Davide Grillo
Grillo Sketch
Grillo look
Behno
Behno Sketch
Behno look
Gilberto Calzolari
Calzolari Sketch
Calzolari look
Teatum Jones
Teatum Jones Sketch
Teatum Jones look
Wrad
Wrad Sketch
Wrad look

Text Matteo Mammoli
@godsavemama

Pelle tinta con rabarbaro e bottiglie di plastica che tagliuzzate si fanno pailettes. Abiti composti da borse di iuta, comprate ai Navigli, e grafite usata come surrogato delle decolorazioni chimiche. Queste alcune delle soluzioni proposte dai giovani designer candidati alla vittoria della seconda edizione di The CNMI Green Carpet Talent Competition, l’evento parte dei Green Carpet Fashion Awards promosso dalla Camera della Moda Italiana. Scopo: definire il valore della sostenibilità nella moda, puntando alla filiera produttiva italiana. Quattordici giudici – tra cui l’attore Hu Bing, il direttore di Vogue UK Edward Enninful, la cantautrice Ellie Goulding – che, il 23 settembre al Teatro alla Scala, in chiusura della settimana della moda donna, sceglieranno tra cinque finalisti il vincitore del Premio Franca Sozzani GCC Award for Best Emerging Designer. Per tutti i cinque finalisti, un programma di supporto da parte di The Bicester Village Shopping by Value Retail e l’aiuto a costruire strategie di marketing, di identità di brand e di distribuzione. Il vincitore presenterà la sua collezione alla fashion week di febbraio.

Per il direttore della Camera della Moda Italiana, Carlo Capasa, «la sfida è trasformare ‘il bello e ben fatto’ dell’abbigliamento Made in Italy, in ‘bello, ben fatto e sostenibile’». Il percorso è iniziato cinque anni fa, quando «abbiamo pubblicato il Manifesto della sostenibilità per la moda Italiana. L’attenzione si concentra sui le sui requisiti eco-tossicologici per gli articoli di abbigliamento, pelletteria, calzature e accessori, per le miscele chimiche e per gli scarichi Industriali. Documenti che serviranno per organizzare le aziende del futuro». Moda sostenibile, è possibile: «La sostenibilità oggi è centrale, tutte le aziende si stanno strutturando sia a livello di sistema sia a livello di competenze interne».

Davide Grillo è uno dei cinque designer finalisti. Classe 1994, spezzino, dall’Istituto di Artigianato della Moda di Parma. «I primi anni di lavoro sono stati i più formativi. Ero da Pinko. Valanghe di lavoro e divertimento, libertà creativa unica. Quando ti trovi a imparare da solo, non hai alternative: o impari o impari». Davide ha ideato un abito ricoperto di piume di seta, tinte al naturale e tagliate al laser. I ricami realizzati a mano dal maestro Pino Grasso, i disegni dipinti a mano con pelle di cipolle, legno e guscio di noce da ReSequins. Per Davide, i designer sono schiacciati da tempistiche impossibili di collezioni enormi che escono serrate in sequenza e dimenticate dieci minuti dopo. «Produzioni eccessive tolgono tempo alla creatività e alla cura delle collezioni, portando a un surplus di capi, con un impoverimento di idee che si riducono ripetitive». Il recupero della tradizione è cruciale, «nella manifattura alcune tecniche stanno andando perdute, c’è una generazione di sarte e ricamatrici che è storica del Made in Italy, ma c’è bisogno di un passaggio di consegne». Davide dichiara di avere «un soft spot» per Gigli e guarda con ammirazione alle creazioni delle sorelle Fontana. Un ricordo: «quando c’è stata la mostra per i quarantacinque anni di moda di Valentino all’Ara Pacis, mi ha incantato un abito, bianco, plissé, ricamato con piccole paillettes in Costa a formare volant che cadevano sulla gonna. Avevo quattordici anni, era la prima volta davanti a un abito di couture».

