Text Ilaria Introzzi

Senza auto ed elettricità, rifiutano il telefono – sono i mennoniti, una comunità religiosa appartenente al Movimento cristiano anabattista. Popolari nel centro e sud America, sono noti anche in Canada, dov’è nata nel 1964 Miriam Toews, autrice di Donne che parlano (Marcos y Marcos), in libreria dal 27 settembre.

Il romanzo è tratto da una storia vera, la cui vicenda narra di donne che tra il 2005 e il 2009 venivano narcotizzate con lo spray per le mucche, e poi stuprate nel sonno. Si svegliavano doloranti, sanguinanti. Si sentivano dire che era tutto frutto della loro immaginazione, o eventualmente del diavolo. I colpevoli erano invece gli uomini della comunità: zii, fratelli, vicini, cugini.

Bisogna prendere una decisione, ribellarsi, denunciare gli orrori subiti. Ma come? È difficile farlo se la maggior parte dell’ordine è omertoso. Quando il pastore Peters dice di perdonare, di tacere. Reagire con altrettanta violenza potrebbe essere una via possibile; la fuga, magari. Parlare sarebbe un’altra soluzione, allo stesso modo coraggiosa. Comincia così il racconto, delineando da subito un ritmo scorrevole, per via della suspance, data dalle tante domande che si pongono tra di loro le vittime.

Toews si rifugia a Montréal a diciotto anni. Scappa dalla cittadina di Steinbach. Trova il suo manifesto nella scrittura spesso (dolorosamente) ironica e, attraverso, vi esprime la sua ribellione. I libri sono specchi del suo passato, come August Epp, l’uomo amorevole e giusto che aveva perso la speranza, e che le donne chiamano a testimone della loro cospirazione di pace, perché possa raccontarla.

Donne che parlano si inserisce in un contesto storico in cui il sesso femminile è protagonista, nel bene e nel male: vi sono donne al governo di paesi, alcune assumono ruoli di prestigio in ambiti culturali. Molte altre, però, non possono ancora comunicare.