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Inizio Novecento. A Milano i lavori sono disposti per Expo 1906, che ha come tema i trasporti: i carri, le biciclette, le automobili, le strade ferrate, i trasporti elettrici terrestri, i palloni aerostatici, le navi; e ancora valigie, poste, telegrafi, ovvero il trasporto della comunicazione. È inaugurato l’Acquario Civico – l’unico padiglione rimasto in piedi oggi e che mantiene rilievi originali, tartarughe e maioliche, oltre alla statua di Nettuno: fu una piccola impresa a portare i primi pesci un po’ da tutte le parti del mondo. Così come i pesci, nel 1906 arrivarono le persone. Lo zar Nicola II di Russia portò la sua collezione di ceramiche imperiali; nel padiglione cinese, si poté trovare uno dei primi ristoranti cinesi in Italia con tre cuochi orientali intenti a sfornare pinne di pescecane arrosto con prosciutto. Lungo le strade apparve la locandina di Leopoldo Metlicovitz: raffigurava Mercurio, dio del commercio, uscire dal nuovo traforo del Sempione, grazie al quale Milano sarebbe stata collegata direttamente a Parigi tramite una linea ferroviaria. Nel poster, il dio Mercurio insieme a una personificazione femminile della Scienza, entrambi illuminati dai bagliori rossi della locomotiva, si affacciano da una galleria in fondo alla quale è possibile riconoscere il profilo del Duomo.

Nel 1906, i padiglioni erano progettati e realizzati in stile liberty: mix di elementi gotici, barocchi e rococò. Più di mille e quattrocento fari elettrici illuminarono viali e giardini, una sorta di gigantesco albero di Natale orizzontale. Erano presenti quaranta nazioni e cinque milioni di visitatori. Nell’area di Expo 1906, corrispondente all’attuale CityLife e alla zona di Parco Sempione, passava una ferrovia sopraelevata elettrica, alta sette metri da terra, a doppio binario, con stazione di partenza e arrivo nei due poli espositivi, illuminata da quarantotto lampade ad arco. Luce, luce e ancora luce – luce artificiale. La sopraelevata sferragliava, partendo dall’arco della pace, avanti, avanti, incrociando via Pagano e proseguendo per via Guerrazzi, lungo tutta la via Abbondio Sangiorgio, scavalcando lo scalo merci Sempione, e raggiungendo la piazza d’Armi un po’ più a sud dell’attuale piazza VI febbraio, e poi nella stazione dall’ampia terrazza. Fu presentata al pubblico una mostra retrospettiva dei trasporti e l’esposizione di pesca e acquicoltura. Ventimila metri erano coperti dalle gallerie dell’arte decorativa italiana, giapponese, olandese, ungherese.

Come un fiore all’occhiello, fu indicato il padiglione degli orafi italiani. La Francia, per l’arte decorativa, occupava un palazzo con un salone di diecimila metri quadri e – per stupire tutti – una cupola centrale che si innalza per trentacinque metri. Nella via del Cairo, vediamo rappresentata la vita araba, con veri bazar e moschee e caffè. Fra i divertimenti principali, c’era un toboga: uno scivolo per barche che si tuffavano in un laghetto artificiale; durante la salita, le coppiette osservavano il panorama dall’alto, una Milano che sembrava un luna park, poi l’imbarcazione si fiondava a tutta velocità verso l’acqua. C’era il Teatro degli Animali, con le bestie feroci e i domatori dell’epoca; c’era il Wild West Show di Buffalo Bill; c’era l’Automat – il primo ristorante self-service – e la radio di Marconi. Il Re Vittorio Emanuele III istituì un premio di centomila lire per il vincitore di un tiro al piccione. Si corse una duplice coppa d’oro automobilistica con altre centocinquantamila lire di premi. I più arditi poterono provare a levarsi in cielo con un pallone frenato, o drachen, un aerostato tenuto legato al suolo con uno o più cavi. Quando l’Expo inaugurò il 28 aprile di quel 1906, il sole splendeva alto in cielo. Milano voleva porsi alla pari con Parigi, New York, un melting pot di visioni, viste, impressioni tattili, lingue, suoni. Profumi.

