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Il Teatro alla Scala, Palazzo Reale, Palazzo Belgioioso, la facciata di Brera: Giuseppe Piermarini, arrivato a Milano nel 1769, nei trent’anni di permanenza in città cambiò il volto del capoluogo lombardo. Tutti ne ricordano le opere architettoniche, pochi sanno che suo è anche il progetto dei giardini di Porta Venezia, primo parco pubblico milanese, oggi intitolato al giornalista Indro Montanelli. Dal 1871 il capoluogo lombardo lascia a Roma il ruolo di capitale politica per rivendicare per sé quello di capitale di tutto il resto – iniziò nel 1881, quando il giornalista Ruggero Bonghi la definì ‘capitale morale’ in occasione della prima Esposizione Industriale nazionale, che si svolgeva nei giardini di Porta Venezia. 

Due secoli dopo i giardini di Piermarini, nel 1970, in zona periurbana nasceva il Parco Nord: all’inizio era solo un vuoto urbano, retrobottega della città costruita, poi si capì l’utilità di quei campi nel frenare l’urbanizzazione incontrollata. Divenne una cintura verde. Il parco venne forestato, poi in parte disboscato per creare aree fruibili. Oggi occupa 793 ettari. Dal 1983 sono stati piantati 260mila alberi, realizzati 40 chilometri di piste ciclabili, 28 campi da gioco, 1100 panchine. Nel 1974, 110 ettari nella zona ovest della città in concessione a Italia Nostra diventavano il Boscoincittà, il primo progetto di riforestazione urbana in Italia, «in anni in cui era considerata una cosa da matti», ricorda il suo direttore Silvio Anderloni. Nel 1990 veniva istituito il Parco Agricolo Sud Milano, che oggi comprende le aree agricole e forestali di sessanta comuni, occupando più del 50% dell’area metropolitana per un totale di 47mila ettari. Il Bosco Verticale di Stefano Boeri da cinque anni segna il confine del quartiere Isola, ospitando più di duemila alberi e arbusti. 

Il 20 e 21 novembre la Triennale di Milano ha ospitato il World Forum on Urban Forests, con tavoli di lavoro, dibattiti, conferenze e condivisione di esperienze di ospiti provenienti da tutto il mondo. Davanti al Museo sono stati piantati i primi alberi del progetto ForestaMi dal sindaco Giuseppe Sala, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, l’architetto Stefano Boeri: cappotto scuro e pala in mano. ForestaMi è un fondo nato da un protocollo d’intesa tra Comune, Città metropolitana e Parchi per piantare tre milioni di alberi entro il 2030. Servirà prima raggiungere altri obiettivi intermedi, parte dell’intesa: individuare luoghi pubblici e privati dove piantare, implementare nuovi modelli di finanziamento e sperimentare nuovi metodi di coinvolgimento. Il fondo ForestaMi sarà gestito da un comitato scientifico composto da esperti delle Università del territorio su cui vigilerà un comitato garante.

La maggior parte delle aziende che già finanziano la piantumazione e la gestione del verde pubblico milanese è interessata al centro cittadino, per un ritorno di immagine. Il progetto ForestaMi consente di svincolarsi da questa logica di visibilità – piantare e gestire il verde in periferia diventa attrattivo per enti e compagnie perché li rende partecipi di un progetto unitario, che coinvolge anche i cittadini. Tra i riferimenti, l’esempio di New York: privati, aziende, compagnie, grandi investitori hanno piantato un milione di alberi in dieci anni: iniziato nel 2007, l’obiettivo è stato raggiunto con due anni di anticipo.

La città metropolitana. Occupa il 6,6% del territorio regionale, su cui si concentra il 22% della popolazione. Il 52% di questo territorio è agricolo, il 7% boscato: più della metà della sua superficie non è antropizzata. La città metropolitana è la seconda provincia italiana per produzione agricola. Se in Lombardia ci sono 629 metri quadrati di verde per abitante (in Italia sono 1700, in Europa 3200), nel Comune di Milano il verde pro capite è di meno di 18 metri quadrati. Le città non sono solo le maggiori responsabili di emissione di CO2 e inquinanti, ma anche le prime vittime. Portare le foreste in città è un modo per ridurre le emissioni di CO2 e gli inquinanti dell’aria, mitigare le temperature d’estate e d’inverno, rendere più belle le città e far aumentare il valore degli immobili. 

