Diane Dixon wearing a Dapper Dan creation
ph. Stepan Kohli
Surfboard home decor, let's go surfin now – Encinitas California
Fashion tribes - ph. Daniele Tamagni
Off-White Resort 2019 – ph. Viktor Vauthier
Moschino SS1991
Lil Yachty – ph. Stepan Kohli
Gentlemen of Bacongo – ph. Daniele Tamagni
Elbee Thrie – ph. Stepan Kohli
ph. Daniele Tamagni
Off-White Resort 2017 – Fashion show
ph. Stepan Kohli
@surfinginc
Jada Pinkett Smith
Kendrick Lamar
ph. Stepan Kohli

Text Carlo Mazzoni

@carlomazzoni

 

Business of Fashion sembra sostenere che tutto quanto sia a lungo termine poco debba contare: serve cogliere il momento, quanto meno nell’industria moda (l’acronimo Bof in inglese significa il nostro Bla, abbaio di un cucciolo di labrador). Non sempre imparziale – sia sull’argomento digitale, sia sulle case del gruppo Kering –Bof resta indiscutibilmente un’attività di giornalismo che concede spunti di riflessione attuali come poche altre testate riescono oggi. Recentemente David Fischer, fondatore di High Snobiety, firma una rubrica su Bof dal titolo Ear to the Street – per confermare come lo Streetwear non sia un fenomeno passeggero.

La comunità afroamericana ha una predisposizione alla materia musicale (non c’è niente da fare, non siamo tutti uguali): le ossa più spesse e lunghe producono una maggior amplificazione delle frequenze sonore, la morfologia della bocca permette un’abilità muscolare nelle guance e della lingua. Talento in supremazia rap e potenza mediatica: la comunità afroamericana riesce a fare sistema – amicizie e collaborazioni spontanee compattano il gruppo, una tribù digitale nel momento in cui le loro esperienze sono condivise attraverso i propri canali – dal trash della Kardashian al talento di Drake, da Rihanna, a Kayne West. High Snobiety presenta quotidianamente la cronaca di questa collettività.

Virgil Abloh avrebbe potuto fare qualsiasi cosa da Louis Vuitton – non c’è stampa oggi, non c’è rischio alcuno a minare il suo lavoro – appunto, con una comunità come quella sopra descritta a sostenerlo, si annulla qualsiasi timore da un punto di vista commerciale. Non ti serve un esercito, quando hai amici così.

Serve ritrovare la precisa definizione di Streetwear: un abbigliamento sportivo per skate, surf e basket e per tutte le attività tipiche in una Los Angeles negli anni Settanta tra spiaggia e asfalto, traslato per il tempo libero ed elaborato dalla community afroamericana nella comunicazione per musica rap e hip hop, mescolato al design giapponese, e a una costante rivisitazione della logomania e a dettagli di couture parigina. Fino ad oggi gli abiti – scarpe, cappellini, pantaloni da ginnastica e canotte – riferibili a questo Streetwear sono sempre stati proposti da aziende di mass market: Nike e Adidas all’apice di una miriade di brand da grande magazzino. Le edizioni limitate firmate dai rapper, da anni ormai, sono vendute a prezzi abili al lusso – e così, di conseguenza e in epoca recente, le stesse case del lusso hanno iniziato a proporre l’intera estetica Streetwear nell’ambito delle sfilate. Per noi, quello che è interessante osservare, è l’incontro tra questi due mondi – lo Streetwear dei rapper che giocano a pallacanestro con abiti di cotone plastificato – e i codici del lusso: il fatto a mano, una ricerca continua su materiali e tessuti, l’azzardo dei ricami, la speculazione grafica.

Estraneo all’abito formale si dichiara Abloh. Nato nel 1980, cresciuto in Illinois indossando un paio di Levis, direttore creativo per Kanye West fino al lancio della sua prima label, Pyrex Vision – Abloh si presenta da Louis Vuitton non come direttore creativo, ma come direttore artistico. Amico di Dorothy, è stato insieme a lei nel magico mondo di Oz. Una formazione in architettura, la sua prima sfilata per Vuitton è stata un compendio di moda – riferimenti a Margela e Helmut Lang, ritrovando tratti degli anni Novanta, applicati coerentemente ai codici dello Streetwear.

Se per qualcuno sussiste il timore che Abloh possa trasformare Vuitton in un negozio di skate, quello che qui voglio sottolineare è che con questa collaborazione, lo Streetwear è consolidato nel sistema moda come uno standard drive di potere economico. Non si tratta più di argomento di nicchia: si tratta di main streaming regolamentato. I ragionamenti, i processi e le evoluzioni dello Streetwear sono propriamente quelli attivi nel sistema. L’atteggiamento alternativo e ribelle non esiste più: tutto è in ordine nelle vetrine delle vie centrali in città.