Text Matteo Fumagalli
@matteofumagalli

Per raccontare l’abisso bisogna aver toccato il fondo. La solitudine, Olivia Laing, l’ha esplorata sulla propria pelle e attorno a essa ha costruito The Lonely City: Adventures in the Art of Being Alone, una lettura ibrida che viaggia tra memoir e saggio, dove i vuoti ossessivi provati dalla scrittrice si intersecano ai fantasmi di una Grande Mela simbolo di feste, sesso e decadenza.

La New York degli artisti contemporanei a cavallo tra anni Sessanta e Ottanta, da stereotipo associata a opulenza, creatività e avanguardia, svela qui come poche altre volte un desolante cuore di pura alienazione. Si è soli in mezzo agli altri, anche in una delle città più dense e popolose al mondo.

Il vissuto emotivo dell’io narrante si intreccia con le esistenze di nomi che hanno ottenuto gloria artistica o sono stati sepolti nel ricordo di pochi affezionati. Sfilano nelle pagine, tra gli altri, i dipinti di Hopper con i suoi personaggi intrappolati in bar senza porte d’uscita, le fobie relazionali di Andy Warhol, la follia di una Valerie Solanas che temeva di perdere il controllo delle proprie parole e la voce d’usignolo di Klaus Nomi spezzata da un male incurabile.

L’operazione di Olivia Laing è quella di costruire una mappa delle solitudini, attraverso biografie umane e prive di patetismi, dove una delle metropoli più vissute al mondo rimbomba in una spaventosa patina di bigottismo, omofobia e paura del diverso. Laing costruisce il saggio con sapienza chirurgica, con l’arte come ideale e unico antidoto alla sofferenza.

Sentirsi lontani dagli altri appartiene a questi personaggi, anche a quelli che sono noti, come Andy Warhol, per fama e sovraesposizione. Appartiene a loro e appartiene a noi, perché la solitudine, si legge, è per paradosso un sentimento collettivo, una città in cui tutti abbiamo abitato o abiteremo.

L’emarginazione ci unisce e sta a noi decidere come affrontarla e come farla fruttare.

Città Sola (Olivia Laing)

Il Saggiatore, 2018. Pp. 292