Shivam Punjya, indiano, direttore creativo di Behno, ha fondato il brand con lo scopo di dedicarsi ai temi della povertà e della salute globale. Esperienze disparate, da quella all’InterContinental Hotels – un conglomerato di hotel di lusso di Londra, a quella alla GreatNonprofits.org – un’organizzazione senza scopo di lucro basata nella Silicon Valley. Studi economico-sociali, un B.A. in Economia Politica Internazionale alla U.C. Berkeley e una laurea in Salute Globale alla Duke University. «Una visione interdisciplinare. Noi lavoriamo con i nostri partner di produzione per ascoltare le loro necessità e per capire come migliorare l’integrazione sociale». Tra le creazioni di Behno, un abito prima decostruito e poi ricostruito con capi inutilizzati, combinati con seta biologica certificata GOTS e nylon rigenerato Econyl, un filato realizzato riciclando reti da pesca e tappeti abbandonati. «I consumatori oggi sono più individualisti che mai, spendono oculatamente il loro denaro», dice Shivam, grato al supporto della famiglia: «siamo in sette. Le mie due madri e i miei due padri. Mio fratello e mia sorella. Lunga storia, ma in breve: la sorella minore di mia madre ha sposato il fratello minore di mio padre, e passiamo tutto il tempo insieme».

Gilberto Calzolari, milanese. Si è diplomato all’accademia delle Belle Arti di Brera, poi esperienze in diverse case. «Da Marni, ho approcciato volumi e tagli giapponesi, addolciti da una vena naif romantico-inglese. Da Alberta Ferretti, ho studiato abiti di chiffon. Da Valentino, mi sono innamorato del glamour femminile. Da Miu Miu, dello stile concettuale di Miuccia Prada. Da Giorgio Armani, la portabilità e il gusto per l’eleganza Made in Italy». L’abito di Gilberto è stato creato con sacchi di caffè in juta usati, originari del Brasile – e acquistati in una bancarella ai Navigli. La fodera fatta con un tessuto d’archivio e cristalli lead free Swarovski Elements. Vivienne Westwood è il riferimento – regina del punk, attivista della green economy.

La Westwood è un modello anche per Catherine Teatum e Rob Jones, che nel 2011 hanno creato Teatum Jones. «Vivienne dimostra come la moda possa insegnare a guardare fuori dal proprio mercato, e può restare messaggio». Le collezioni di Teatum Jones vengono vendute a livello globale nei negozi di lusso del mondo – Liberty, Harvey Nichols, Saks 5th Avenue, Boon The Shop e David Jones. Catherine e Rob hanno creato un abito in poliestere riciclato e lenzing modal – un tessuto derivato dal legno. Foderato in poliestere riciclato, è impreziosito da paillettes tagliate al laser realizzate con bottiglie d’acqua in plastica riciclata.

«Le nostre pagine Instagram e WRÅD nascono dalla necessità di comunicare in modo pro-attivo alla crisi. ‘People care when they know’», dicono i tre cofondatori di Wrad: Matteo Ward, CEO, prima Senior Manager dell’A&F Diversity and Inclusion Council in Abercrombie and Fitch; Victor Santiago, Art Director, fotografo di moda e direttore di casting e Silvia Giovanardi, direttore creativo, laureata in Fashion Design allo IED, e prima Senior Designer di Etro. Hanno realizzato un abito in tessuto di menta, prodotto con cotone organico al cinquanta per cento di viscosa di bambù e cinquanta per cento di cotone biologico certificato GOTS, fabbricato a Pistoia. Particolarità sostenibile, la tintura in grafite riciclata, surrogato dei coloranti chimici. Street è la loro dimensione: «è una manifestazione di questo momento storico che vive una crisi di valori politico-sociali. Siamo a caccia della verità in una post truth society – cosa non facile. C’è necessità di cambiamento – e quelli grandi partono dalla strada. Preoccupa invece l’incapacità del mercato di percepire la qualità dei vestiti che vengono scelti come proprio manifesto». Instagram è stata una tappa fondamentale, che ha permesso a WRAD di «attirare l’attenzione di player grandi. Primo fra tutti Alisea Recycled and Reused Objects Design, azienda vicentina, che ci ha permesso di creare gpwdr technology, un trattamento speciale che recuperando la polvere di grafite scartata dall’industria del tech ci consente di conferire ai nostri tessuti una punta di grigio unica al mondo – WRÅD GREY, riducendo il consumo d’acqua in fase di tintura del novanta per cento. Furono gli antichi Romani a utilizzare questo metodo, poi trasmesso a noi dagli abitanti di Monterosso Calabro che da duemila anni se la tramandano. inspired from our past, recycled for our present, repurposed for our future».