Text Nicola Manuppelli.

1. A vincere la Palma alla fine è il film meno atteso, The Square, dello svedese Ruben Östlund, la storia di un padre divorziato che mentre cura un’installazione per un museo di arte moderna, si ritrova a dover fare i conti con la difficoltà di vivere all’altezza dei propri ideali. Alla consegna della Palma, il pubblico applaude anche se non sembra tanto convinto.

Il preferito, e favorito in generale, sembrava essere 120 Battement Par Minute del marocchino Robin Campillo (che si aggiudica il Grand Prix), film sociale e molto curato dal punto di vista registico, sul movimento Act up-Paris che negli anni Novanta cercò di smuovere le coscienze a Parigi e in Francia riguardo al tema dell’Aids e della prevenzione. Il protagonista, Nahuel Pèrez Biscayart, avrebbe forse meritato il premio come migliore attore (che invece va a Joaquin Phoenix per You Were Never Really Here di Lynne Ramsay).

2. Cannes è una sfilata di attrici. A vincere è sicuramente la più brava di tutti, Diane Kruger (già vista qualche anno fa in Inglorious Bastards di Quentin Tarantino) con il film che per il sottoscritto avrebbe meritato la Palma, Aus Dem Nichts di Faith Akin. È una storia di amore e vendetta, con al centro una donna il cui marito viene ucciso da un gruppo di neonazisti che saranno poi assolti in processo per assenza di prove.

3. Il film di Ozon è il più folle in assoluto. Una sorta di thriller psicologico alla De Palma. Il mistery sembra contaminare molti dei film presenti a questa edizione. Oltre a Ozon, anche Good Time dei fratelli Safdie, storia di una rapina in banca, rapporti familiari e destini segnati. Una sorta di tragedia greca, così come lo è – esplicitamente – The Killing of a Sacred Deer di Yorgos Lanthimos, con Colin Farrel e Nicole Kidman, dove un chirurgo sconta col dolore dei propri figli le proprie mancanze professionali. È come vedere Eschilo e Sofocle in versione moderna, e non è un caso che a dirigerlo sia un regista greco. Avrebbe potuto essere una Palma d’Oro, potrebbe essere un successo in sala.

4. Parlando di thriller, chi si è lasciato spesso contaminare dal genere è Roman Polanski, che quest’anno era a Cannes con un film fuori concorso, Da una storia vera, tratto dal libro omonimo di Delphine De Vigan, una sorta di Misery non deve morire in salsa francese, con al centro una scrittrice oggetto di attenzioni ossessive da parte di una lettrice.

5. Il mio personale premio Un Certain Regard va a un piccolo ma delizioso film, Wind River di Taylor Sheridan, un crime ambientato nella neve del Wyoming fra nativi americani e vite alla deriva, e con Jeremy Renner (in ottima forma) nei panni di un “cacciatore”.

6. È il Cannes della paura degli attentati. Ci sono controlli dappertutto. Soprattutto per entrare alla Grand Lumiere, che è la sala dove si fanno le proiezioni principali. Si creano code infinite. Qualcuno grida, qualcuno sviene, qualcuno intravede un attore e immediatamente lascia la fila. Ci sono i fotografi appostati con le scalette e i giornalisti in attesa di vedere i film che sperano di riuscire a entrare. Ci sono diversi tipi di badge (bianco, giallo, verde e via dicendo) e ognuno dà diverse possibilità d’ingresso. Col mio badge giallo, mi trovo spesso nella fila che procede più lenta. Al primo tentativo per Haneke, non riesco a entrare. La fila di quelli col badge bianco (che entrano prima di noi) è lunga chilometri. Il giornalista francese di Brest di fronte a me, si volta, vede la coda ed esclama “Putain!”. La signora dietro di me è tedesca, una scrittrice di Treviri. “Liberté, Égalité, Fraternité,” mi dice laconica. E mi mostra il suo badge arancione (la categoria sotto i gialli).