Strumenti tecnici, quantificazione economica e cultura. Ai ricercatori del Politecnico di Milano è affidata la supervisione scientifica del progetto. I dati delle aree di calore della città incrociati con il fattore di vulnerabilità della popolazione, cioè la distribuzione geografica di bambini e over70, hanno permesso di individuare gli indici di rischio e le aree in cui è prioritario intervenire, compatibilmente con la disponibilità di spazio per introdurre del verde. È possibile individuare gli indici di rischio della città con una precisione che raggiunge singoli quartieri e vie. Le aree della città metropolitana con più emissioni inquinanti sono quelle con maggiore concentrazione residenziale e di infrastrutture viabilistiche. I centri commerciali e i relativi parcheggi, costituiti da decine di ettari di piastre cementate, contribuiscono ad aumentare le temperature e l’impermeabilizzazione del terreno.

Se i livelli delle conoscenze scientifiche e le capacità di analisi dei dati e formulazioni di previsioni e soluzioni possibili si sono spinte molto avanti, occorre trasferire queste conoscenze ai tecnici e agli amministratori – «Abbiamo bisogno di smart cities e short chains, ma prima di tutto di smart people e sustainable chains», ha spiegato Giovanni Senesi, professore all’Università di Bari, tra i primi negli anni Sessanta a interessarsi di forestazione urbana. 

Il Parco Nord è costato negli anni quanto cinque chilometri di autostrada pedemontana, ma va quantificato in termini economici anche il beneficio legato alla qualità della vita, salute, valorizzazione degli immobili. I dati relativi al verde pubblico si consultano su Milano Geoportale e i-Tree, che include nel censimento anche le aree private. Specifind è invece uno strumento online per individuare le specie migliori da piantare a seconda del luogo e degli effetti che si vogliono ottenere. «Il Parco delle cave è nato dopo aver valutato che uno stagno spontaneo attira l’attenzione delle persone. Oggi tutti ne sono contenti, ma all’inizio il progetto è stato osteggiato», ha spiegato Silvio Anderloni.

Non si può piantare alberi e poi dimenticarsene. «Per forestare bisogna innestare esemplari di 18-24 mesi e curarli per 4-5 anni», spiega Nada Forbici, di Assofloro. «Se trascurati, alla prima falciatura vengono tagliati – come è successo lungo la Brebemi. Servono accordi preventivi con i vivai, perché le piante per forestare non si ottengono in novanta giorni come le altre, ma servono tempi più lunghi. Vanno evitate le potature drastiche, che annullano la capacità di assorbimento di CO2». Nelle zone ad alta concentrazione di persone, la manutenzione consiste anche in un controllo costante della stabilità e buona salute della pianta e di ogni ramo.

Altri progetti a Milano. Tra le prime aree di intervento della Città metropolitana in cui sarà possibile piantare alberi ci sono i reliquiari stradali – le aree acquisite dal demanio pubblico per la realizzazione di infrastrutture stradali ma rimaste inutilizzate ai margini di queste. Un ruolo di primo piano lo avranno i sette scali ferroviari dismessi, destinati per più del 50% a parco. Anche il Conservatorio di Milano sta progettando un campus fuori dal centro cittadino aperto al quartiere e immerso nel verde, in un bosco fino a oggi occupato dagli spacciatori e noto come ‘Boschetto della droga’. «Il bosco di Rogoredo è la dimostrazione che non basta uno spazio verde per valorizzare un quartiere, bisogna anche mantenerlo curato», spiega il direttore del Conservatorio Raffaello Vignali. «Il nuovo campus trasformerà il Boschetto della droga nel Boschetto della musica».

Intervenendo al WFUF, il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha affermato che la difesa dell’ambiente è un imperativo etico, annunciando la proroga del Bonus verde (detrazione al 36% per la sistemazione a verde degli spazi condominiali) e lo stanziamento di 30 milioni di euro per il progetto Parco Italia. L’acqua alta di Venezia e i 12 milioni di alberi abbattuti un anno fa in Friuli e Veneto, impongono interventi per la difesa del patrimonio ambientale e paesaggistico nazionale. Firenze e Pisa di recente hanno rischiato esondazioni a causa della non adeguata gestione del territorio in area montana. «Il rischio delle comunità periferiche è che siano trascurate perché politicamente meno rilevanti», ha avvertito Giovanni Senesi. «La riforestazione urbana al contrario impone un cambio di paradigma che porta città e campagna a prendersi cura l’una dell’altra».

