Georges Mathieu, ‘Allons voir si la rose’, 1982. Courtesy Pad Paris 2019

Gianni Maimeri nacque nel 1884, una vita a cercare il colore giusto per dipingere. Suo nonno materno era il cofondatore dell’Helvetica, poi Società Italiana Ernesto Breda. Gli avi si spartivano invenzioni: un meccanismo epicicloidale per velocipedi e strumenti di rilevazione geodetica. Il nonno paterno aveva partecipato alle Cinque giornate di Milano. Il padre diresse uno dei più importanti cotonifici lombardi e fu tra i promotori di una delle prime casse mutue per operai. Gianni Maimeri era nato artista in una famiglia di imprenditori che da generazioni collezionava lauree con gli stemmi dei Politecnici europei: era la macchia sulla tavolozza che poteva sancire la fine di una tradizione di inventori o preludere a un cambio di rotta.

A inizio Novecento l’industria aveva preso il posto della produzione artigianale dei colori per le Belle Arti. Poiché olio e pigmento non si legano facilmente tra loro, al prodotto venivano aggiunte cere, resine e altre sostanze esogene per facilitare la coesione, col risultato che Gianni Maimeri trovava sul mercato solo colori impuri, che riteneva inadeguati («È come se oggi un cuoco dovesse cucinare una carbonara avendo a disposizione solo uova, wurstel e formaggio spalmabile», racconta il nipote, che del nonno custodisce l’archivio). Gianni Maimeri chiese aiuto al fratello Carlo, laureato in chimica e dirigente della Carlo Erba: i due si misero a sperimentare con pigmenti e leganti, alla ricerca dell’amalgama migliore – cioè un colore con una formulazione artigianale il più pura possibile, ma replicabile in serie a livello industriale. Nel 1923 le loro ricerche ebbero termine e insieme fondarono la Fratelli Maimeri, alla Barona, nella periferia di Milano: una delle prime fabbriche italiane di colori e vernici per Belle Arti.

Gianni Maimeri era ostile al regime fascista, lontano dalle correnti artistiche in voga – futurismo, avanguardie, Novecento, Corrente – e fu uno dei pochi intellettuali milanesi a combattere contro la chiusura dei Navigli in città, allora ritenuto un intervento di miglioramento urbano e oggi dai più considerato un errore, al punto che molti vorrebbero riaprirli. Fu emarginato dagli ambienti culturali milanesi: pur soffrendo l’esclusione, dipinse liberamente, non condizionato neppure dal mercato. Oggi il suo archivio, conservato all’Industria Maimeri, è fonte di nuove scoperte. Nel 2013-14, a San Pietroburgo e Mosca, un’antologica di sue trecento opere ha sancito l’affermazione internazionale dell’artista, postuma.

Gianni e Carlo Maimeri, 1899; Listino prodotti Maimeri, 1931

Nel 1951, alla morte improvvisa di Gianni, a capo dell’azienda andò il figlio Leone. Otto anni dopo nacque un altro Gianni, chiamato così in onore del nonno, figlio di Leone, oggi a capo dell’azienda. Cresciuto tra vasconi di colori, fusti di pigmenti e caleidoscopi di polveri, anche Gianni Maimeri jr sviluppò la sua personale ossessione per i colori. Come spesso capita ai ragazzi, Maimeri credeva che l’unico modo per sopravvivere alle proprie ossessioni fosse non assecondarle: iniziò gli studi in Scienze politiche e viaggiò molto. «Mi riavvicinai all’azienda in seguito», ricorda oggi Gianni Maimeri jr, «quando capii che il valore aggiunto della Maimeri era il rapporto diretto tra arte e industria». Nel 1996 Gianni creò la Fondazione Maimeri: all’inizio per archiviare a valorizzare la produzione del nonno, passò subito a promuovere l’arte contemporanea in Italia e nel mondo. Nel 2014 l’azienda è entrata nel gruppo Fila, leader nel mondo nel campo del colore e degli strumenti per la creatività nell’infanzia e le Belle Arti. Oggi l’Industria Maimeri, dal 1969 a Bettolino di Mediglia (Milano), produce colori a olio, acrilici e acquerelli di alta linea ed è tra le poche aziende al mondo a produrre colori per il restauro.

Se a scrivere il destino di Gianni Maimeri fosse stato lo scrittore Alberto Savinio, il direttore editoriale della casa editrice Il Saggiatore vestirebbe i panni colorati della dea Iride, personificazione dell’arcobaleno e portatrice dei messaggi funesti: «Mi chiese un appuntamento e mi disse che voleva pubblicare un libro. Per tutta la durata della conversazione pensai si riferisse al libro inedito di mio nonno sui colori. Alla fine mi disse: ‘domani le mando il contratto’. Solo allora capii che volevano fossi io a scriverlo. Ero spaventato, rifiutai», ricorda Maimeri a volume ormai pubblicato. «Stiamo parlando di una casa editrice che ha nella sua collana La teoria dei colori di J.W. Goethe, Interazioni del colore di Josef Albers. Credevo di non poter aggiungere nulla di nuovo. Cambiai idea quando pensai a quello che mi disse lo storico dell’arte Raffaele De Grada: ‘Io per arrivare a notare certe cose ho impiegato anni di ricerca e studio, tu sei arrivato a queste intuizioni istintivamente, come un bambino acquisisce la conoscenza di una lingua’».