7. A Cannes si ha una visione del cinema diversa. Ovviamente le sale sono sempre piene. Ma anche la celebrità dei registi è diversa. Qui Haneke e Kawase sono delle star. Quasi più di uno Spielberg o di uno Scorsese. Però poi tutti si elettrizzano quando vedono passare Will Smith (che infatti si fa vedere pochissimo). C’è gente che ci viene da anni, ci sono i segreti del festival, le scorciatoie per passare da una sala all’altra. La postazione della Nespresso dentro il Palais è la più affollata. Qui il caffè viene servito gratis. In spiaggia costa sette euro. Ci sono anche le macchinette con i tè Arizona vicino alla Entreé des Artistes. Se sai come arrivarci, può capitarti di essere lì a rinfrescarti e vedere passare Clint Eastwood (che ha tenuto una lezione di regia) o Almodovar (che quest’anno era presidente di giuria). Il più simpatico di tutti è Guillelmo del Toro che si ferma con Alfonso Cuarón a prendere anche lui un Arizona.

8. In spiaggia, la sera, proiettano i film che hanno fatto la storia del festival. Ci sono delle sdraio con delle coperte e la gente si mette lì e si addormenta, dopo aver visto tre o quattro film in una giornata. È tutto molto felliniano. Ci finisco la sera dopo aver visto il nuovo film di Abel Ferrara (Live in Paris, un piccolo gioiello, a metà fra un film e un concerto). Abel è uno dei personaggi più simpatici del Festival. Durante la proiezione è in sala. Quando il pubblico lo applaude, è quasi commosso. Poi si ferma a stringere la mano a tutti. Gliela stringo anch’io. Il suo film è meraviglioso, un inno alla vita (con citazione dei Ramones).

Prima di addormentarmi in spiaggia, mangio quello che chiamano “gelato all’italiana”, ma che non ha nulla a che vedere col nostro gelato. Ma Cannes è un mondo a parte.

9. Uno degli eventi clou di quest’anno era la presenza di David Lynch con le prime due puntate della terza stagione di Twin Peaks. Vado a vederle alla sala della Soixantieme. Per le proiezioni serali alla Lumiere ci vuole lo smoking. Ci sono un sacco di negozi specializzati e persino Zara ha tutto un reparto di smoking e papillon. Ci penso un po’, ma alla fine decido di comprare delle saponette francesi, un po’ di lavanda e optare per la Soixantieme. Prima della proiezione, fuori dalla sala, è un delirio. Gente che indossa teste di cavalli, donne travestite da Laura Palmer, ragazzini che chiedono disperatamente un biglietto o un pass per poter entrare. C’è anche il giornalista francese che ha esclamato “Putain!”. È ultimo in fila e anche questa volta non riesce a entrare.

10. Nella zona che collega il Photo Shot alla Sala Conferenza, c’è una specie di passerella dove, per alcuni secondi, è possibile vedere sfilare gli attori. Qui vedo passare Dustin Hoffman, Adam Sandler e Ben Stiller per il nuovo film di Baumbach. C’è anche Emma Thompson che si ferma con i fan (o giornalisti) per qualche scatto.

Quando sfilano di qui gli attori del film di Sofia Coppola, una signora sulla cinquantina dai tratti peruviani, molto bassa e piuttosto agguerrita, si lancia contro la folla, spintonando me e due giornaliste russe. “Sono l’attrice del film!” grida. Le fanno notare gentilmente che le attrici del film sono Elle Fanning e Nicole Kidman, e che lei ha poco di simile a entrambe. “Sono l’altra!” grida. L’altra potrebbe essere Kirsten Dunst, oppure Colin Farrel o le bambine o i soldati dell’esercito. Non ci sono altre comparse. La donna insiste. Spinge a terra una delle giornaliste russe. “Sono l’attrice del film!” grida di nuovo. Qualcuno le dice, a quel punto, di provare a chiamare direttamente Farrel per risolvere l’incidente diplomatico. La donna prende il cellulare e compone un numero. Silenzio generale. Tutti la fissiamo, lei ci guarda e dopo un po’ ci dice, “È occupato.” Anche questo sembra un film, ma è solo Cannes.

Photos courtesy of Dior Press Office
Dior
www.dior.it@dior

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