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Si potrebbe prendere come scusa quella di andare a visitare il Photo London 2019. Non che a Londra non ci sia ragione per tornarci, ma a maggio, per non essere dispersivi, la quinta edizione di questa rassegna fotografica – che si terrà dal 16 al 19 maggio – sembra essere imperdibile: oltre un centinaio di gallerie da tutto il mondo esporranno opere di maestri o di giovani artisti, almeno quattrocento dei quali per la prima volta in mostra con opere che in molti casi superano l’idea classica, tradizionale di fotografia per spingersi verso sperimentazioni e forme d’arte che incrociano scultura, pittura, video, tessuti. Presenti a Photo London gli artisti rappresentati dalla galleria milanese 29 Arts in Progress di Eugenio Calini. Gian Paolo Barbieri presenta Polaroids and more, 140 foto inedite che tracciano l’uso della fotografia istantanea negli ultimi trent’anni di lavoro dell’autore; Silvia Lelli indaga il rapporto tra danza e fotografia con The Art of Dance Photography; la danza è protagonista anche di Movement as Muse, che raccoglie un gruppo di opere di Silvia Lelli, Gian Paolo Barbieri, Rankin e Greg Gorman.

L’importante è non perdersi. Arrivati sullo Strand ci si potrebbe soffermare a guardare l’imponente sede del King’s college, un edificio brutalista costruito dopo i bombardamenti della Seconda guerra mondiale e credere di aver sbagliato strada. Si tratta solo di andare avanti ancora di qualche metro e giungere alla Somerset House – che poi appena la si vede la riconosciamo tutti, anche se a Londra non ci siamo mai stati. L’abbiamo già vista in molti film, dai vari James Bond come GoldeEye o Tomorrow Never Die fino allo Sherlock Holmes di Guy Ritchie, quello con  Jude Law e Robert Downey Jr., per capirci. Non a caso, la Somerset è una location perfetta per farci sentire subito dentro un mood britannico.

Pochi edifici restituiscono il sentimento di appartenenza a un territorio, a una città. Pochi sanno essere così londinesi – del resto nacque proprio con questo intento. Era a metà del Sedicesimo secolo che Edward Seymour, duca di Somerset, aveva iniziato la costruzione del palazzo come sua casa nella capitale. Non se la godette, dato che neppure un decennio appresso, nel 1552, fu giustiziato nella Torre di Londra. Così la proprietà passò direttamente alla corona. Là visse la giovane Elisabetta, prima d’essere incoronata regina. Nel Diciassettesimo secolo sembrò dovesse diventare la casa dei regnanti d’Inghilterra, se non fosse stato per la guerra civile che trasformò il palazzo nel quartier generale dell’esercito. Poi la peste e il grande incendio di Londra, quello del 1666, che però risparmiò il palazzo.

I regnanti sembravano sempre meno interessati a soggiornarci, l’ultima fu Caterina di Braganza, alla fine del Seicento. Forse credevano portasse sfortuna, o che fosse passata di moda, o forse avevano altro a cui pensare. L’edificio fu sottoutilizzato, trasformato in uffici, magazzini, stalle. Qui entra in gioco l’orgoglio cittadino. Londra, ancora a metà del Settecento, non possedeva, come le altre capitali europee, grandi edifici pubblici. I dipartimenti governativi se ne stavano imprigionati in piccoli edifici vetusti sparsi nella città. Che figura ci facevano con Parigi o Berlino? Così, ciò che non fece l’incendio del 1666 lo fece l’orgoglio nazionale. Si pensò di abbattere l’edificio ed affidare il progetto a un uomo che oggi definiremmo archistar: sir William Chambers.

