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«Vado un paio di volte all’anno in Silicon Valley per vedere cosa stanno facendo», racconta Ercole Botto Poala, alla guida dell’azienda Reda, a Valle Mosso, che dal 1865 continua a intessere filati. «Qua parliamo ancora di innovazione mentre devi essere disruptive: arrivare con un’idea che distrugga il modello originale. Io sono disposto a investire anche milioni sul tuo progetto se è disruptive, ma se è innovativo non mi interessa».

Botto Poala non si è mai allontanato troppo da Valle Mosso, trasferendosi solo a Biella per «motivi sentimentali. Questo luogo ha visto nascere la rivoluzione industriale del Paese. La prima macchina che arrivò in Italia a fine Ottocento era un filatoio montato da Pietro Sella nella sua fabbrica a cinquecento metri da qui. Il suo caporeparto di filatura si chiamava Carlo Reda che presto avrebbe fondato la propria azienda. Nel 1919 suo figlio Giovanni Reda non aveva eredi e decise di vendere». Tra le clausole di cessione, impose il nome Successori Reda«perché chi poteva sapere se quei giovani Botto sarebbero stati in grado di fare la stoffa come si deve? La comunità doveva sapere che non era più un Reda a produrre quelle stoffe».

Per produrre la lana si inizia selezionando la materia prima. Si pettina il vello, ordinato e raccolto in nastri, che vengono trasferiti nel reparto di tintoria, dove la lana incontra il colore. Asciugati, i nastri passano al reparto di filatura: pettinatrici, melangiatrici, accoppiatrici e rings selezionano ulteriormente la lana. Dal nastro si passa a un unico, lungo filo sottile. Il filo, accoppiato con gli altri nel reparto di ritorcitura, viene parallelizzato, teso e lavorato per dar vita all’ordito – l’insieme di fili che formano la parte longitudinale del tessuto e che intrecciati con la trama, danno vita al tessuto vero e proprio. Alla fine, il finissaggio, per migliorare la stabilità, l’aspetto e la morbidezza del tessuto.

«Quando facevo i primi viaggi in Cina, agli inizi del Duemila, nel mondo c’erano seicento milioni di consumatori che vivevano nel benessere – americani, europei, giapponesi. Il benessere è il peggior nemico della sostenibilità perché porta a sprecare. Nel giro di pochi anni i consumatori sono diventati il doppio – mentre le materie prime sono rimaste sempre le stesse». La sostenibilità è la strada che i Botto Poala hanno intrapreso nel 2004 per essere disruptive, quando hanno ottenuto la certificazione EMAS, mai più persa – unico lanificio al mondo. Un anno di svolta in termini di sostenibilità è il 2009, quando lo stabilimento viene dotato di più di cento pannelli fotovoltaici per ridurre il consumo di energia elettrica e le emissioni di CO2 – che scende di 440 tonnellate all’anno – e viene stipulato un accordo per l’acquisto esclusivo di materie prime provenienti da fattorie che garantiscono il benessere degli animali. Nel 2018 l’azienda ha istituito il Reda Sustainability Award, per premiare la fattoria più sostenibile da cui si riforniscono di lana – in Nuova Zelanda e Australia –, mentre è di quest’anno la stesura della Dichiarazione ambientale di prodotto, un protocollo che certifica quali e quanti sono i consumi che l’azienda produce per realizzare i propri prodotti. Per essere in linea con i trend dell’azienda, Ercole gira con una Tesla, elettrica.

Reda Headquarter in Valle Mosso, Biella

Essere disruptive nell’epoca della delocalizzazione è anche scegliere di restare. Nel 1968 un’alluvione distrusse gli stabilimenti Reda. Non si è mai pensato a un trasferimento, nemmeno in anni più recenti. «Potevamo spostarci a venti chilometri risparmiando il dieci per cento, in sud Italia risparmiando il venti, in Romania fino al cinquanta per cento. Siamo anche stati contattati dal governo cinese, che ci avrebbe pagato per spostare là la produzione. Abbiamo deciso di andare un paio di chilometri più a nord rispetto a dov’eravamo, in una zona montuosa dove non c’era niente e dove abbiamo dovuto portare anche l’acqua. Volevamo restare qui, dove siamo nati, dove le persone provano un senso di appartenenza al territorio e hanno nel dna l’abilità di lavorare nel tessile».

