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Text Michela Tamburrino

Borghesia non è più un insulto. Questa è la novità. Non che la borghesia sia stata erosa dalla crisi sociale e dall’inattualità della separazione in classi. Il disprezzo marxista per una certa idea di vita si è tramutato in nostalgia, che accompagna sempre ciò che non c’è più. Signora mia, non esiste più la buona borghesia di una volta. Liquidata quanto l’interfaccia naturale, la classe operaia. Scomparsa dal discorso pubblico. Finito.

Chi era il borghese che catalizzava l’odio? Forse l’industriale, lo statista, il funzionario, l’intellettuale e il capitalista illuminato alla Olivetti, oppure il commenda sbeffeggiato da Dino Risi con l’amante ragazzina e la barchétta? Per Massimo Cacciari, «nel lessico di una certa sinistra europea e per il movimento operaio, il borghese altri non era che il capitalista, l’imprenditore. Ma l’idea di borghesia non si può ridurre a questo». Nel senso che la borghesia non è identificabile soltanto con la sfera economica – anzi, sotto certi aspetti la trascende completamente. Borghesia non definisce tanto uno status economico quanto una dimensione di educazione, di formazione, di sensibilità, di tatto. Il borghese si caratterizza per moderazione e misura. Misura nel rapporto con gli altri e nell’espressione dei propri sentimenti. Pudore dei propri stati d’animo. È un uomo delle distinzioni, del dubbio. Sentimenti morti, anacronistici. Ecco allora che quel borghese lì è diventato archeologia. Oggi assistiamo alla vittoria dei Trump o di quanti vorrebbero assomigliargli. Un declino delle buone maniere e dei buoni sentimenti di cui scrive anche Ernesto Galli Della Loggia, «…Un Paese incolto nel quale ogni regola è approssimativa, il suo rispetto incerto, mentre i tratti d’inciviltà non si contano. Basta guardarsi intorno: sono sempre più diffuse e sempre meno sanzionate dalla condanna pubblica l’ignoranza, la superficialità, la maleducazione, la piccola corruzione, l’aggressività gratuita…».

Altro che l’educazione impartita dalle grandi famiglie alla Pirelli, alla Crespi, alla Agnelli, con sguardo internazionale, artefici della storia nobile della borghesia italiana, anzi dell’Italia tout court, dell’Europa moderna, spina dorsale delle rivoluzioni culturali e industriali ottocentesche, capaci di sospingere la nobiltà corrotta e debole sempre un po’ più in là.

La famiglia Crespi nella Milano del ‘ghe pensi mì’, il Corriere, giornale per antonomasia, andato in dote alla ‘zarina’ Giulia Maria, l’etica come vademecum, il FAI come logica conseguenza. Senza peli sulla lingua, lontana dai salotti. Ebbe a dire, «Non so neppure se esistano ancora i salotti. C’è una grande crisi sia nella borghesia sia nei padroni del vapore. Grande egoismo e poco interesse tra i potenti per il bene in comune. Secondo me questo problema diventerà sempre più grave perché tante persone sono sotto il livello di sussistenza. Questo non porta mai niente di buono. Conosco dei borghesi straordinari, ma certo tanti loro figli non sono più interessati al bene pubblico, emigrano, vanno all’estero. Mentre dobbiamo trattenerli perché veramente abbiamo un paese straordinario per la varietà del territorio, la ricchezza dell’arte». Un pio desiderio destinato a rimanere tale, si fugge fuori a tempo con lo sgocciolamento verso il basso. La classe trionfante, come la si definiva, è in sofferenza. Le macchine che sostituirono gli operai sono il passato, ma il computer e l’intelligenza artificiale a breve prenderanno il posto del lavoro intellettuale umano. Le grandi famiglie cercano di perpetuare il loro stato garantendo ai giovani gli studi all’estero, sostiene il sociologo Domenico De Masi. La buona borghesia cerca l’internazionalizzazione, il salto oltre l’Italia, che penalizza la media borghesia che si deve accontentare del raggio locale.

