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«Quando tutti si dicevano sorpresi della nomina di una donna, continuavo a chiedermi: perché no? A portare avanti questi preconcetti siamo prima di tutto noi donne», ha dichiarato Maria Grazia Chiuri in un’intervista a La Repubblica qualche giorno fa. Ricordiamo la sua collezione di esordio per Dior riferita al libro We should be all feminists, di Chimamanda Ngozi Adichie, manifesto del femminismo del Ventunesimo secolo. La scritta We should be all feminists appariva su t-shirt che oggi vediamo addosso a gente comune. L’anno seguente, Chiuri recuperava il testo Why have there been no great women artists? (Linda Nochlin, 1971), e lo diffondeva nel mondo tramite il potere mediatico di Dior: il testo è un’indagine sulle barriere sociali che hanno impedito alle donne di perseguire l’arte. C’est non, non, non et non – ancora, questa scritta appariva su un maglione di lana bianco un anno fa. Al Grandes Ecuries du Domaine di Chantilly, Chiuri invitava a esibirsi le Escaramuzas, una squadra femminile che compete ai tornei di rodeo in Messico, per rappresentare la forza e l’indipendenza delle donne. L’impegno di Dior a sostegno dell’impegno femminista prosegue: a Milano apre la mostra Il Soggetto Imprevisto. 1978 Arte e Femminismo in Italia, la prima dedicata ai rapporti tra arti visive e movimento femminista, resa possibile grazie al sostegno economico di Dior. Qui presentiamo una recensione e un background utile alla visita.


Testo di Marta Ghelma, Claudia Bellante

Al principio fu Artemisia, che trasformò in arte lo stupro. Aveva 18 anni quando Agostino Tassi, collega e amico di suo padre, Orazio Gentileschi, serrò la camera a chiave e dopo serrata la buttò su la sponda del letto. Era il 1611 e nessuno – che strano – le credette. Lasciò Roma per scappare dalle malelingue e le accuse. Trovò a Firenze e nella pittura la salvezza. Prima donna ammessa all’Accademia del Disegno conobbe Cosimo II de’ Medici, fu amica di Galileo Galilei e amata dal nipote omonimo di Michelangelo Buonarroti. La sua arte ha lì il suo culmine e la ribellione verso il sistema patriarcale di cui fu vittima si ritrova nelle sue opere più riuscite. Giuditta che decapita Oloferne, Giaele e Sisara, eroine bibliche che con il consenso di Dio tagliano e picchettano le teste degli avversari, uomini, generali e condottieri.

Lasciamo Caravaggio, lasciamo Firenze e arriviamo a Montmartre, una collina di Parigi a metà tra la città e la campagna, da cui provengono le voci dei nuovi artisti dell’Ottocento francese. Nel 1894 Suzanne Valadon (Marie-Clémentine Valadon) è la prima pittrice donna della storia a essere ammessa alla Société Nationale des Beaux-Arts. Marie-Clémentine, nasce da padre ignoto e da una madre forse alcolizzata che all’età di nove anni la manda a lavorare. Sarta, fioraia, cameriera, persino circense prima di diventare la musa di Renoir, Degas, Toulouse-Lautrec. Madre ventenne del futuro pittore Maurice Utrillo, nato già alcolizzato e cresciuto a vino, pane e stenti, Marie-Clémentine fa della libertà la sua ragione di vita trasformando con i suoi dipinti il genere del nudo femminile, ritratti da chi nuda, osservata e ritratta, lo è stata a sua volta. Muore a settantatré anni, colpita da un ictus davanti a una tela, sposata con il migliore amico di suo figlio, onorata da Pablo Picasso e Georges Braque.

Voglio fare il pittore, e non la pittrice come mia madre, che dipinge solo per se stessa – affermava Benedetta Cappa – sarà la moglie di Tommaso Marinetti il quale riconoscerà «il genio di Benedetta, mia eguale e non discepola». Nel 1930 Benedetta Cappa è la prima donna-artista ad avere un’opera pubblicata nel catalogo della Biennale. Amava firmarsi Beny. A un movimento misogino come fu il futurismo, Beny risponde con dipinti lirici, geometrici e sintetici, colori chiari, dominati da un azzurro che significa aria, mare e ancora una volta libertà. Fu anche madre di tre bambine, Vittoria, Ala e Luce. Durante la gravidanza, Beny mette a punto una sua versione dell’aeropittura con l’appiattimento delle prospettive e delle vedute dall’alto, per poi teorizzare la capacità artistico-espressiva della donna pari a quella del procreare.

