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Venezia cosmopolita, città di porto e di mercanti, di scambi culturali e intellettuali. Venezia artigiana, del merletto, delle murrine, della profumeria artistica, dei telai e dei legni intagliati. Venezia sotto lo scacco del climate change, con l’acqua sempre più alta, che non può permettersi di fare ulteriori compromessi. Le eccellenze della tradizione veneziana in dialogo con i giovani stilisti internazionali, al centro la moda sostenibile, con l’obbiettivo di diventare una piattaforma internazionale per promuovere il patrimonio creativo, artigianale e produttivo della città, creando partnership con le istituzioni del territorio – si è chiusa il 26 ottobre la nona edizione della Venice Fashion Week.

Ha debuttato Alto Artigianato Veneziano – in parte associazione e in parte marchio – che riunisce sotto la stessa bandiera quattro realtà: Tessitura Bevilacqua (creatrice di tessuti dal 1499), Lunardelli (laboratorio di oggetti di design in legno), Fornace Orsoni (produttrice di pannelli mosaico) e Martina Vidal Venezia (storica azienda del merletto di Burano che da 4 generazioni realizza biancheria di lusso con ricami di merletto). Per supportare la collaborazione tra creativi internazionali e aziende storiche veneziane, Alto Artigianato Veneziano ha presentato i suoi progetti in ambito moda: le collezioni degli stilisti Tiziano Guardini, già vincitore, nel 2017, del Green carpet fashion award come miglior stilista emergente, e Patrick McDowell, giovane stilista britannico impegnato nel tema della sostenibilità. A Tiziano Guardini sono state affidate le stoffe dell’Antica tessitura Bevilacqua per la creazione di una capsule collection. Patrick McDowell ha avviato una collaborazione con Orsoni Venezia 1888, di cui ha recuperato tesserine di mosaico per creare una linea di accessori. Le due collezioni sono state presentate non con la sfilata ma attraverso dei tableau vivant animati da modelle di differenti etnie.

Moda sostenibile

La presentazione delle due collezioni si è svolta durante l’evento UK-ITALY: Lessons in Sustainable Fashion, secondo capitolo della conferenza organizzata dal Department for International Trade (il primo incontro si è tenuto a Firenze lo scorso gennaio durante Pitti Uomo) all’Hotel Ca’Sagredo. Il palazzo risale al Quindicesimo secolo: affacciato sul Canal Grande, un tempo dimora patrizia della famiglia Sagredo, conserva intatto il suo patrimonio storico. Marina Iremonger, responsabile del settore moda presso il Department for International Trade Italia, è promotrice di una moda etica dal 2011, con la collettiva The green closet durante la settimana della moda milanese: «A quei tempi visitare la sezione Estethica della London fashion exhibition mi aveva incoraggiata a creare qualcosa di simile in Italia. Nell’ultima edizione di settembre il salone londinese è stato dedicato alla Positive Fashion, declinata in sostenibilità, artigianato e diversità». 

Italia e Regno Unito sono già protagoniste nel comparto moda-tessile di uno scambio commerciale del valore di 1.660.734.000 euro (dati Istat). Una promessa per il futuro nell’Italia di Prada, di Armani e del debito pubblico e nell’Inghilterra di Vivienne Westwood, di Alexander McQueen e della Brexit, confronto tra stili e sartorialità, la tradizione italiana e la sperimentazione londinese. La conferenza si è aperta con il saluto da parte dell’ambasciatore britannico in Italia, Jill Morris, che ha ricordato l’accordo di partenariato raggiunto tra i due Paesi per la presidenza della Cop26, la conferenza mondiale delle Nazioni Unite sul clima prevista per la fine del 2020. L’industria della moda contribuisce all’economia britannica con un valore di oltre 32 miliardi di sterline e con 890mila posti di lavoro. Il confronto veneziano UK-Italia ha affrontato la formazione della prossima generazione di stilisti e l’educazione del consumatore. Interventi da parte del mondo accademico, quello dove si gettano le basi per il futuro della moda, racconti e testimonianze su come affrontare il tema della sostenibilità dal punto di vista didattico. A confrontarsi la professoressa José Teunissen, rettore della School of fashion design presso il London College of Fashion UAL e la professoressa Elda Danese, docente di tecnologie del tessuto e design della moda presso lo Iuav di Venezia. Il Sessantotto in Italia è nato alla Cattolica di Milano per poi diffondersi negli atenei della penisola. L’università, al pari della fabbrica, era teatro di rivoluzioni. A moderare gli interventi è stata chiamata Marina Spadafora, capofila in Italia del movimento Fashion revolution – una campagna globale fondata in Inghilterra per promuovere la consapevolezza sull’impatto che la produzione e il consumo della moda possono avere su ambiente e risorse umane.