La visione globale è della famiglia Boeri, molto controcorrente tra studi e passione politica, forti tessitori di relazioni, vantano una saga kennediana in salsa meneghina farcita di politica, impegno civile e sociale. Condizione indispensabile, perché, sosteneva Cini Boeri, «nella nostra famiglia si è sempre respirato amore per la società civile, non c’è spazio per l’indifferenza».

Non indifferenza ma ignavia, ecco i colori della borghesia romana. Tutt’altra storia, ingolfata tra i palazzi del potere con una contiguità politica che l’ha resa cinica, arruffona, con il vezzo dell’intrallazzo e il sospetto fondato di poca limpidezza. Troppo forte l’aristocrazia in una città papalina che guardava al borghese tacciandolo di burino arricchito e che ha partorito ‘Il generone’, termine da premio Nobel che dipingeva in modo encomiabile la genia degli approfittatori capaci di trovarsi la moglie ricca figlia di imprenditore e di saziarsi degli avanzi senza alzare un dito. Molli e senza nerbo, non è proprio il forte della Capitale la borghesia. Meglio, molto meglio l’omologa torinese raccontata da Fruttero e Lucentini nel libro La donna della domenica, che è il compendio letterario di una città, borghese a modo suo, certo influenzata dai Savoia, dove sotto uno stesso ombrello convivono gli Agnelli e gli impiegati Fiat della marcia dei quarantamila che affossarono in una sola sfilata il sindacalismo moderno. Famiglie con i loro misteri, spesso anche torbidi.

Persino in una graduatoria del malaffare, il malaffare borghese ha sue caratteristiche proprie e differenti. Non c’è donna all’apparenza più borghese di Franca Leosini, che parla in televisione di efferatezze con la levità con la quale beve il suo tè delle cinque. Un’altoborghese che affronta la borghesia sempre a carte giudiziarie scoperte: «Mai stata un falso in atto pubblico. Come appaio, sono». Si muove tra tipologie, vittime, colpevoli e moventi. Il delitto borghese per Leosini si distingue soprattutto nella percezione che si ha di queste storie. Tra gente semplice non si scatena il gossip, la curiosità morbosa per tutto ciò che lambisce il fatto. Sul delitto borghese si costruisce il romanzo. Fece epoca il delitto Grimaldi. Anna, ricca dama della buona società partenopea con velleità giornalistiche, amante del potente capocronista del più importante giornale della città, fu uccisa in villa per mano, fu l’accusa, della moglie gelosa, scagionata in tribunale. L’Italia s’appassionò anche del delitto Gucci – ville, barche, gioielli e una cartomante malvagia. Patrizia, sposata a un erede della grande famiglia, Maurizio, che la stava abbandonando. La donna si fa giustizia nell’androne di casa, scivolando dal lusso più sfrenato alla galera, anni di carcere mentre si è sempre professata innocente. Appunto, il romanzo, alla stregua di ‘anche i ricchi piangono’ per la gioia dei poveri devoti alla legge del contrappasso, quasi come è avvenuto per la contessa Vacca Agusta, morta a Portofino precipitando dalla sua villa. Nulla si è capito e nulla si capirà mai, spersi in un dedalo di interessi, bugie, ripicche, dissolutezze. Bisognerebbe affondare lo sguardo nella letteratura inglese per avere gli strumenti e decriptare quel che accade. In Dickens, citando il migliore. Per Franca Leosini merita menzione l’Avversario di Emmanuel Carrère. «Mi ritrovo nel ruolo dell’autore che s’appassiona alla storia del suo protagonista capace di costruire una vita sul nulla. Si sposa, ha figli e quando questi stanno per scoprirlo, stermina tutta la famiglia. Carrère va in carcere e ricostruisce la vicenda che coinvolge l’alta borghesia». Perché anche in questo la borghesia ha un piccolo vantaggio, nel potere della cultura, e spesso, del denaro. Denaro per uscirne fuori, denaro per comprare quel che occorre e chi occorre, denaro che è in larghissima percentuale all’origine del delitto e della supponente convinzione tutta borghese di farla franca.