Meno di mezzo secolo dopo, aborto, divorzio, adulterio smetteranno di essere considerati crimini per diventare bandiere della liberazione sessuale delle donne, padrone dei loro corpi. La rivoluzione non si concluderà.

The Unexpected Subject, exhibition view

Negli anni Settanta le mostre formate da sole donne erano definite ‘ghetti rosa’. Nell’ultimo decennio, il tema del rapporto tra arte e femminismo in Italia è tornato al centro del dibattito afferma Raffaella Perna, curatrice assieme a Marco Scotini de Il Soggetto Imprevisto. 1978 Arte e Femminismo in Italia.

Tra le opere e le figure spicca Bianca Pucciarelli, in arte Tomaso Binga, che in Scrittura Vivente, si fa ritrarre dall’amica e fotografa Verita Monselles mentre con il suo corpo nudo assume la forma delle lettere dell’alfabeto, in atteggiamento critico verso il linguaggio verbale maschile dominante, e con Scrittura desemantizzata deforma l’abilità canonica a tal punto da diventare illeggibile per esprimere i silenzi e i non detti delle donne. Una delle perfomance più efficaci di Binga è del 1977 dal titolo Bianca Menna e Tomaso Binga oggi spose, dove l’artista accosta la sua fotografia nel giorno del suo matrimonio a un’immagine di sé in abiti da uomo per sottolineare come anche gli sposi siano sempre declinati al maschile.

Ritengo che oggi, in Italia, sia un momento appropriato per ragionare sulla storia del femminismo e sui suoi contatti con la creatività e l’arte delle donne negli anni Settanta. C’è un’esigenza reale di non dare per scontati dei diritti acquisiti che ora vengono messi in dubbio. Se il caso del “Congresso Mondiale delle Famiglie” di Verona è lampante» – continua Perna – «lo è anche la reazione delle organizzazioni femminili, non soltanto femministe, e anche di singoli soggetti che hanno aderito alla protesta contro il ddl Pillon. Senza dimenticare la forza d’urto dei nuovi gruppi quali Se non ora quando, Non una di meno e certamente #MeToo.

Un movimento diffuso: a Hong Kong, dal 16 al 28 aprile, si terrà la mostra Performing Society: The Violence of Gender curata da Susanne Pfeffer che attraverso il lavoro di undici artisti racconta le strutture invisibili delle norme di genere in vigore. Seni sproporzionati e corpi che si deformano in seguito all’allattamento, e donne ossessionate dalla bellezza come nel video Must Be Beauty dell’artista cinese Ma Qiusha: la donna sdraiata sul letto ingerisce un flacone dopo l’altro di cosmetici.

L’arte e le rivendicazioni delle donne, diventate più ampie e inclusive grazie ai movimenti LGBTQ e affrontando nuove tematiche tabù, non hanno mai smesso di dialogare ieri come oggi. Il lavoro Beauty in Blood di Jen Lewis (2015): fotografie macro del suo sangue mestruale raccolto; la poetessa indiana Rupi Kaur che nel 2015 è bannata da Instagram per per i suoi post. La brasiliana Berna Reale, ospitata al PAC di Milano lo scorso anno: «Molti dicono che non è possibile avere una sessualità chiusa, affermando la libertà omosessuale, ma allo stesso tempo parte della società pensa: ‘sono una donna e non puoi toccarmi il seno’. Questo è una contraddizione. Vogliamo una sessualità aperta, ma con pudore. Allora ho intenzione di trasformarmi in un corpo con un seno grande ma anche con i testicoli maschili. Io sono un corpo bisessuale. C’è in Belém (Belém do Pará, città nel nord est del Brasile da cui proviene l’artista n.d.r.) una via piena di persone. Voglio andare e farmi toccare dalle persone – spiega l’artista anticipando il suo prossimo progetto.


fmcca.it/en

THURSDAY 04 APRIL 2019 – SUNDAY 26 MAY 2019
FM CENTRO PER L’ARTE CONTEMPORANEA – VIA PIRANESI, 10 MILANO
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