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Il Tartan non è un’invenzione della Scozia: frammenti di tessuto risalenti all’Ottavo secolo a.C. sono stati ritrovati nelle miniere austriache di Hallstattma, nonché nei sepolcri delle mummie Ürümchi di quattromila anni fa, in Cina. Furono i popoli celti, tuttavia, a rendere questa stoffa un simbolo – tanto da essere messo al bando da Londra nel 1746, dopo la battaglia di Culloden, con l’obiettivo di indebolire lo spirito di appartenenza dei ribelli. Sessant’anni dopo, la Highland Society inizia la registrazione ufficiale dei vari Tartan e nel 1822 re Giorgio IV suggerisce agli scozzesi di indossarlo nelle occasioni ufficiali. 1842 – il volume Vestiarium Scoticum dei fratelli Sobieski Stuart, si accreditò come catalogo ufficiale dei Tartan scozzesi, codificando la fantasia check (i due fratelli Sobieski sarebbero poi stati accusati di avere pretese al trono inglese quali discendenti di Carlo Edoardo Stuart). In epoca vittoriana il Tartan gode del favore reale e nello stesso periodo si diffonde l’usanza di legare i colori delle stoffe alle diverse famiglie con i cosiddetti Chief’s Tartans. 

Lo Scottish Register of Tartans (SRT) è stato istituito il 5 febbraio 2009: identifica le 8307 combinazioni di tartan registrate. Tra queste, con la ref. 2489, compare il tartan di Barbour, che Helen Barbour fece inventariare nel 1998 per far fronte all’immissione costante di copie sul mercato – una nota sul sito ufficiale dello Scottish Register of Tartans spiega: laddove i tartan siano stati registrati prima dell’istituzione dell’SRT, sono stati conservati i numeri di riferimento originali della Scottish Tartans Authority (STA) e della Scottish Tartans World Register (STWR). Ai tempi, la famiglia Barbour si rivolse alla manifattura Kinloch Anderson per la progettazione del suo Tartan. Da questa collaborazione nacquero due versioni: Classic e Dress, entrambi sviluppati sulla base del Tartan del distretto di Ayshire, terra d’origine della famiglia Barbour. I colori che compongono i Sett: uno sfondo marrone e blu scuro con overcheck bianchi, dorati e rossi. 

Fornitore ufficiali della casa reale britannica dai tempi di Giorgio V, Barbour ha creato anche il Tartan Balmoral, disegnato dal Principe Alberto nel 1857 per la consorte, la regina Vittoria. Il nome è un omaggio al castello Balmoral, a Deeside, in Scozia, ed è ad uso esclusivo dei regnanti inglesi: è indossato solo dalla Regina e – su sua concessione – anche dagli altri membri della famiglia. Barbour conquista nel 1974 il suo primo Royal Warrants, conferito dal Duca di Edinburgo, cui seguiranno nel 1982 quello assegnato dalla Regina e nel 1987 dal Principe di Galles. I Royal Warrants non si possono comprare. Sono l’evoluzione del Royal Charter, un documento redatto nel Dodicesimo secolo da Enrico II in cui annotava il nome dei suoi fornitori ufficiali. Il Royal Warrant fu introdotto dalla regina Vittoria: nei suoi 64 anni di regno lo rilasciò a circa 2000 fornitori – persone o compagnie che almeno per cinque anni consecutivi avessero fornito prodotti o servizi a un membro della Casa Reale. Solo la Regina Elisabetta II, il Principe di Edimburgo e il Principe di Galles hanno il potere di conferire Royal Warrant, uno solo per ogni singola tipologia di prodotto o servizio. A supervisionare, la Royal Household Tradesmen’s Warrants Commitee, che si riserva il diritto di revocare la gratifica. Solo le aziende che hanno ottenuto questo riconoscimento possono utilizzare la dicitura By appointment…  e mostrare le Royal Arms (lo stemma reale), nella loro carta intestata e sui propri prodotti. 