In Italia esistono 14 città metropolitane in cui vivono 22 milioni di persone. Il patrimonio forestale nazionale negli ultimi anni è cresciuto, arrivando a coprire circa il 40% del suolo italiano – 12 milioni di ettari. Maggiore anche il consumo di suolo nelle fasce urbane e periurbane. L’aumentare della superficie boscata si concentra in alcune zone e non riguarda le città e vaste aree come la Pianura padana e le coste. Il forum ha messo in dialogo progetti di riforestazione su diverse scale: dal livello urbano su cui lavora ForestaMi a quello nazionale e internazionale. Parco Italia è un progetto di riforestazione a livello nazionale, che si prefigge di riconnettere le diverse aree boscate nazionali attraverso corridoi verdi, in modo da unirle in un unico ecosistema. A livello internazionale, il progetto Great Green Wall prevede la costruzione di una muraglia verde nell’Africa centrale di 8mila chilometri di lunghezza e 15 di larghezza. 

La crisi climatica e ambientale secondo Ermete Realacci, presidente di Fondazione Symbola, è un’opportunità per costruire un’economia più a misura d’uomo e ripensare non soltanto le città e l’urbanistica, ma anche le filiere: «Circa un terzo delle imprese manifatturiere italiane, 430mila negli ultimi 5 anni, ha fatto ricerche per l’ambiente. Gli occupati in ambito verde sono cresciuti di 100mila unità nell’ultimo anno, rispetto ai precedenti tre milioni, eppure l’Italia – secondo esportatore al mondo dopo la Cina di mobili – non ha una filiera del legno ed è costretta a importarlo». Carlo Petrini, presidente di Slow Food, ha rinnovato il suo appello a piantare 60 milioni di alberi, uno per ogni italiano; Alessandra Stefani, direttore generale delle foreste del Ministero, ha spronato gli specialisti a produrre summe e testi di aggiornamento a uso della classe politica.


Altrove in Italia. In altre città d’Italia, oltre a Milano, sono stati fatti studi e piani di riforestazione e ampliamento del verde. Il piano di assetto del territorio del Veneto ha fissato il 2050 come limite per il consumo del suolo: sono stati attribuiti a ogni comune gli ettari da consumare entro quell’anno, oltre il quale sarà possibile edificare solo sul già edificato. Venezia, che nei territori di Mestre e Marghera è fortemente urbanizzata e densamente abitata, punta sui tetti orizzontali: oltre 262 ettari spesso abbandonati e degradati che possono essere recuperati e diventare quei luoghi di socializzazione e incontro che alla città mancano.

Prato dai 60mila abitanti di fine anni Cinquanta è passata agli attuali 200mila inglobando i paesi circostanti e diventando una città policentrica. In seguito alla crisi economica, che ha colpito le aziende del tessile, la città ha cominciato a interrogarsi sulla gestione delle aree dismesse e con l’aiuto dello studio di Stefano Boeri ha pensato a un piano di riforestazione urbana di 190mila nuovi alberi entro il 2030.

A Napoli fino a ora brillano gli interventi di singoli illuminati. A Monte di Procida, dove tra il paese e il porto c’è un salto di quota con costoni che franano, un agronomo dieci anni fa ha piantato in una terra di nessuno usata come discarica di inerti edili alcune specie mediterranee: quell’area oggi è un’oasi naturalistica. Massimo Fagnano invece ha piantato alberi, batteri e arbusti per sanare un terreno con fanghi tossici a San Giuseppiello a Giugliano: dopo tre anni quel terreno è coperto da un bosco.

Filosofia. «Ha fallito l’idea che la foresta sia qualcosa di alieno, come la sua stessa etimologia indica, da foris», spiega Emanuele Coccia, professore associato all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi e autore de La vita delle piante. «Si è sempre pensata la civiltà come coabitazione tra uomini e minerali, spingendo al di fuori la natura. Ma la città comprende anche il progetto agricolo e zootecnico che, pur confinato all’esterno, le permette di vivere. È pericoloso pensare la foresta come un luogo altro, selvaggio, non politico e non civilizzato. Il cambio di paradigma necessario all’uomo oggi non impone solo di rinverdire le città, ma di non pensarla più come un’entità minerale che esiste autonomamente e in opposizione alla foresta. Uomo e natura sono la stessa cosa che si riflette distorta l’uno nell’altra».

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