Per arrivare a Valle Mosso bisogna cambiare treno a Novara. Si prosegue su una linea non elettrificata, dove viaggiano treni diesel che si devono fermare a fare carburante. In questo paese che si chiama come la sua valle, è racchiuso il patrimonio laniero italiano. L’incontro con Ercole avviene in quella che è stata la villa di famiglia fino al 1943, quando i nazisti entrarono a cercare il nonno e il prozio di Ercole per fucilarli – il caso volle che non vi fosse la mitragliatrice in paese e riuscirono a scappare mentre i tedeschi andavano a recuperarla dal paese accanto. Da allora, la nonna di Ercole non volle più mettervi piede. La villa, che una volta accoglieva con un grande scalone in marmo, è stata ristrutturata negli anni Settanta ed è oggi la sede degli uffici.

«Ho perso due anni al liceo – mi piaceva così tanto che non volevo finirlo. Mi bocciavano e per punizione durante l’estate mio padre mi faceva pulire i bagni in azienda», racconta Ercole. Il cambiamento è arrivato durante il primo anno di università, con la cartolina di convocazione per la leva obbligatoria. «Dimenticai di chiedere il rinvio per motivi di studio. Quando arrivai in caserma, presi al volo la possibilità di offrirmi volontario per una missione di mantenimento della pace in Mozambico, dove era appena finita la guerra civile. All’inizio lo pensavo come un viaggio, ma all’arrivo lo shock di vedere da vicino la fame, la violenza e la morte mi ha cambiato. Lì ho capito di dovermi meritare la fortuna che il destino mi aveva elargito in sorte».

Ercole rappresenta la quarta generazione Botto Poala, ci tiene a dirlo: «Nessuno sa ancora cosa faccia la quarta generazione, statisticamente è ancora troppo poco significativa – sorride. Il settantacinque per cento delle aziende familiari non sopravvive alla terza, che invece da noi ha ben operato». La terza generazione era composta da cinque famiglie. Per buona sopravvivenza, era stata stabilita la regola per cui sarebbe entrato in azienda soltanto un figlio per famiglia, che avrebbe lavorato non con il padre, ma con uno degli zii – quella che hanno chiamato regola di Walt Disney. Dopo un anno, gli zii approvavano o meno l’ingresso definitivo in azienda del nipote in questione.

«Nel 2005 io e i miei cugini avvertimmo di essere abbastanza adulti da meritarci un ruolo più definito in azienda. Siamo andati dai nostri genitori con una finta statistica di Cambridge, secondo cui diventare imprenditori oltre i quarant’anni fa crollare le percentuali di successo. Chiedemmo le redini per poter guidare la Successori Reda». Il padre di Ercole per un anno e mezzo non si presentò in azienda, voleva che fosse chiaro il passaggio di gestione. «Per fare l’imprenditore occorre passione, è un piacere masochistico – sono richiesti investimenti di capitale a fronte di una bassa marginalità e di un alto rischio. Serve determinazione, soprattutto oggi. Mio nonno competeva con il suo vicino di casa, mio papà con i concorrenti biellesi e comaschi, oggi la partita è globale».

Per la quinta generazione Botto Poala non varrà più la vecchia regola di assunzione, il tema è la meritocrazia – «con un condono tombale dei successi scolastici della generazione precedente. Sarei un pessimo mentore, posso insegnare un modello di lavoro, ma la trasformazione digitale ha cambiato tutto. La quinta generazione dovrà studiare, fare esperienze all’estero e tornare con una nuova struttura mentale. Fra dieci anni Reda dovrà essere del tutto diversa da com’è oggi – non so come, sta cambiando tutto troppo velocemente perché si possa solo ‘innovare’. Cosa potrei insegnare io al prossimo amministratore delegato se non il vecchio modello?».