Barbour ha conseguito per tre anni (1991-1993-1995) anche il Queen’s Award per l’esportazione, onorificenza che la Regina conferisce a solo cento società inglesi all’anno. Nel 1995 Margaret Barbour è stata scelta come presidente dell’Associazione Royal Warrant, mentre nel 2002 è stata nominata Dame, Comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico, per il suo contributo allo sviluppo economico del Nord Est dell’Inghilterra. Nel dettaglio, quest’ultima onorificenza le è stata insignita per il suo ruolo nella creazione di un fenomeno che ha trasformato giacche in cotone cerato, originariamente ideate per pescatori e uomini di mare, in un classico dell’abbigliamento Country. Si spiega lo slogan: il marchio dell’abbigliamento migliore per il tempo peggiore. Non solo il tartan di Barbour, ma più in generale i modelli di giacche sono stati oggetto di emulazione – e lo sono tuttora: proliferano siti web per aiutare a smascherare i fake Barbour: si consiglia di osservare i bottoni, su cui è sempre inciso il nome del marchio in un design circolare. Il nome compare anche sulle cerniere e sugli altri dettagli in metallo. Nella fodera sotto il colletto, l’etichetta di un Barbour autentico presenta il Royal Warrant e tre francobolli reali dorati.

Fine degli anni Sessanta: il tartan nella swinging London segna l’inizio dell’agitazione studentesca e della ribellione allo status-quo ante. La rivoluzione giovanile degli anni Settanta fa uscire il plaid dall’iconografia folk e lo trasforma in uno strumento sociale si rivolta. Vivienne Westwood e Malcom McLaren dei Sex Pistols fanno sì che il tessuto delle Highland identifichi l’ideologia punk. «La gente sembra ancora sorpresa che io sia partita dal punk per approdare all’alta moda ma è tutto collegato. Per questo chiamammo una delle prime collezioni Punkature. Non si tratta di moda. Per me si tratta di storia», così Vivienne Westwood nella sua autobiografia del 2015.

Il Tartan si ottiene dal ripetersi di un disegno predefinito, il Sett. Nel decennio successivo lo stesso tessuto è adottato ora in chiave borghese e perbenista dalle Preppy e Ivy League – che scelgono il kilt come tratto distintivo –, ora come dissacrante e malinconico, nell’estetica proposta da Boy George e Cindy Lauper. È il periodo del benessere reaganiano: la lotta, di classe e di genere è superata dalla voglia di apparire. Nel 1985 Jean Paul Gaultier presenta la collezione Et Dieu Créa l’Homme, dove spicca un capo trompe-l’oeil: un pantalone in tartan a gamba larghissima, con falda che si ripiega sul davanti – sembra in tutto e per tutto una gonna. Superato l’overdose edonistico, negli anni Novanta, con l’estetica grunge e il disagio della generazione di Kurt Cobain, il tessuto scozzese ritrova un’attitudine sovversiva: le camicie dei Nirvana e i look dei Pearl Jam non sono l’inno di una Cool Caledonia, ma di un’antimoda trasversale che parla la lingua dei giovani e conferma la sua capacità di superare le stagioni – tanto che oggi non è raro vederlo indossato anche da artisti contemporanei come gli Artic Monkeys, Lily Allen e Rufus Wainwright. Nello stesso periodo la moda inglese si fa internazionale, con le collezioni di Paul Smith e la rinascita di Burberry, che stampa direttamente sul trench il suo tipico Tartan, finora utilizzato solo come fodera. Il nuovo Millennio segna la consacrazione del Tartan nell’Olimpo della moda con Alexander McQueen e Sarah Jessica Parker che, in occasione del Costume Institute Gala di AngloMania: tradition and trasgression in british fashion, si sono presentati in total look tartan. 

Idealizzato e romanticizzato come il leone e l’unicorno sugli stendardi, parafrasando lo storico Ian Buruma, il tartan porta con sé la tradizione e l’orgoglio delle terre del nord. Tradizione e orgoglio contro neo-medioevo all’epoca di Donald Trump, Boris Johnson e Volodymyr Zelens’kyj. Come sempre la moda amplifica i sentimenti della società e in un contesto cupo, dove il sovranismo si riaffaccia, l’estetica da passerella diventa politica. Con le Teddy girl di Maria Grazia Chiuri per Dior in un racconto femminista. Con la nuova era di Burberry sotto la direzione creativa di Riccardo Tisci, che spiega di aver chiamato Tempest la collezione l’autunno/inverno 19, «Dedico questa sfilata ai giovani d’oggi, a quelli che hanno da gridare per ciò in cui credono. Ho pensato molto all’Inghilterra come a un paese di contrasti, tra un’anima strutturata e un atteggiamento ribelle e libero. Ho voluto celebrare come questi elementi coesistano. Including not excluding». Plastificato per Fendi, ipervisivo per Versace, noir per Prada, il tartan raccontala l’insofferenza contemporanea ai diktat populisti.


Barbour

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