Text Claudia Bellante

 

Luci, musica, promozioni, sacchetti, monete, lettori di codici a barre, tè e onigiri, ventiquattr’ore su ventiquattro. Sempre gentile, sempre disponibile, sempre servile, sempre pronta. Irasshaimase! Irasshaimase! Buongiorno! Buongiorno! Intonano le voci all’unisono.

È la vita di Keiko Fukurura, la protagonista de La ragazza del convenience store (edizioni e/o), ma prima ancora della sua autrice: Murata Sayaka, nata nella città di Chiba, a sud est di Tokyo nel 1979, e che, come Keiko, ha passato molti anni impiegata in un konbini. Una scatoletta acquario dove le giornate si ripetono sempre uguali e dove basta seguire le regole imposte dal manuale per non sentirsi diversa.

I suoi colleghi sono casalinghe, studenti e freeter, ovvero quei giovani che in Giappone hanno deciso di rinunciare al posto fisso in nome di una maggiore libertà nei confronti del sistema. Keiko però non è una casalinga, vive in un minuscolo appartamento con un tatami per terra e mangia solo cibo confezionato, non è neppure più una studentessa e per decidere consapevolmente di voler fuggire dal sistema avrebbe dovuto almeno provare a farne parte.

La ragazza del convenience store è un piccolo libro che si legge veloce, mentre i prodotti passano rapidi alle casse e gli scaffali vengono riforniti. È una guida a un angolo nascosto di una città che Sayaka descrive come ‘un plastico fatto con del cartoncino’. Un minimarket che non chiude mai, che fagocita i suoi dipendenti omologando l’offerta e che dovrebbe teoricamente rappresentare l’alienazione più assoluta ma che per Fukurura diventa un carillon la cui musica avvolgente arriva fino a noi, facendoci desiderare di essere parte di quel micro mondo così ripetitivo e sicuro.

Il kombini rappresenta per Keiko l’unica forma di salvezza da un senso di anormalità che gli altri vedono in lei: i suoi genitori, sua sorella, le sue amiche e con il quale, ormai quasi quarantenne, single, e senza nessun’altra esperienza lavorativa né speranza di ascesa sociale – convive, senza capire neppure bene di cosa si tratta, da quando è una bambina.

‘Ho un solo ricordo sbiadito del periodo precedente alla mia rinascita come commessa del konbini. Sono nata e cresciuta in un quartiere di periferia, in una famiglia come tante, ricevendo una dose di affetto nella media. Eppure ero una ragazzina un po’ strana’.

Una stranezza che nessuno sembra voler accettare, neppure chi è più strano di lei e cerca di coinvolgerla in una relazione irreale, senza affetto né complicità, al solo scopo di farla apparire ciò che non è, di guarirla, costringendola ad abbandonare l’acquario per nuotare senza ciambella in una mare nel quale può solo affogare. Ma Keiko rimane a galla, schiaccia lo scarafaggio e si aggrappa al suo konbini, mentre le onde si alzano, travolgendo chi non riesce ad accettare che la sua vita ha un senso compiuto solo in quella dolcissima e accogliente palla di vetro.