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Da narratore mi sono spesso occupato di design. Ho scritto di Albini, dei fratelli Castiglioni, di Borsani, faccio parte del comitato scientifico della fondazione Magistretti, Michele De Lucchi mi ha fatto l’onore di presentare un mio romanzo, indosso occhiali disegnati dal mio amico Matteo Ragni. Mi sono sempre sentito immune dal timore di perdere colpi sull’argomento. Poi mi distraggo un attimo, salto un paio di Fuorisalone a Milano, ed ecco il risultato: Zanellato/Bortotto. Chi sono? Perché, al primo colpo d’occhio, faccio fatica a localizzare nel tempo e nello spazio i loro prodotti? Lo studio esiste da pochi anni eppure ha già collaborato con molti marchi nazionali e internazionali, come Rubelli, Moroso, Cappellini, Tod’s, Nilufar. Giorgia Zanellato e Daniele Bortotto (i due titolari) nel frattempo hanno anche ricevuto premi e visto esposti i loro lavori in sedi come la Triennale di Milano o il MAXXI di Roma. Così non va, mi sono detto.

«Vengo da Mestre – mi spiega Giorgia – invece Daniele è di Casarsa, in Friuli». Il produttivo nord-est, replico. Dove vi siete incontrati, a metà strada? «I primi anni universitari li abbiamo fatti allo IUALV» – quindi vi siete conosciuti a Venezia. «No. C’è un anno di differenza fra noi due, non frequentavamo gli stessi corsi. Io poi mi sono spostata a Losanna per il master all’ECAL, la scuola cantonale d’arte e design» – e poi? «L’anno dopo ci sono andato anch’io», mi dice Daniele. «Non conoscevo nessuno in Svizzera, ho chiesto informazioni ai pochi studenti italiani presenti. Da lì è nata la nostra amicizia che poi è diventata una collaborazione professionale». Fatemi capire, cosa c’è che non andava a Venezia? «Niente, da mestrina io ci sono affezionata», mi dice Giorgia. «Venezia è una buona scuola – prosegue Daniele – ma troppo teorica. È un difetto di molte accademie italiane. A Losanna invece l’approccio è più laboratoriale, si lavora come in uno studio». D’accordo, ma perché Losanna? Avevate il Politecnico di Milano a disposizione, il corso di design ha un’ottima reputazione. «Volevo fare un’esperienza formativa all’estero. Losanna era perfetta. Città piccola ma, fra comitato olimpico e università». Aggiunge Daniele: «A Losanna ci insegnavano a prenderci i nostri rischi. Il livello teorico, rispetto agli studi in Italia, era carente. I nostri compagni di studio sapevano tutto delle riviste ma non conoscevano un nome del passato. Noi abbiamo sempre cercato di mantenere un equilibrio fra le due cose».

Open space, Masseria, Storie design collection by Zanellato Bortotto for CEDIT

Hanno trent’anni. La generazione che i sociologi hanno chiamato dei ‘Millennials’. Per loro locale e globale non sono termini in contrasto. Vanno a prendersi quello che serve, dove serve. C’è pragmatismo in questo atteggiamento. Un po’ come il loro sito, che è pubblicato in inglese, senza una parola nella loro lingua madre. «È la lingua della comunicazione professionale», mi dicono. Io ci vedo anche un modo per prendere le distanze con una tradizione del moderno che in Italia pesa. Tanto quanto reputo doveroso studiare gli autori del passato – che la Storia l’hanno fatta per davvero – altrettanto la fama di certe firme può diventare frustrante per chi sta iniziando un proprio percorso. «È come se si fosse vissuti con un peso sulle spalle. Uscire dall’Italia era un modo per evitare di ricalcare i maestri, per avere più spazio da esplorare, più libertà». Osservando i loro prodotti – lampade, letti, arredi, tappeti – faccio fatica di primo acchito a trovare una genealogia. Sia Daniele sia Giorgia non hanno mai visto un tecnigrafo in vita loro, non hanno subìto la dittatura dell’angolo retto. È lo scarto generazionale fra me e loro quello che provo guardando le cose che fanno. «Io sono fissata col cerchio, mi dice Giorgia sorridendo, e a Daniele piace ammorbidire gli spigoli. Gli oggetti devono essere accoglienti – mi spiega Daniele. La passione per certe morbidezze ci viene dalla scuola francese, poi ci lasciamo guidare dalle sapienze artigianali italiane, da chi la materia la manipola prima di disegnarla».

«Di una cosa siamo certi. Il prodotto funziona se ha una storia da raccontare», spiega Daniele. «Le sedute Squele (scuola, in dialetto friulano) sono ispirate alle forme senza tempo delle seggiole scolastiche della nostra memoria infantile». Riprende Giorgia: «Ci sono Tessere o Arengario, tappeti di mosaico, ripropongono le facciate di edifici di Torino o di Milano. Le ossidazioni sovrapposte sulla madia in metallo Marea per De Castelli ricordano le tracce delle maree a Venezia». Pensavo di chiacchierare con due designer, che magari pensavano di essere due artisti – invece ho conosciuto due colleghi. Narratori, proprio come me.


zanellato/bortotto

cedit