Jim Morrison, The Young Lion Session, 1967

Text Andrea Dusio

 

Illustratrice, scrittrice e divoratrice di uomini. Troppe vite dentro una sola testa per essere presa sul serio dalla società letteraria dell’epoca. Nei suoi romanzi sembra sempre sul punto di morire di tedio, annoiata dei suoi appetiti sessuali compulsivi che non sapeva mai trasformare in amore. Viene da pensarla come una cinderella supersexy, il pomeriggio precedente un vernissage a Pasadena. Le amiche l’avevano avvisata che un suo ex di cui era ancora innamorata sarebbe andato all’inaugurazione. Sembra quasi di riascoltarne i pensieri. Che fare? Stare a casa a imbottirsi di vol-au-vent come una servetta che ha appena finito di lavare le scale? O andarci lo stesso con l’intenzione chirurgica di far fallire la festa. A un vernissage si trova sempre qualche utile idiota da cui farsi rimorchiare, pronto a baciarti come se si fosse comprato la tua serata all’ingresso, un boyfriend last minute da recuperare al guardaroba. Se poi la serata è baciata da un luccichio, può succedere di prendere sottobraccio qualcuno e sussurrargli all’orecchio: «Invece di perdere tempo a fotografare signore bolse come facoceri, ti propongo qualcosa di memorabile. Vedi quella scacchiera? Vedi se trovi in giro qualche pezzo di novanta, e facciamo schiattare di gelosia quel bastardo del mio ex».

Eve Babitz and Marcel Duchamp at the Pasadena Art Museum, 1963 – Ph. Julian Wasser / 1963

È una delle foto più riprodotte e imitate degli anni Sessanta: Marchel Duchamp che gioca a scacchi con una modella nuda, al Museo di Pasadena. Ne esistono decine di versioni, varianti, reinterpretazioni. È stata scattata nel 1963. Nel bel mezzo del cocktail, una brunetta col fisico da pin-up si avvicinò a Julian Wasser, fotografo del Time, e gli suggerì questo scatto memorabile, che sembra quasi un Dalì sognato da Helmut Newton e invece è solo la cronaca di una sera di ordinaria ennui e gioco sociale. Le cronache riportano anche qualcosa in più di quella foto. La ragazza era Eve Babitz, corporatura generosa, non esattamente la prima starlet catapultata a L.A. dalla provincia con un bus notturno. Il padre Sol, discendente di una famiglia di ebrei russi, suonava il violino nelle produzioni della 20th Century Fox, era legato a Igor Stravinsky che le aveva fatto da padrino. La madre Mae un’artista, di cultura Cajun.

La parte più conosciuta del personaggio Eve Babitz resta ancora quella della femme fatale. Ci si è ricordati soprattutto per la sequenza di rock star con cui si è accompagnata: Jim Morrison, Glenn Frey e Warren Zevon. Un portfolio che avrebbe fatto invidia a qualsiasi groupie, ma che rappresenta solo una minima parte del suo carnet di uomini, che pesca da Hollywood alla scena letteraria californiana, ma è fatto anche di produttori di vino di Baskerfield che d’inverno campano allenando la squadra locale di football americano. Uomini che si presentano ai party vestiti come Johnny Carson e chiedono uno scotch. «Nella mia mente», racconta a The Fashionable Lampoon: «da quel momento in avanti, ho pensato a lui come all’Ultimo Americano. Peccato che Henry James non abbia potuto conoscerlo, lui e quel suo modo di indossare vestiti comprati ai grandi magazzini con tale flessuosa nonchalance da far vergognare gli altri uomini nella stanza con le loro strette camicie parigine e i loro sarti milanesi». Sino a concordare con l’amica Terry Finch, stellina e cantante che un secondo prima di darsi all’eroina lamentava l’assenza di bei giovani con buone maniere.

Eve amava concedersi anche qualche trasgressione di genere. Abbandonandosi alla seduzione di Isabella Farfalla, fotografa di Perugia che lavorava a Hollywood per un’agenzia europea. «Era una predatrice», continua la Babitz con una voce che ha le labbra di un sorriso amaro tatuato negli occhi – «una predatrice che si avventava su donne ignare che in un baleno si ritrovavano com’ero io in quel momento, a chiedersi di prima mattina cos’era successo. Isabella no, mi sono detta, una così potrebbe essere pericolosa». Troppo auto-indulgente per piacere ai contemporanei, troppo martellante sugli stilemi del memoir annebbiato.

(More on The Fashionable Lampoon Issue 12 – Dionysus)

Slow Days, Fast Company. Il mondo, la carne, L.A.

Eve Babitz

Bompiani, 2017, p. 208, € 17

From The Fashionable Lampoon Issue 12 – Dionysus