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Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Era l’11 febbraio 2010 e calava il sipario su tutta un’esperienza creativa nel fashion che, dagli anni Novanta del Ventesimo secolo, aveva visto la rivoluzionaria ondata britannica sovvertire e scardinare la roccaforte della moda parigina. Il suicidio di Lee Alexander McQueen, a soli quarant’anni, avviene a poche ore dal funerale della madre Joyce. Il vero nome, Lee, McQueen lo abbandona su suggerimento della sua musa e scopritrice Isabella Blow, suicidatasi anch’essa nel 2007, con effetti psicologici ed emotivi devastanti su di lui. L’eccentrica Isabella infatti, non lo trovava abbastanza posh. «La mia unica vera paura è quella che tu possa morire prima di me», ripeteva spesso alla madre, profetico anche in questo. Lee era stato un ragazzo timido e grassoccio, introverso e tormentato, che amava inventare vestiti per le bambole. Incongruo, quasi assurdo in quella periferia difficile di South London che sembrava uscita da un film di Ken Loach, dove era cresciuto. È la madre, Joyce, come ricorda la sodale e continuatrice del brand Sarah Burton, costantemente accanto a McQueen fino dagli anni scolastici della Central Saint Martin, che lo sprona a non demordere mai, ad andare avanti a ogni costo, approdando prima negli atelier maschili di Savile Row, da Anderson & Sheppard in particolare, poi presso vari couturier come Koji Tatsuno e Romeo Gigli. Una vicenda di ombre e luci, contraddittoria e appassionate come un romanzo, raccontata dal docu-film McQueen, presentato e premiato il 22 aprile scorso al Tribeca Film Festival di New York. Prodotto e diretto da Ian Bonhôte e Peter Ettedgui, è molto ricco di testimonianze, da Sarah Burton alla sorella Janet con il nipote Gary James McQueen, fino all’assistente e per un certo tempo boyfriend, Andrew Groves. Quattordici rivelazioni punteggiano il plot di questa parabola favolosa e implacabile che si dipana in ogni suo lato nella narrazione cinematografica. Il successo vero, per Lee Alexander, sublime cazzaro che si divertiva a stupire e scandalizzare – uno che dedica collezioni a Jack lo Squartatore o al suo cane Minter –, era arrivato con l’approdo a Parigi da Givenchy, dove questo poetico e tormentato hooligan della moda, gay dichiarato e sieropositivo, divorato da dubbi, timori e nevrosi, geniale inventore di linguaggi e coraggiose provocazioni oggi abusati e spesso sviliti di senso, esordisce esplodendo come fenomeno nel 1997, con la sua prima sfilata haute couture Alla ricerca del Vello d’oro. «Se mi vuoi conoscere – soleva affermare – basta che guardi al mio lavoro».

alexandermcqueen.com/it

Il trailer del docu-film, youtube.com