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Pietre dure e pasta di vetro che si intrecciano ai tessuti attraverso metalli ultraleggeri e fili di seta. Giorgio Armani gioca con gli accessori fin dall’inizio della sua carriera, a metà degli anni Settanta: il monile deve adornare senza oscurare chi lo indossa e coniugare la novità dei materiali alla classicità delle linee. Lo stilista lancia la sua prima collezione Alta Gioielleria Giorgio Armani, che completa la linea di prêt-à-porter. Tre i temi a cui si ispira e tre i nomi delle collezioni. 

Milano, centro storico. Tra via Monte di Pietà e via Fatebenefratelli c’è via Borgonuovo. Qui ha luogo la storica sede della Casa. Borgonuovo è il nome della prima collezione di alta gioielleria: accesa da pavé di diamanti e da pietre preziose in sfumature pastello presenta linee semplici con l’unico dettaglio sul logo – la G e la A – che interrompe la continuità delle linee. Petali e fiori, il design si ispira al profumo . La seconda linea della collezione presenta orecchini, anelli, bracciali e collier con dettagli floreali in onice nera e brillanti in un gioco di opposizioni cromatiche. Firmamento – la terza collezione – con falci di luna e stelle in diamanti e oro bianco guarda al cielo, tema ricorrente nell’immaginario e nelle collezioni.


Armani ha scelto Milano. Si susseguono immagini di uomini e di donne, tra passato e attualità, che raccontano la città e i suoi valori. Tra il design, la moda e lo stile, la sintesi è il rigore – prima dell’imprenditorialità, la cultura. Giorgio Armani è tra i sostenitori della Scala. Il loggione possiede un’acustica migliore di platea e palco – a Milano, chi si intende di lirica, scarta i secondi per scelta non per parsimonia. L’accesso al loggione richiede attese che durano tutto il giorno: per un biglietto bisogna prenotarsi al mattino ed essere presenti ai successivi appelli nell’arco della giornata. I loggionisti sono i veri giudici delle rappresentazioni: contestano fischiando le esecuzioni meno che perfette, i mancati do di petto nel ‘Di quella pira‘ de Il Trovatore, e le regie troppo avanguardiste – figlie della commistione col cinema e col teatro contemporaneo – i Pagliacci di Martone del 2011, la Carmen di Emma Dante del 2015 e La Gazza Ladra di Salvatores del 2017. L’anno scorso la stagione scaligera, ben accolta dal loggione, si è aperta con Attila di Verdi diretto da Riccardo Chaily. Quest’anno apre Tosca di Puccini, col baritono Luca Salsi nel ruolo di Scarpia.

La sera della Prima è mondana, connubio tra moda e spettacolo, istituzione borghese. La presenza dei personaggi politici dà origine a proteste fuori dal teatro, un tempo i sessantottini in rivolta contro la borghesia, oggi i centri sociali, in rivolta contro il potere del palco reale. Tappeto rosso e cordoni di polizia in tenuta anti sommossa. Se per le repliche è concesso un abbigliamento formale, la Prima richiede ancora l’abito da sera. Nel 1947, insieme all’amico Giorgio Strehler, Paolo Grassi fonda il Piccolo Teatro di Milano. Vi si alternano Franco Parenti, Mario Feliciani, le regie di Luca Ronconi, la commedia dell’arte e i monologhi sovversivi di Dario Fo e Franca Rame. Il teatro conta oggi tre sale – Grassi, Strehler e Melato. La Sala Grassi si trova nella storica sede di via Rovello, e le sedie della platea sono ancora quelle dure e scomode degli anni Quaranta. Gli spettacoli del Piccolo girano il mondo, portando in proscenio pezzi della cultura milanese. Dal 1972 al 1977 Grassi fu sovrintendente della Scala, dove oggi Roberto Bolle – primo ballerino – porta in scena una natura maschile fatta di forza, grazia, passione, eleganza. Nel centro di Milano, di fianco al Duomo, ha aperto nel 2010 il Museo del Novecento. Nei quadri di Lucio Fontana – squarci di buio nelle monocromie dipinte a spruzzo –, nelle sculture di Boccioni e nelle opere irriverenti di Piero Manzoni si può leggere l’aspetto più virile della storia della cultura di Milano. Se nell’immaginario collettivo l’uomo milanese è un imprenditore, un industriale o un banchiere – basta frequentare per poco tempo la città per capire che si tratta di un uomo intellettuale.