Contro un sistema di matrice obsoleta che genera una sovrapproduzione tanto di merce quanto di scarti, compromettendo la creatività degli stilisti, il valore effettivo degli abiti, e producendo una quantità di inquinamento e rifiuti che non ha pari in nessun a altra industria – già nel 2015 la trend forecaster olandese Li Edelkoort aveva redatto il suo Anti Fashion Manifesto, criticando un meccanismo che non sembra in grado di stare al passo né con le esigenze della società contemporanea né con i suoi valori, dove ad essere insostenibile non è solo la produzione ma anche l’immagine trasmessa, che troppo spesso ancora fa riferimento a un ideale ormai vetusto. I risultati cominciano a mostrarsi solo oggi. I tessuti ecologici (Guardini utilizza una seta che non prevede l’uccisione dei bachi, si raccoglie la crisalide solo dopo la metamorfosi in farfalla), la produzione limitata (McDowell realizza un pezzo solo per ogni capo o accessorio), il riciclo o – upcycling  dare nuova vita agli indumenti e ai tessuti di scarto. In Inghilterra Bethany Williams, ospite fissa della fashion week londinese nella categoria positive fashion e già insignita del Queen Elizabeth II Award for British Design, crea intere collezioni utilizzando solo materiali di riciclo. In Italia GR10K Anna Grassi attinge dall’archivio tessile dell’azienda di famiglia – Alfredo Grassi S.p.a, dedita alla produzione di indumenti da lavoro. 


Patrick McDowell
Ventitré anni, originario di Liverpool. Durante gli studi presso la Central Saint Martins, svolge un tirocinio da Burberry, in seguito sponsor della sua prima collezione insieme a BFC, Swarovski e Oakley, attraverso la donazione di tessuti di scarto. McDowell rafforza l’idea del riciclo già presente in tutte le sue creazioni – fin da bambino utilizza vecchie stoffe e indumenti usati per creare vestiti e accessori, inizia a cucire a tredici anni, trasformando un paio di jeans in una borsa per la scuola: «L’ho sempre fatto così, quando ho sentito parlare di sostenibilità ho pensato – ecco come si chiama quello che sto facendo». La collezione di McDowell trova ispirazione nella sua famiglia, nel padre pompiere e nella madre che ha sei sorelle. Prima di essere presentata in laguna, la collezione ha debuttato alla fashion week di Helsinki: oltre ai tessuti di Burberry, a impreziosire scarpe e borse sono presenti cristalli Swarovski danneggiati o graffiati – invendibili. 

Tiziano Guardini
Nato a Roma, laurea in economia, triennio in fashion design e master in product management presso l’Accademia Koefia. Lo stilista della natura, così lo definisce la stampa, esempio di moda che non si limita a lanciare nuove tendenze, ma diventa politica e sociale utilizzando il privilegio della visibilità mediatica. Nel 2014 è stato invitato all’Onu come ospite dell’evento Fashion for Forest and Forest for Fashion. Nel 2017 vince il premio Franca Sozzani, Green carpet fashion award e il Peta couture award. Alla base della filosofia del suo marchio ci sono il concetto di ECOuture, il rispetto e la sperimentazione. A fare da musa, la natura. Nella collezione presentata a Venezia, Atlantis, i colori richiamano quella marina – coralli rossi e blu, anemoni di mare e l’argento cristallino dei pesci. 

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