Keith Moon
Keith Moon
The Who
Keith Moon
Keith Moon

Text Domenico Paris

C’è chi vede nel ritmo che viene fuori da una batteria il risultato di un equilibrio mentale, prima che articolare, superiore alla media. Dare il tempo, saperlo mantenere. Alterarlo senza però perderlo. Dall’uomo e dalla donna seduti dietro piatti e tamburi ci si aspetta sempre la stessa cosa: dimostrarsi una bussola in perenne funzione, affinché gli altri musicisti e il pubblico possano sperare di non perdere la rotta.

E se invece la scansione di quel quarto non fosse affatto una ‘carezza’ rassicurante, ma un fendente menato sul limite estremo della misura? Se quel colpo di cassa o di bacchetta si rivelasse una sfida perenne all’equilibrio suggerita dal Caos in persona? Ci sarebbe da aver paura, certo. Ma anche la consapevolezza che ogni singola esibizione, suonata o ascoltata, sia un momento unico da custodire nel salotto buono della propria memoria.

È questo che Keith Moon regalò ai suoi compagni di viaggio degli Who e a milioni di fan nel corso della sua inimitabile parabola terrena, durante la quale il concetto di improvvisazione nella musica rock si arricchì di nuovi significati: se prima di lui l’allontanarsi ogni tanto da una partitura percussiva poteva essere, al più, il divertissement di un professionista annoiato o in vena di stramberie jazzy, nelle sue performance l’affidarsi alla furia dell’ispirazione era l’essenza stessa di uno stile. Per la definizione del quale concorrevano, però, non soltanto dei banali ardimenti tecnici, ma iniezioni di un istinto ferino e l’incrollabile volontà di sabotare a tutti i costi  l’anonimato del normale. Con colpi di testa che lo hanno consacrato nella leggenda delle sette note ben più delle solite tossicodipendenze da superstar (ambito in cui, comunque, e purtroppo, seppe eccellere come pochi nella storia): distruggere decine di stanze d’albergo, far saltare in aria i wc nei bagni, catapultarsi in una piscina a bordo di un bolide, andarsene in giro con una divisa da ufficiale nazista o con un abito da suora… Ognuna di queste imprese – in apparenza solo scellerate stramberie – rispondeva in realtà a un bisogno spasmodico di risultare sempre e comunque pericoloso, non addomesticabile. Di non essere mai parte di un ingranaggio, ma l’ingranaggio stesso. Di andare incontro al domani aspettandoselo sempre pieno di colore. Desideri tradotti sul palco in un arrembare la batteria con un piglio tellurico e di complicata, assai personale coordinazione. Che ha fatto scuola e che in tanti, dalla sua scomparsa avvenuta il 7 settembre di 40 anni fa, hanno tentato invano di copiare.

Perché di Keith Moon, di quel dotatissimo artista giocherellone in fondo terribilmente innamorato della vita più emozionata ed emozionante, ne nasce, se va bene, uno ogni secolo. E un suo vero erede, uno che sappia celebrare con altrettanta meravigliosa ribalderia il complicato sposalizio tra l’arte di picchiare le pelli e  l’essere un autentico fuorilegge, lo si sta ancora aspettando.

Arriverà mai?