È scomparsa Inge Feltrinelli, avrebbe compiuto ottantotto anni il prossimo novembre. In questa intervista, uscita sul numero 4 di Lampoon, abbiamo raccontato la sua vita, dal fotoreportage all’incontro con Giangiacomo Feltrinelli. Editrice corsara, con il marito nel 1957 riuscì a pubblicare in Italia Il dottor Živago di Boris Pasternak e, nel 1962, Il tamburo di latta di Günter Grass.

 

Text Concita Borrelli

Un giovane uomo, bellissimo, oggi sarebbe modello per Armani. Un giovane uomo di pelle intatta, e sguardo perso di vanità nel décolleté della modella Dorian Leigh. Potremmo raccontare così gli occhi di Inge Feltrinelli, attraverso quel suo celebre scatto a Richard Avedon. Il fotografo che ha irretito un secolo di bellezza con il passo felino del fuoriclasse. E Inge? Allora giovane fotoreporter aveva capito tutto dei tratti umani e sovrumani delle grandi personalità – ma andiamo per ordine. Cominciamo con il dire che se la si ascolta, nonostante la forza tutta tedesca delle sue consonanti, la si percepisce irrimediabilmente milanese. «Io amo Milano incondizionatamente, forse nei decenni scorsi troppe sciure, troppi visoni. Oggi è un piacere perdersi in donne eleganti dall’esagerato stacco di gambe».

La guardi però Inge e non puoi non pensare alla fanciulla di Göttingen, quella cittadella universitaria, la Cambridge tedesca, solo lambita dalla guerra. Dalla fame, Inge, non fu risparmiata, ha rubato con il padre patate nei campi. Esile, bruna, una Audrey o anche scugnizza che non ha mai smesso d’immaginare mondi migliori. In bici, divorando, con la sua Rolleiflex, chilometri, ha creduto fortemente nel suo lavoro. «Ho dormito su materassi umidi nello scantinato di una fotografa di Amburgo a svilupparle pellicole». Fraulein Schoenthal s’imbatté un giorno nel direttore della rivista Constanze che la fulminò: «Foto orribili le tue, prendi i volti!». Poi un fiume. Inge ha fotografato Picasso, Soraya, JFK e la Magnani, Gary Cooper e la Loren, Marc Chagall e, per solo colpo di fortuna, la Garbo – ma non la si definisca questa una galleria di personaggi. Tutti insieme, quegli illustri signori, furono corpo, voce e faccia di un’epoca meravigliosa, un secolo nel secolo, gli anni dopo la guerra sino alla metà dei Sessanta.

Tutto iniziò quando Inge fu spedita, rocambolescamente, alla volta de L’Avana alla ricerca di una piega, una sola piega nel volto maestoso e alcolico di Ernest Hemingway. Il grande Hemingway, che la grandezza di un uomo si misura con il mondo intorno che vuole assomigliargli. E così, tra i tanti scatti, lo ritrasse anche disteso a terra, con il capo su un materassino – e quella stanza della Finca Vigia ci apparve tragica al cospetto di chi, sopra tutti, le tragedie le rese più vere che reali.

Fu proprio dall’editore di Hemingway ad Amburgo che Inge conobbe l’editore della sua storia d’amore più bella, Giangiacomo Feltrinelli. Inge lo sposa e lascia l’attività di fotoreporter, senza rammarico. Forse, invece, le sarebbe piaciuto iniziare prima, durante la guerra, all’ombra di Robert Capa – ma Inge nei libri vi è entrata subito. Ha capito la bellezza delle parole prima ancora che stampate, raccontate – ed è una vita che ascolta e parla. Le chiedo: «Non è stanca di parole?» – Inge è sprezzante – «Che domanda è questa?». Dimenticavo la sua tempra teutonica. La sua storia. Ha ancora fame. Oggi fotografa pochissimo, talvolta i suoi nipoti, ma viaggia e si confronta con il mondo. New York o Specchia nell’amatissimo Salento. «A proposto lei sa perché solo l’undici percento degli Italiani legge? Perché l’Italia è troppo bella!». Esattamente in questo afflato rassegnato e d’amore ho sentito tutta la Audrey di Vacanze romane.