SS2017
FW2018 Couture Collection
FW2018 Couture Collection
SS2017
Dior Haute Couture
SS2017
e premier défilé de Maria Grazia Chiuri pour Dior vu par Mehdi Mendas

Text Giacomo Andrea Minazzi

 

Maria Grazia Chiuri, da Dior apre il suo comunicato stampa per la sfilata Autunno-Inverno 2018/19 citando il desiderio, secondo lo psicanalista francese Lacan, ripreso da Alison Bancroft in suo articolo Inspiring Desire: Lacan, Couture, and the Avant-garde.

Parlare di Lacan non è mai semplice, ed è bene che sia così. Richiede uno sforzo interpretativo, uno sforzo di lettura che implica che chi legge si coinvolga in prima persona, ci metta del suo – la propria soggettività – per comprenderne i significati. Dichiarava di non scrivere per essere letto, questo dovrebbe dirla lunga. L’incontro con un testo, la parola, il linguaggio – struttura dell’inconscio, dell’essere umano, ciò che per Lacan lo rende differente da ogni altro animale – è un elemento centrale.

L’incontro è per Lacan sempre cattivo incontro, ci può essere incontro solo quando non trovo ciò che mi aspetto. C’è una delusione dell’immagine che mi pre-figuro, incontro davvero l’Altro solo in ciò che non mi aspetto, che eccede, che non pre-vedo – Altro come persona, libro, parola, abito, relazione.

Il desiderio non è istintualità, pulsione, moto incontrollabile da saziare con fare animalesco – questo è il discorso del Capitalista, il bisogno che deve essere creato per poi essere immediatamente saziato da un prodotto, un feticcio che distrae il soggetto dal suo desiderio reale e lo rende schiavo di un’immagine che viene da altri. L’immagine che è centro della vita social, di Instagram, contro cui Maria Grazia (non solo Maria) sembra schierarsi nella sua collezione deve essere qualcosa che attrae, cattura, imprigiona l’occhio che le cade addosso. Non è questo il senso della couture per la stilista romana.

La couture richiede ricerca, interesse conoscenza. Sono abiti che, come dichiara, non renderanno mai al cento per cento in fotografia – i critici della moda di sono sprecati nel sottolineare quanto la collezione sia sobria, il color carne, pallida, ai limiti del noioso – ma che devono essere visti da vicino, toccati per essere compresi, interrogati. Forse, meglio non comprendere, cioè prendere dentro, meglio aprire all’inatteso, un taglio, una cucitura, un tessuto che sanno lavorare solo due persone in tutta la Francia.

In barba a chi dice pretestuoso, eccessivo, non necessario, l’incipit che riprende Lacan, la sfilata della Chiuri è esattamente come un suo libro. Non c’è pronto consumo, non qualcosa messo lì per sedurre – sé-ducere, condurre a sé – ma c’è educazione e cioè necessità di interrogarsi e interrogare quello che l’Altro sta offrendo per poterne capire il vero significato. Questi abiti vanno avvicinati, scoperti, osservati.

La Chiuri parla di desiderio, quello che Freud, maestro di Lacan, chiamava in tedesco Wunsch, parola che ha le stesse radici di ‘voto’. Non è tanto un elemento caotico, capriccioso e instabile, quanto voto, impegno etico, vocazione che orienta e guida l’esistenza. Il desiderio è, per Lacan, espressione della soggettiva vocazione fondamentale, opposto del capriccio.

Nel capriccio stanno le dinamiche dell’internet, del see-now, buy now – il bisogno da soddisfare immediatamente, senza capacità di tollerare la frustrazione dell’attesa, della mancanza –, dell’immagine appagante che cattura l’attenzione in un feed. I dieci minuti di notorietà di Warhol sono diventati quelli effettivi di troppi influencer. Nel discorso couture della Chiuri non trovano spazio. Instagram regge il discorso del capitalista, ben venga se questa collezione fatichi a trovarvi uno spazio di apprezzamento – si veda Diet Prada, che, bontà sua, aveva dato un’ennesima possibilità a Maria (senza grazia) di dimostrare il suo valore, ma lei…

Non esistono i desideri. Esiste il desiderio: se lo seguo, lo onoro avrò una vita capace di dare frutti, se lo tradisco, mi ammalo. Lasciamo stare i frutti privati di Maria Grazia, guardiamo anche solo al fatturato che porta a Dior.

Non dobbiamo addomesticare il desiderio, come il cavallo imbizzarrito di Platone, non è la ragione, la legge, che deve guidare il desiderio, quanto il desiderio a indicare la legge del soggetto, per il soggetto. Maria Grazia cita le leggi della couture – i modelli originali devono essere disegnati dal couturier o dai suoi più stretti collaboratori a tempo pieno, gli abiti sono creati esclusivamente nell’atelier… – sono le leggi che delineano un campo d’azione, che pongono chi fa couture nella posizione di dover, poter, portare fuori ciò che sta dentro all’atelier.

Wo Es war, soll Ich werder: dove c’era l’Es, l’Io deve avvenire, cioè l’Io, la razionalità, la legge, deve prende il posto dell’Es, l’istinto, la pulsione – scriveva Freud. Per Lacan non è la ragione che deve prendere il posto dell’istinto, l’Io che domina sull’Es, ma l’Io che si situa nella posizione indicata dall’Es, la legge che nasce dal desiderio. La pulsione indica qual è il nostro desiderio, è da lì che bisogna porre la legge che guiderà la nostra esistenza.

Il desiderio, con la legge che ne deriva, diventa allora l’alternativa etica alla soddisfazione del bisogno capitalista, dove il soggetto si perde nella proliferazione degli oggetti che dovrebbero saziarlo, in quei prodotti messi lì per creare bisogni da saziare immediatamente. Il desiderio non è saziato, è sempre aperto, mancante, verso qualcosa. È, in ultima istanza qualcosa di profondamente relazionale, è sempre desiderio dell’Altro, anzi, desiderio del desiderio dell’Altro: desidero essere desiderato.

Che cosa rende degna la vita secondo Lacan? Aver assunto singolarmente la chiamata del proprio desiderio. L’abito couture non è qualcosa a cui si può avere acceso in un lampo; certamente non si può comprare su internet. Anche nel mondo, le clienti che coprano couture sono – dicono le voci esperte – un centinaio. Forse, per loro, l’abito couture è un prodotto da consumare, soddisfazione di un bisogno. Per tutti gli altri, può continuare a essere ciò che non deve vergognarsi di essere.