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Testo Jennifer Paccione
@jenniferpaccione

 

La città di New York, al momento, è lo specchio di una rivoluzione che ha diverse facce. Gli Stati Uniti stanno affrontando un cambiamento culturale, sociale e politico – non stupisce quindi che tutto questo si rifletta anche nelle collezioni presentate alla New York Fashion Week. Tra le recensioni pubblicate, forse, quello che è parso essere il denominatore comune è la connessione tra moda e politica.

Incoraggiando un cambiamento culturale, Opening Ceremony ha svelato una collezione come se fosse la personificazione di un gruppo di dibattito politico, intitolandola Pageant of the People. Donne con una sensibilità politica, vestite con i capi della collezione, si sono fatte avanti per discutere di un tema specifico. I designer, in vista delle prossime elezioni presidenziali, hanno affrontato argomenti come il genere e la diseguaglianza economica e tra i sessi, l’immigrazione e la brutalità della polizia. Incoraggiando il voto, i designer si sono esposti dicendo che nessun giudizio o presa di coscienza sono tanto critici quanto quelli che un paese può considerare durante il giorno delle elezioni. A causa della riprovevole campagna presidenziale, accompagnata dall’esagerazione e dal conflitto fomentati dai media, in questo momento forse più che mai, la società è alla ricerca continua di una realtà genuina. J.Crew ha risposto rendendo protagoniste sessantaquattro modelle che difatti erano ingegneri, bariste, atlete e dipendenti di J.Crew. Ispirandosi alle donne e all’arte, Tome ha sfidato le percezioni preesistenti con una chiamata a raccolta per una rivoluzione politica capitanata dalle donne. Lacoste ha portato l’attenzione sull’abito, utilizzando un tessuto di spugna come una risposta gentile all’aggressività dei nostri tempi. Certo il messaggio sociale di Lacoste era avvantaggiato dall’avere incorporato l’elemento estetico del cappuccio – catalizzatore sociale piuttosto incisivo – realizzato con un tessuto poco pretenzioso.

Dal punto di vista sociale, Google ha investito nell’evoluzione e nel miglioramento del suo motore di ricerca per ottenere risultati minuziosi e accurati che aiutassero i marchi e gli stilisti ad avvicinarsi al loro target di riferimento. Rispondendo alla richiesta dei consumatori di velocizzare la disponibilità dei capi andati in passerella, molti hanno reso le proprie collezioni immediatamente disponibili. Ralph Lauren, Rebecca Minkoff, Thakoon, insieme a Tommy Hilfiger, sono state tra le case di moda che hanno messo subito sul mercato i propri capi – il cambio di direzione che è in atto pone incertezza sul futuro delle collezioni stagionali.

Durante un anno di sconvolgimenti nell’industria della moda e di designer passati da un contratto all’altro, le collezioni di New York hanno dimostrato una volta per tutte che l’ingegno fiorisce in tempi burrascosi. Tom Ford ha ripercorso gli anni Settanta e Ottanta, accompagnati da pellicce oversize e ‘colorblock’ e da abiti scivolati e luminescenti. Alexander Wang ha portato in passerella una collezione ispirata all’elasticità e presentato allo stesso tempo una collaborazione con Adidas, dove il risultato è una sintesi tra bondage e sportswear a sorpresa femminile. Hood by Air ha riportato in voga il merchandising dei tour musicali con t-shirt ispirate alle band e l’utilizzo dei loghi all’interno della collezione. Allo stesso modo Jeremy Scott, con il suo piglio provocatore, si è affidato all’ormai riconoscibile estetica ‘cartoon’ del marchio, contrapponendola però a un’atmosfera vintage.

La collezione di Victoria Beckham si è allontanata dai suoi standard prevedibili, con silhouette che sembravano fluttuare e sperimentando modi di utilizzare i materiali prima mai esplorati. Questo cambiamento ha mostrato il nuovo corso intrapreso dalla stilista – il velluto e il satin lavato sono onnipresenti in una collezione costruita sui tessiti destrutturati e poi assemblati di nuovo con facilità. Michael Kors si riappropria dell’essenza del design americano concentrandosi sulla collezione premiere, con jersey di satin e georgette di seta e privilegiando l’aspetto artigianale.

Jonathan Saunders, ora nominato Chief Creative Officer di Diane von Furstenberg, sta dando inizio a una nuova era – DVF dopo Diane. Saunders ha rivisitato l’abito a vestaglia, cifra del brand, introducendo un’attitude differente e nuovi elementi non visibili però dall’esterno. Un ricominciare per la casa di moda: la collezione aveva un fascino sensuale, intrigante per la sua fluidità e, al contempo, un carattere che promette di essere fedele all’identità di DVF. I designer di DKNY Dao-Yi Chow e Maxwell Osborne hanno presentato una individualismo prorompente, che attrae ancora di più il DNA di New York.

La collezione di 3.1 Phillip Lim riportava con discrezione un romanticismo timidamente abbozzato, combinato all’estetica vittoriana, mentre Marc Jacobs si è ispirato a Maria Antonietta e a Versailles, rivisitati però con occhio ribelle, con la sua estetica teatrale che ha preso vita con dettagli e metallici e colori pastello. Ralph Lauren – un’energia che si è sprigionata in modo selvaggio – ha mescolato riferimenti all’etnico e all’eccentrico. Designer come Rosie Assoulin, e Ryan Roche hanno confermato la loro presenza con collezioni dinamiche, dal carattere deciso e impressionistico. Rosie Assoulin ha sperimentato giocando con le proporzioni e lo spazio. In contrasto all’eccesso, invece, Ryan Roche ha fatto sfilare una collezione minimalista e ridotta all’essenza, quasi immaginata come una seconda pelle.

