Leila Menchari

Leïla Menchari, Image: Hermès

La volontà di fuga nella fantasia per Leïla Menchari si era rivelata grazie a un giardino. Vi era entrata per la prima volta a dieci anni. Era una specie di miraggio da Mille e una notte, il parco cui l’americano Jean Henson – transfuga da Capri – aveva dato vita a Hammamet, luogo prediletto di artisti quali Maupassant e Flaubert, Gide, Oscar Wilde e Paul Klee.

A Hammamet Jean aveva sposato Violet, inglese del Kent che aveva lasciato per seguirlo un’esistenza di indipendenza e ricchezza. Qui venivano a soggiornare figure come George Hoyningen-Huene o Jen-Michel Frank, intimi dei due. La coppia di intellettuali adottò la piccola, incoraggiata dalla madre. Fu una folgorazione infantile coltivata per una vita intera. Qui, nella villa che è al centro del giardino affacciato sul mare, nella proprietà donatale dagli Henson alla loro morte, Leïla Menchari se n’è andata il quattro aprile scorso.

Leïla Menchari, ‘The Queen of enchantment’, approda da Hermès nel 1961, nell’équipe di decorazione di Annie Beaumel, dopo un’esperienza come mannequin presso Guy Laroche. Volevo solo vendere i miei schizzi – raccontava Leïla –, aspettando di diventare scenografa teatrale. Facevo la modella da Laroche per mantenermi. Mi ci aveva portato il mio amico Azzedine Alaïa, che era stilista lì dal 1957. Dividevamo tutto, anche il cibo, vivevamo insieme una divertente bohème.

Il destino aveva deciso diversamente. Dal 1978 al 2013, Leïla Menchari è stata direttore artistico delle vetrine della boutique Hermès al 24 Faubourg Saint-Honoré, la Casa Madre parigina del brand. Qui ha incrociato sfumature della sua terra d’origine a evocazioni d’ogni dove, miscelato epoche e ambienti naturali, temi animalier e citazioni storiche e oniriche, dispiegando colori ed esotismi, ombre e mistero.

La sua maniera di inventare lo spazio esiguo di una vetrina, trasfigurando quei pochi metri in un epos narrativo, divenne un genere, un polo di riferimento. Lo straordinario è il mio elemento, nel lavoro e nella vita lo ho sempre cercato, sennò mi annoio, amava ripetere, sorriso sulle labbra, distacco e partecipazione. Uno charme sul volto inciso e senza tempo, talvolta difficile da decifrare.

Nel 2017 la Maison francese le ha dedicato la mostra al Grand Palais intitolata Hermès à tire-d’aile, les Mondes de Leïla Menchari, che ha permesso a un ambito più allargato di pubblico di conoscere il suo universo.

Nata nel 1927 a Tunisi, Leïla Menchari apparteneva a una famiglia colta e cosmopolita della haute bourgeoisie della capitale tunisina. Il padre era l’avvocato Abderrahman Menchari. Una famiglia la sua, innamorata della modernità ma con radici tradizionali, che durante l’infanzia ha nutrito il suo immaginario e affinato la sua sensibilità artistica.

La madre, Habiba Ben Djellab, impegnata sul tema dell’emancipazione femminile e prima vera femminista tunisina, diverrà un riferimento per tutta la vita di Leïla Menchari e lungo ogni fase della sua parabola creativa. Come Habiba, Leïla Menchari sarà risolutamente libera, generosa e calata nel suo tempo, incontenibile talento creativo e femminista militante. Un ponte gettato tra il nord Africa e Parigi, idealmente unendo due lati del Mediterraneo.

Leïla Menchari cresce in un ambiente dove vige libertà di pensiero, privo di frontiere e pregiudizi, pieno di curiosità per culture e semantiche diverse. Dopo l’educazione primaria, in un collegio cattolico a Cartagine, dove si diletta nel canto e nell’attività teatrale, studia – prima ragazza ad esservi ammessa – alla scuola di belle arti di Tunisi. Arriva a Parigi nei primi anni Cinquanta, iscrivendosi all’École des Beaux-Arts e frequentando il milieu intellettuale attivo nella capitale francese.

Condivide tutto con Azzedine Alaïa, che le rimane amico per tutta la vita – conosciuto a Tunisi e dal 1957 a Parigi. Lo zio di Leïla Menchari, Caid, governatore civile in varie sedi, la porta da bambina a scoprire le bellezze del suo Paese durante le vacanze, a Sousse e Monastir, a Spax, Makhtar e Beja, regalandole memorie di rovine e mosaici romani, di sculture e reperti architettonici, rivelandole paesaggi desertici, litorali a perdita d’occhio, oasi, souk e palmizi.

Riaffioreranno nella sua poetica. Axel Dumas, sottolineando come in virtù del  lavoro di Leïla Menchari l’esotismo avesse trovato una casa felice e permanente al 24 faubourg Saint-Honoré, scriveva che bisognava ringraziarla per avere saputo preservare l’occhio infantile in ognuno di noi, a dispetto del passare degli anni.

Le vetrine concepite da Menchari diventano teatri, finestre aperte su altre dimensioni, intessono racconti di sogno, accostando citazioni operistiche, cinematografiche – adorava Visconti e la sua acribia del dettaglio – o letterarie. Impaginano prospettive fittizie e foreste da saga nordica, fioriture impressioniste, mitologie e colonnati classici, suites barocche o surrealiste, tendaggi e cortine seriche, suggestioni indiane, arabe o egizie. Di Visconti Leïla diceva: è stato un maestro per me.Il suo rigore e la bellezza dei suoi set hanno guidato le mie scelte. La linea espressiva di Leïla traccia una  farandola incalzante, che sembra non avere fine, attirando curiosità, ispirando meraviglia nei passanti.

Il colore, opulento e caldo di vita, è il perno ideale attorno al quale ruota tutta una costruzione estetica ed emotiva. Per molto tempo, Leïla Menchari ha animato il Comité Couleurs Hermès, marcando con il suo segno e lo spiccato senso della sfumatura che possedeva, le collezioni della Soie Féminine. Siamo in tanti da Hermès – sottolinea Pierre-Alexis Dumas – ad avere imparato da Leïla. Abbiamo appreso a guardare il mondo attraverso il prisma del colore.

Il mare spesso ritorna nelle sue composizioni, dove di rado metteva abiti o accessori che si potessero acquistare, limitandosi a delle emblematiche rivisitazioni della borsa Kelly, declinata in materiali inusitati. Il mistero era la sua rampa di lancio per il sogno. Il mistero – affermava Leïla Menchari – incoraggia a riempire ciò che non è rivelato.