L’immagine di Giorgio Armani è un racconto di conversazioni pacate a tarda sera dopo il teatro, di Via Bagutta e Carla Fracci, di librerie e cronache di economia locale, di editoria. Le giacche dai tessuti morbidi e dai colori sfumati prendono il posto dei rigidi completi maschili. Armani vuole che le donne portino la giacca come gli uomini, restando femminili. La smonta e la rassembra togliendone la struttura, cancella l’imbottitura e la controfodera, cambia la disposizione dei bottoni e la rende simile a una seconda pelle che non nasconde la forma del corpo e la sua sensualità. Il risultato di una vita: la giacca che l’uomo indossa per rafforzare la sua personalità diventa l’indumento per la donna che vuole e può darsi le stesse opportunità di un uomo. Le milanesi benestanti possono farsi sedurre da Rick Owens o dalle stampe di Hermès, ma possiedono un capo Armani. Linda Cantello cura la collezione di cosmesi Armani – è inglese: quando arriva a Milano la colpiscono gli orecchini che indossano le donne. Uno schizzo, sketch in inglese – tecnica di disegno libera ed intuitiva: Linda crea una matita morbida sia per le labbra che per le guance. Le monocromie, gli ecru che si trovano nell’Armani Hotel e nell’Armani Silos – gli Sketcher in tonalità organiche marroni, beige, rosa e prugna. Non c’è distinzione tra il giorno e la sera. Non esistono dress code rigidi. Anche l’idea del rossetto rosso da indossare dopo il tramonto appartiene al passato. Tutto è morbido, pacato, soffuso – ovattato dentro la sala del teatro milanese.

Maria Luisa Frisa, in qualità di direttrice della collana Mode, edita da Marsilio, ha contribuito alla pubblicazione del libro Il sesso radicale di Giusi Ferré, un saggio sulla storia di Armani. Frisa, vuole definire ‘la Milanese’: o stile di una città lo si vede dall’architettura, dal modo in cui la gente vive le strade, dalle donne che la abitano. Equilibri tra luce e colore, di interni borghesi, di première alla Scala e di femminilità consapevoli. Frisa ha creato un moodboard, come quelli che crea quando organizza le mostre: le donne milanesi sono quelle dei ritratti di Leonardo e di Hayez. Nel 1947 Luchino Visconti nota una commessa della pasticceria Galli di Milano: il suo nome è Lucia Bosè. Dopo un concorso di bellezza recita in alcuni film del neorealismo italiano – Non c’è pace tra gli ulivi di Giuseppe de Santis, Cronaca di un amore di Antonioni e La signora senza camelie. Frisa la inserisce nel suo moodboard, vicino ad una pubblicità degli anni Sessanta. Originaria di Stresa, Valentina Cortese è stata diretta da Fellini e da Antonioni, da Strehler. Sul moodboard di Maria Luisa Frisa c’è la sua inquietudine. Paola Pivi, studentessa dell’Accademia di Brera trapiantata in Alaska, ama decontestualizzare: rappresentazioni realistiche di animali appaiono oniriche una volta separate dal loro ambiente naturale. Crea habitat fatti di piume e perle.

Il primo negozio Emporio Armani – seconda linea del brand indirizzata ai giovani – apre i battenti nel 1981 a Milano, zona San Babila: il regno dei paninari. In un clima sociale di edonismo e disimpegno politico, nel quale la moda diventa una via di fuga caratterizzata dall’esibizione di marchi e loghi. Tokyo e Milano hanno più analogie di quanto non si possa pensare: l’estetica disciplinata e un rigore formale. Armani Ginza Tower, architettura di Fuksas. Incarnati di porcellana ma senza l’effetto maschera, che ad Armani non piace. Sulle modelle asiatiche la matita è sfumata, in questo modo l’occhio si apre. I modelli di Armani hanno corpi scolpiti e piedi piantati a terra. La loro camminata in gergo tecnico si chiama power walking. A Milano si cammina così tutti i giorni.


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