In letteratura, ieri più di oggi, c’è chi ha parlato di borghesia prendendola a calci. Pier Vittorio Tondelli, studiato nel libro di Roberto Carnero, Lo scrittore giovane. Torniamo agli anni Ottanta per goderci un Tondelli che tiene le distanze dalla generazione precedente. Incarna i dilemmi dei suoi coetanei, schiaffeggia la borghesia, si concentra sui marginali, gli emarginati lontani dal perbenismo borghese, usa un linguaggio blasfemo, una mimesi del parlato. Differente da Pasolini che era un borghese, Tondelli veniva da una famiglia semplice che decise di scandalizzare. Mentre Pasolini in alcuni libri mette in atto una censura letteraria, Tondelli no, perché figlio della rivoluzione sessuale. Pensava possibile perseguire un’alternativa attraverso la poetica di un libertinaggio trasgressivo, che non è solo elemento edonistico, ma politico di contestazione, dalle caratteristiche eversive. Erano gli anni Ottanta quando Tondelli si trova a vivere il riflusso, l’abbandono dell’ideologia e il ricorso alla dimensione privata, in pieno edonismo stroboscopico da discoteca. I valori del consumismo, ascritti di default alla borghesia, vengono propagandati dalla televisione, diventata dominante. «Oggi si è inverata la profezia di Pasolini a proposito della borghesizzazione della popolazione, dei valori e dei disvalori che sono comuni a tutte le classi. I modelli di vita borghese si sono imposti oltre quei confini di classe e anche chi arranca guarda alla vita borghese». È una famiglia borghese tipicamente torinese quella di Natalia Ginzburg di Lessico famigliare. I Levi, antifascisti ebrei, còlti tra gli anni Trenta e Cinquanta del Novecento. È Lessico perché le strade della memoria passano attraverso il ricordo di frasi, modi di dire, espressioni gergali che fanno da codice.

Una classe progressista e propulsiva del cambiamento nell’Ottocento, ma che una volta agguantata l’egemonia ha perso le sue caratteristiche migliori. Ne discutevano con toni accesi, Elsa Morante e Alberto Moravia, il secondo alto borghese. Anna Folli se ne è infatuata scrivendo il libro Morante Moravia, una storia d’amore. Moravia è raccontato così, figlio abbiente che si stacca da quell’educazione a causa della sua malattia, in adolescenza. Regole borghesi accantonate con fastidio, Moravia era un artista e a diciotto anni, in un sanatorio, scrisse Gli Indifferenti. Ci teneva al distinguo, viveva la borghesia come antitesi all’essere artista. Del borghese, malgrado sé, ne aveva i modi. Morante no, veniva dal popolo, era artista senza che questo fosse una conquista. Viveva un senso di inadeguatezza rispetto all’aristocrazia, un complesso di inferiorità. Non frequentavano che artisti. Mentre Moravia metteva in scena i borghesi, sia pure per descrivere una società in decadenza, Morante scriveva del popolo e della piccola borghesia con problemi economici e culturali. «Nel 1968 lo ritennero parte della cultura borghese, tanto che in una università fu contestato. Morante era una di loro, una maestra». Lo scenario della loro storia è Roma, perciò è quel mondo che ritorna in romanzo, i ministeri, gli impiegati, la mentalità statalista assente altrove. È la deriva di una borghesia che frana, non sorretta da una politica affatto illuminata. «Parlare oggi di classi sociali suona anacronistico, la crisi ha colpito in modo trasversale, categorie di lavoratori un tempo considerati borghesi e privilegiati, non lo sono più. L’avvocato, il professionista. È il concetto di borghesia che va ripensato», sostiene Folli. La letteratura se ne è discostata e ora il cinema narra le gesta del borghese con accenti più veritieri e catastrofici. Sarcastici soprattutto come solo Mario Monicelli sapeva fare: più di Fellini, come Buñuel e i fratelli Vanzina nelle forme post-borghesi del broker, del manager, del businessman. Persino i simboli della borghesia sono cambiati. L’orologio Tank di Cartier è borghese, la cucina a vista e il pezzo di design, il pezzo di arte contemporanea e il lusso del tempo libero da dedicare a se stessi. Gli studi all’estero e l’eco sostenibile, il casale in campagna e la visita tra gli stand di Art Basel e aver letto L’eclissi della borghesia di Giuseppe De Rita e Antonio Galdo. Per capire chi si è.

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