Con la loro vena quasi rivoluzionaria, le collezioni di New York hanno impostato un discorso estetico che ci si aspetta di ritrovare nelle altre capitali – riunite fra loro dal punto di vista creativo – con la stesso spirito e la stessa energia. Appare infatti evidente, più che mai come ora, che si stia delineando nella moda un piano di discussione anche politico, economico e sociale nel quale gli stilisti sceglieranno sempre più di intervenire.

Text Jennifer Paccione
@jenniferpaccione

 

New York City, at present, is the reality for a multifaceted revolution. Culturally, socially and politically speaking, the United States of America is withstanding a shift. It proves only logical that this current state of affairs is reflectively conspicuous amidst the New York Fashion Week collections. Perhaps amidst the collection reviews, the greatest impression was that of the unavoidable correlation between design and politics.

Fostering a cultural change, Opening Ceremony revealed their collection as the embodiment and configuration of a political forum titled, Pageant of the People. Politically minded women dressed in Opening Ceremony collection pieces stepped forward to discuss a chosen political topic. The designers discussed issues including gender and economic inequality, immigration and police brutality, in the proposition of the upcoming presidential election. While encouraging the act of voting, they expressed that no perceptions or judgments are as critical as the ones the country will consider on Election Day. Due to the reprehensible presidential campaigning, alongside the exaggeration and conflicting coverage enhanced by the media, perhaps at this moment, more than ever, society is desperately in pursuance of genuine reality.

J.Crew responded in casting sixty-four pragmatic models who were in fact engineers, bartenders, athletes and J.Crew employees. With prominent inspiration derived from women and art, Tome defied pre-existing perceptions with a call for a female led political revolution. Lacoste accentuated the prominence of robes, whilst utilizing terry cloth fabric as a gentle response to the aggressiveness of our times. As a social message, Lacoste was advantageous to stylistically incorporate the hood – a rather sensitive social catalyst – fabricated in a merciful fabric.

Socially speaking, Google invested into the evolvement and progression of the search engine to create concentrated, curated results, designed to assist brands and designers in connecting directly to their targeted market assemblage. In further adhering to consumer demands, designers popularized readily available collections in contribution to the ever-increasing demands of desired velocity. Ralph Lauren, Rebecca Minkoff, Thakoon, along with Tommy Hilfiger were among the houses to indulge in instantaneously attainable collections. This directional shift in momentum leads way to an uncertainty as to the direction of seasonal collections.

Throughout a year of industry upheavals and designer transitions, the New York collections established that ingenuity thrives in tempestuous times. Tom Ford revisited the Seventies and Eighties, accompanied by the inclusion of oversized, colorblocked fur and metallic evening slinkiness. Alexander Wang debuted a collection of suppleness, while simultaneously introducing a collaborative collection with Adidas, unifying bondage and sportswear, whilst miraculously resulting in a wave of femininity. Hood by Air reclaimed tour merchandise and incorporated reworked band tees and precise logo placement into the collection. Seemingly disruptive designer, Jeremy Scott relied on the brand’s signature cartoon-like aesthetic, in juxtaposition with a passé atmosphere.

The Victoria Beckham collection fleeted from the brand’s preceding predictable standard, whilst walking floating silhouettes and experimental fabrics in a previously unexplored peculiarity. This shift proved a deviating course for Victoria Beckham and previous collections. Velvet and washed satin dressed the collection built on materials, deconstructed and assembled with ease. Conquering the essence of American design, Michael Kors capitalized on ease for the premiere collection, utilizing tailoring and workmanship in production with satin jersey and silk georgette.

Presently appointed Chief Creative Officer of Diane von Furstenberg, Jonathan Saunders is commencing a new era, DVF after Diane. Saunders revisited the characteristics of the signature wrap dress and selected to include elements and attitudes of the garment, without actually including the physical manifestation of such. A reset for the house, the newly directed collection was sensual in its movement, intriguing in its fluidity and promising in its fidelity to the ethos of DVF. DKNY designers Dao-Yi Chow and Maxwell Osborne delivered a thunderous force of individuality whilst further appealing to the confident DNA of New York.

The 3.1 Phillip Lim collection coyly extroverted romanticized modesty in an intimate manner, apace with considerable Victorian influence. In addition to Lim’s Victorian adaptation, Marc Jacobs channelled the figures and facets of Marie Antoinette and Versailles, interpreted with an unapologetic rebellion. Striking metallics and confectionary pastels painted the vividly theatrical manifestation of Jacobs’ vision. An unleashed, untamed energy took force of Ralph Lauren’s collection, ethnically and eccentrically speaking.

Rising designers among the likes of Rosie Assoulin, and Ryan Roche confirmed their presence with dynamic, confident collections that remained impressionistic. Rosie Assoulin experimented proportionally with dimension and space. In contrast to comparing collections of excess, Ryan Roche stripped a collection entirely bare to its core, in an aesthetically minimalistic, second-skin manner.

With a semblance of revolutionary culture, the New York collections set a tonality of such that one may expect as a spectator to discern a like energy and spirit to follow in the subsequent cities. Internationally united by creativity, it appears now more than ever, a politically, socially and economically verbal platform has risen in which designers will ascend to.

Images from Pinterest and courtesy of press office