di Zaha Hadid, accanto alle dimore ottocentesche di piazza Giulio Cesare, la Fontana delle Quattro Stagioni, la palazzina Liberty, primo Palazzetto dello sport della città. Il panorama è cambiato, lo notano anche i turisti che salgono in cima al Duomo – sullo sfondo dominano lo skyline i tre grattacieli, uno in fase di ultimazione: la Torre Isozaki – ‘il Dritto’ –, di Arata Isozaki e Andrea Maffei, 50 piani per un’altezza di 209 metri, secondo grattacielo più alto d’Italia dopo la Torre Unicredit, quartier generale italiano di Allianz; la Torre Hadid – ‘lo Storto’, 44 piani per 177 metri di altezza, si sviluppa in torsione e ospita gli uffici di Assicurazioni Generali; la Torre Libeskind – ‘il Curvo’ – concepito come parte di una sfera ideale che avvolge la Piazza, sarà alta 175 metri e ospiterà la sede milanese di PwC.

CityLife è uno dei cuori di Piano City. Qui, domenica 19 maggio, ha luogo la performance a due pianoforti di Maddalena Giacopuzzi insieme a Eleonora Wegher e di Francesco Grillo insieme a Elisa Tomellini. «Non ho ancora avuto modo di vedere di persona City Life anche se amo da sempre Milano. Esibirmi in un luogo che ancora non conosco ma di cui tutti parlano mi dà ancora più carica», racconta Maddalena Giacopuzzi, classe 1991.  Ha iniziato a studiare pianoforte a cinque anni, diplomandosi poi al Conservatorio di Verona con il massimo dei voti, la lode e la menzione d’onore. Dopo una una borsa di studio dell’Accademia Filarmonica e gli studi al Conservatorio Monteverdi di Bolzano arriva all’Accademia Incontri col Maestro di Imola e all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.

Piano City è un’esperienza liberatoria per Maddalena. «Cadono le barriere della tradizionale concezione di fruizione della musica classica. Ricordo ancora dell’anno scorso, quando suonavo nel parco della Galleria d’Arte Moderna: il concerto è iniziato in sordina, c’erano poche persone. Quando ho finito il primo pezzo e rivolto gli occhi verso il pubblico sono rimasta impressionata dalla folla che nel frattempo si era raccolta, attirata solamente dalla musica». Maddalena non è nuova a esibizioni in occasione di Festival e manifestazioni musicali, è stata invitata a tenere recitals e concerti nelle città italiane – alla Fondazione dell’Arena di Verona, alla Fiera Classical Music World, Steinway Society, Mantova Musica Festival e Amici dell’Opera di Pistoia.

Nel 2016, a venticinque anni, ha ottenuto il terzo premio alla Ventiquattresima edizione del Concorso Pianistico Internazionale Rina Sala Gallo. «Noi musicisti siamo non ci sentiamo mai arrivati, siamo sempre in evoluzione. Ho suonato come solista con diverse orchestre, tra cui la Verdi di Milano, l’Orchestra dell’Arena di Verona, l’Orquestra Sinfonica del Estado de México. Ci sono due persone, tra le altre, che hanno lasciato un segno nel mio percorso musicale: Leonid Margarius – pianista ucraino di nascita, allievo di Regina Horowitz (sorella di Vladimir), insegnante e scopritore di talenti, ndr. –, e Benedetto Lupo – pianista che ha debuttato a tredici anni con il Primo Concerto di Beethoven, imponendosi poi in concorsi internazionali e suonando in tutto il mondo, ndr.».

Non esistono altre manifestazioni come Piano City. «Avevo partecipato ad un’iniziativa musicale a Roma, nel parco di Villa Borghese, ma l’evento di Piano City va considerato nella sua unicità. È il quarto anno che torno, ogni volta ho suonato in location diverse – dai Bagni Misteriosi alla Galleria d’Arte Moderna. Anche per me, che sono abituata a esibirmi, l’idea di performance muta e si evolve in base al luogo, all’atmosfera e alla partecipazione del pubblico».