L I M wears the FENDI MANIA collection; the artworks featured are by the Sicilian artist Nino Mustica. Courtesy Archivio Nino Mustica
L I M wears the FENDI MANIA collection; the artworks featured are by the Sicilian artist Nino Mustica. Courtesy Archivio Nino Mustica
L I M wears the FENDI MANIA collection; the artworks featured are by the Sicilian artist Nino Mustica. Courtesy Archivio Nino Mustica
L I M wears the FENDI MANIA collection; the artworks featured are by the Sicilian artist Nino Mustica. Courtesy Archivio Nino Mustica
L I M wears the FENDI MANIA collection; the artworks featured are by the Sicilian artist Nino Mustica. Courtesy Archivio Nino Mustica
L I M wears the FENDI MANIA collection; the artworks featured are by the Sicilian artist Nino Mustica. Courtesy Archivio Nino Mustica
L I M wears the FENDI MANIA collection; the artworks featured are by the Sicilian artist Nino Mustica. Courtesy Archivio Nino Mustica
L I M wears the FENDI MANIA collection; the artworks featured are by the Sicilian artist Nino Mustica. Courtesy Archivio Nino Mustica

Text Giada Biaggi
@giadabgg

 

L I M. Questo il nome del progetto musicale della giovane artista milanese giunta al suo secondo EP. C’è dello spazio tra le lettere che lo compongono, ma L I M è anche la traduzione della parola svedese colla, nonché l’acronimo di less is more, il mantra estetico dell’architetto Ludwig Mies Van der Rohe – nonostante quando ci siamo incontrate in pausa-shooting per fare l’intervista i suoi occhi fossero contornati di glitter dorati e polimorfi in netto contrasto con ogni dettame minimalista di sorta. Darsi un nome è difficile, essere una cosa sola anche; gli opposti si attraggono e spesso si mescolano, e la vita così come la musica, hanno più a che fare con la dimensione emotiva del sincretismo che con quella dell’asettica separazione. Se ci si mescola c’è il rischio di farsi male, ma è anche l’unico modo per dare spazio alla dialettica della creazione.

Seguendo questa logica sinestetica, L I M paragona il suo primo EP Comet all’elemento acquatico. Higher Living, il suo secondo lavoro, «sta invece in alto, tra l’aria e la terra», perché la sua musica è una geografia di suoni che oltre ad ascoltarsi si vede e ha una sua collocazione nel mondo. Come in un racconto mai scritto, la voce intima e soffusa di L I M si perde nei suoni dell’elettronica che in questo ultimo lavoro si fa più incisiva ed esposta; in un viaggio in cui perdersi e che deve rimanere senza meta, perché arrivare significa definirsi, smettere di nuotare, non ballare più. Perdere le ali.

Si continua a viaggiare. «All’inizio a Higher Living associavo immagini di monumenti sovietici abbandonati. Avevo davanti agli occhi un’immagine di una monumentale idea sorta in mezzo al nulla». Come in un eterno ritorno, torniamo a Van der Rohe: «questo è un lavoro architettonico. La struttura dei pezzi è più complessa. C’è in mezzo l’idea di costruire. Sarà perché sono stata fidanzata con un’architetta (ride)». Prendendo spunto dal suo ultimo video Queen – diretto da Jacopo Farina n.d.r. – che indaga la fluidità di genere attraverso una rappresentazione devirilizzata al massimo e sognante del mondo della boxe, parliamo di misoginia nella musica e se la musica sia davvero un ring in cui una rivoluzione del ‘genere’ si stia dispiegando. «Ho iniziato a fare musica una decina di anni fa e le cose sono cambiate. Al tempo era impossibile trovare una donna produttrice, videomaker, ma anche banalmente fonica. L’ambiente era al tempo molto maschilista e chiuso. Oggi le cose sono cambiate».  Tornando al video, mi dice: «Il produttore del pezzo – Stefano Riva n.d.r. – stava davvero facendo Boxe in quel periodo e credo che questo si senta nel pezzo». Forse la boxe è una danza strana, in cui tenere i piedi per terra è un pretesto formale per scontrarsi – o incontrarsi.

Il cinema, la prossima tappa di questo viaggio entropico nel mondo di L I M. Il singolo Comet è stata la colonna sonora del ‘dietro le quinte’ di The Young Pope di Paolo Sorrentino, ma è stato anche incluso nella soundtrack del film Zen sul ghiaccio sottile di Margherita Ferri, presentato quest’anno alla Mostra del Cinema del Venezia. L I M racconta che vedrebbe molto bene la sua musica sotto le immagini in movimento di un film di Gus Van Sant come Belli e dannati, una pellicola che definisce «narcolettica e onirica, ma con un sottofondo di realtà».  Come la sua musica, che s’insinua foneticamente nelle pieghe della realtà per farcene distaccare.

Stiamo fermi, perché la musica di Sofia – questo il suo vero nome – è un invito a stare fuori dal tempo, a estrarsi dal contingente verso un qualcosa che duri un po’ di più nel tempo. La nostra società non si ferma mai, viaggia nella direzione opposta: «Ho scritto Rushing Eye – il primo estratto da Higher Living n.d.r. – proprio spinta dall’esigenza di dire ai giovani di non correre. Questo pezzo è una critica alla velocità e al modo bulimico in cui vivono il mondo. Un monito a smettere di concentrarsi su cose che non durino più di una settimana». È per questo, forse, che non ci si ama più – Milano, concordiamo, è una delle città con meno chance di innamorarsi, «la città dei single». In questa aritmetica emotiva in cui uno più uno fa sempre uno, sorgono cattedrali nel deserto dell’amore, come l’Esselunga per i single di Viale Papiniano. I nuclei monofamiliari, censiti dal comune, sono più del doppio delle coppie: la concretizzazione della terra di ‘uomini soli nella folla’, come la descriveva Edgar Allan Poe.

Durante i suoi concerti, i visual – realizzati da Karol Sudolski n.d.r.- si proiettano su L I M e sul palco come mappe cromatiche nelle quali sparisce la divisione tra artista e pubblico. Le chiedo se ha mai pensato di virare, professionalmente, verso il mondo dell’arte contemporanea, ma Sofia, in questo, è laconica, mi dice che l’ambiente del mercato dell’arte la disgusta un po’. La moda è un qualcosa che la diverte, un campo in cui giocare, ma senza investire troppo tempo. Scopro che le piacciono i gatti (e che ne ha anche uno) e che tra i suoi ascolti del momento c’è il fenomeno pop-folk spagnolo Rosalía. M’insegna che è molto più semplice dire di essere più cose, che performarne assertivamente una sola. Continuare così scanzonatamente a stare nel flusso.