Floris London Jermyn Street

In quegli anni mosse i primi passi Giuseppe Casolari, classe 1899, futuro coiffeur. Il suo primo salone aprì nel centro di Milano, la carriera si avviò durante gli anni di Expo 1906 grazie a una rete di contatti che cominciò lì a tessere in Europa. Ci fu poi la prima Guerra Mondiale e il trasferimento a Firenze, nel 1924, sul Lungarno Acciaioli. Nel 1928, Casolari fece ritorno a Milano, fra i suoi clienti passò Maria-José del Belgio, moglie del futuro Umberto II, la regina di maggio. Giuseppe iniziò a importare accessori per capelli e profumi introvabili in Italia, fino a quando – dopo i bombardamenti del ’45 e un nuovo negozio in via Verri – cominciò un’attività separata di distribuzione e importazione di profumeria artistica. Nel 1955 nacque Calé ­– acronimo delle due famiglie Casolari e Levi, i cognomi delle figlie dei fondatori – il più antico distributore europeo nel settore della profumeria. Nel 1997, Silvio Levi, chimico e appassionato di formule, riparte da queste radici quando prende in mano le redini dell’azienda di famiglia e apre il primo dei negozi Calé. Un distributore scopre i profumi attraverso una rete di confidenze, uno scambio di sussurri fra intenditori. Calé si è legato col tempo a marchi francesi, inglesi, austriaci. Dietro ogni marchio, la storia di una famiglia – e qui una breve narrazione per alcuni tra i tanti, come se fosse una nuova visita tra gli scaffali di Calé.

Creed. Ancora oggi gestito da Olivier Creed, sesto discendente della sua famiglia: la storia risale al 1760, con James Henry Creed e la sua bottega di sartoria, lavorò per il Conte d’Orsay, la regina Vittoria, l’imperatrice Eugenia. L’idea di produrre un profumo nacque dal desiderio di creare un ‘logo’ olfattivo per i clienti. Quando, negli anni Ottanta del secolo scorso, gli agenti si presentavano in Italia con il profumo Creed, erano in pochi a conoscere questa storia. Non sfuggì a Calé, che nel 2014 ha festeggiato i trent’anni di collaborazione col marchio inglese.

Floris. Impresa creata nel 1730 a Londra, da Juan Famenias Floris e tramandata per otto generazioni. Quando Juan giunse in Inghilterra dalle isole Baleari, provò a cercare fortuna con una bottega da barbiere e parrucchiere, aprì il suo negozio in Jermyn Street e, poco dopo, provando nostalgia degli aromi e delle fragranze del Mediterraneo, iniziò a creare con la moglie Elizabeth alcuni profumi. Fra i suoi clienti Mary Shelley e la regina Elisabetta II. È di Floris il profumo che il personaggio interpretato da Al Pacino riconosce, pur essendo cieco, in Profumo di donna. James Bond porta Floris 89.

Knize. Radici austriache raggiungono la sartoria viennese nata a metà Ottocento per mano di Joseph Knize, un ex militare ceco. In Gentleman. Manuale dell’eleganza maschile, Bernard Roetzel cita Knize Ten, nato nel 1925, come una delle undici essenze eterne. Si dice che sia stato l’architetto Adolf Loos a progettare la bottiglia. Di sicuro dietro la fragranza c’è il naso del maestro profumiere Vincent Roubert, la cui storia inizia a Grasse, terra dei profumi di Chanel, dove lavorò per l’azienda creata da Antoine Chiris. Prima della Prima Guerra Mondiale, nel 1912, Roubert creò L’Or per Coty. Dodici anni dopo, sempre con Coty, realizzerà Knize Ten. Il numero dieci simbolizza il più alto handicap nel gioco del polo. Fra i fan di Knize Ten – definito il Marlon Brando dei profumi, amaro, terroso, legnoso ed erbaceo come il divo americano – ci sono David Niven e il regista Billy Wilder. Knize attrae anche le donne – per Marlene Dietrich confezionava i pantaloni.

Humiecki & Graef. Un profumo deve creare reazioni, anche contrastanti, come la rabbia. È su questo spunto che il vetiver si mescola allo zenzero e al catrame di betulla, al cardamomo per renderlo meno classico e per ricreare attraverso l’olfatto l’immagine di un uomo che piange. Un’immagine di autenticità, perché «quando un uomo piange, lo fa in modo autentico».

Nel 2001, la sede di Calé si sposta in via Santa Maria Podone, quindi nel 2013 in Corso Magenta, vicino ai palazzi settecenteschi. Insieme ai marchi distribuiti in esclusiva da Calé, nasce la linea creata che prende lo stesso nome del negozio, nel 2008. Nastrini colorati sono posati attorno al collo delle boccette dei profumi. Il rosa indica i floreali, il marrone per i legnosi, il nero per i cuoiati, il giallo per gli agrumati, e così discorrendo. Calé ha firmato proprie fragranze d’autore, associandole alle musiche composte da Filippe Abussi. Undici fragranze ispirate a sensazioni, spesso nate da un viaggio. La fragranza Mistero richiama l’immagine di una figura maschile giunta per aiutarci a vedere le cose in maniera diversa. Per ottenere questo effetto è stato usato l’Oud, chiamato legno degli dei, una resina che impregna e protegge il legno dandogli un connotato olfattivo cuoiato, sensuale, animalesco. Le fragranze Fulgor e Roboris nascono da un viaggio nella Dead Valley e da un allagamento del deserto: da qui due sensazioni diverse, la paura selvaggia rappresentata da Fulgor e l’umidità riflessiva dell’acqua, rappresentata da Roboris.