Jenn Nkiru, Still from Neneh Cherry’s Kong alla Photo London 2019 alla Somerset House di Londra

Jenn Nkiru, Still from Neneh Cherry’s Kong, 2018

Erano due gli architetti che dettavano legge sul gusto dei britannici in quegli anni. Entrambi entrando poi di prepotenza nelle storie dell’arte di mezzo mondo. Uno, il più conosciuto forse, era Robert Adam, l’altro, appunto, Chambers. Molti degli edifici di Adam sono giunti fino a noi; la sfortuna di Sir William, invece, è che gran parte della sua produzione è andata perduta: un po’ per la guerra, un po’ per il gusto tutto londinese di demolire e ricostruire, in un impeto, una ossessione a rinnovare di continuo il tessuto urbano. Non con la Somerset, per fortuna.

Chambers riceve l’incarico della ricostruzione del palazzo che ha superato i cinquanta. Aveva già pubblicato un trattato sull’architettura civile che era diventato una sorta di prontuario di ogni architetto provetto. La Somerset sarà la sua opera definitiva, portata avanti fino all’ultimo giorno della sua esistenza, vent’anni dopo aver iniziato a progettarla.

Aveva viaggiato molto in gioventù sir William. Addirittura fino in Cina, dove s’era soffermato a studiarne la cultura e l’architettura. Come d’uopo, era in Italia che aveva raffinato il suo gusto. Cinque anni trascorsi nel Belpaese, per poi tornare in patria accompagnato da uno scultore inglese, Joseph Wilton, e da un pittore italiano, Giovanni Battista Cipriani. Questi dati biografici spiegano molto della sua architettura. Il neoclassicismo di Chambers non ha la durezza filologica del classicismo di inizio Ottocento, quello che aveva scoperto e studiato i siti archeologici greci e cercava di riprodurli con una monumentalità sorda e funerea. Il linguaggio classico per Chambers passava dal Rinascimento italiano, dal classicismo cinquecentesco, da Palladio, per intenderci. La facciata sullo Strand sembra a tutti gli effetti quella di un palazzo che potremmo trovare in Veneto o in centro Italia. Dopo la sua morte, la costruzione delle ali laterali dell’immenso quadrilatero hanno continuato a seguire il programma stilistico impresso da Chambers, senza cercare aggiornamenti linguistici francesi o tedeschi, magari più à la page. Questo dà al Somerset una coerenza, di rado capita in costruzioni di quelle dimensioni.

Fin da subito divenne l’edificio nazionale per antonomasia. I regnati erano ormai stati indirizzati verso Buckingham House, il Somerset divenne sede di uffici pubblici, che nel corso dei decenni trovarono spazio qui, magari sostituendo altri uffici che lo cercavano da altre parti: dalla Royal Accademy alla Royal Society, dagli Uffici postali agli Uffici delle Entrate, dal Consiglio della Marina al Registro delle nascite, matrimoni e decessi. Ci fu persino un laboratorio chimico  per prevenire l’adulterazione dei prodotti del tabacco e un Lottery Office. Il cortile interno fu trasformato nel dopoguerra in un parcheggio – una brutta fine per un edificio di tale storia. I londinesi se ne resero conto e con uno scatto d’orgoglio, nel 1984, decisero di trasformare Somerset House in un centro per le arti e la cultura, sovvenzionato dalle attività del Somerset House Trust. I vari uffici governativi trovarono casa da un’altra parte mentre qui alla Somerset iniziarono a trasferirsi istituzioni di prestigio, come il Courtauld Institute of Art e la sua collezione di dipinti di maestri del Rinascimento e dell’Impressionismo.

Andare al Photo London è anche permettersi di passare una giornata in un posto così, che d’inverno ospita una pista di pattinaggio nel cortile, o che d’estate accoglie eventi musicali. Girare per i caffè o i negozi, salire ai primi piani per scoprire le imprese creative, oppure andare sulla terrazza a guardare il Tamigi, proprio come aveva fatto prima di noi Canaletto, nel 1750, quando ritrasse questo scorcio di Londra, prima che il Somerset venisse demolito e ricostruito da sir William Chambers.


Somersethouse

Photo London 2019

16-19 maggio