Una foto ritrae Maimeri bambino mentre suona il tamburo su un bidone di pigmento rovesciato. «Scrivendo il libro mi sono reso conto che parte di questa mia fortuna personale accomuna tutti gli italiani. Qui, come in pochi altri paesi al mondo, convivono una varietà cromatica ampia in uno spazio ridotto, grazie alla diversificazione paesaggistica e ricchezza artistica: due elementi che arricchiscono la nostra comprensione cromatica del mondo, che si trasmette anche a livello intergenerazionale – oggi che la globalizzazione tende a uniformare. L’ho constatato in una conferenza che ho tenuto in un’Università cinese a studenti di Belle Arti. Ho mostrato loro quattro colori, tra cui il blu e l’arancio, chiedendo quale preferissero. La risposta mi ha spiazzato: più della metà ha scelto il blu, un colore da centinaia di anni molto occidentale, che oggi domina nel mondo virtuale. Un tempo le macchine tedesche avevano colori improponibili per un italiano, dal giallo pisello al verde, oggi non è più così».

Le abitudini e le percezioni cromatiche non cambiano solo in base alla geografia, ma anche al tempo: «Negli anni Sessanta sulle tribune dello stadio di San Siro dominava il grigio, mentre oggi tutti sono vestiti con i colori della squadra. Più che la moda e il costume, tuttavia, sono convinto che i cambiamenti epocali più importanti nella percezione cromatica li facciano le grandi aziende di beni di consumo: si pensi a Starbucks, che per prima ha associato il caffè al verde, o Barilla con le sue rivoluzionarie confezioni di pasta blu, un colore tutt’oggi mai collegato al cibo. Al contrario, Mulino Bianco ha scelto sempre colori aderenti al messaggio e al prodotto. Oggi che si parla molto di riciclo e produzione naturale, le aziende puntano soprattutto su colori e imballaggi grezzi». In ambito architettonico invece, ha spiegato Stefano Boeri a Maimeri, prima si sceglie il materiale e in secondo luogo si fa i conti con il suo colore. Nel mondo orientale il colore è chiamato con il nome dell’elemento con cui lo si trova in natura, come ha raccontato il pittore giapponese e insegnante di disegno Tetsuro Shimizu: il rosso ha il nome di una radice, il nero si potrebbe tradurre come ‘corvo bagnato’.

Boeri e Shimizu sono due dei rappresentanti della cultura umanistica e scientifica che Gianni Maimeri ha incontrato e intervistato per scrivere Il colore perfetto, quel libro che è il resoconto dei suoi dialoghi sul colore declinato nei campi più diversi: dalla cucina, con gli chef Gualtiero Marchesi e Davide Oldani, alla fotografia, con Steve McCurry e Oliviero Toscani, dalle neuroscienze alla psicologia. La maggiore scoperta che Maimeri ha fatto scrivendo questo libro è arrivata però di fronte a una serie di immagini in bianco e nero: «Osservavo Angelo Vanzulli, radiologo milanese di fama internazionale, scorrere le radiografie come fossero frame di cartoni animati, a una velocità elevatissima. Mi ha spiegato che è l’unico modo per cogliere l’elemento distonico, il patologico. Con lui ho capito l’importanza del colpo d’occhio, dell’intuizione istintuale legata anche alla percezione estetica e cromatica, che poi mi è stata confermata dal neurobiologo Lamberto Maffei. Io amo osservare le facciate delle case: andandomene dall’Ospedale Niguarda, dopo l’incontro con il professor Vanzulli, ho fatto delle prove, osservandole prima in modo analitico e poi con un colpo d’occhio, e viceversa. Mi sembra di poter affermare che il colpo d’occhio sia determinante nella selezione di ciò che ci attrae, che si tratti di una facciata, un dipinto o una persona. Mi vien da sorridere per esempio quando mia moglie Silvia cura alcuni dettagli del viso in modo maniacale o pretende che mi accorga che ha cambiato pettinatura: le dico che non lo noto perché è il colpo d’occhio su di lei a lasciarmi incantato». Gianni Maimeri ha cominciato a domandarsi se il colpo d’occhio non dipendesse innanzitutto dal colore, in particolare dal ‘colore perfetto’: «Mi affascinava pensare che il percorso di crescita aziendale, quello avviato da mio nonno e continuato da mio padre, avesse precorso quello che io andavo scoprendo in termini estetici e scientifici durante i miei incontri». Il nonno Gianni voleva produrre il colore puro, cioè senza sostanze leganti estranee, mentre il padre Leone decise di produrre una linea di colori di alta qualità con due caratteristiche: l’elevata concentrazione e la purezza, cioè la presenza di un solo pigmento. «Oggi credo di poter affermare che l’occhio umano sia più attratto dai colori puri, in altre parole che il ‘colore perfetto’ sia quello composto da un solo pigmento e non dall’unione di più pigmenti».

Leone e Gianni Maimeri, 2011

La linea dei colori puri Maimeri è sempre stata quella di maggior pregio nella produzione: dagli 80 diversi pigmenti esistenti si ricavano 80 colori puri, senza mescolare i pigmenti tra loro. Gianni Maimeri ha deciso di orientare tutta la produzione futura in questa direzione, con gamme extrafini di 80 colori: «È una scelta contraria a qualsiasi logica di marketing per due ragioni. La prima è che una gamma larga occupa più spazio in negozio, togliendolo ai concorrenti, la seconda è che nella percezione degli artisti la qualità è legata all’ampiezza di gamma. In realtà mi sono convinto che il colore puro, composto cioè da un solo pigmento, sia il ‘colore perfetto’, il più emozionante. Esistono gamme di nostri concorrenti che hanno anche 250 colori, magari fatti con 30 pigmenti combinati tra loro in modi diversi. Noi abbiamo 80 colori fatti con 80 pigmenti diversi, perché più non ce ne sono: a ogni colore corrisponde un solo pigmento».

Maimeri e il rosso-bordeaux dell’auto del padre. Il blu è quello dell’acqua dell’oceano, che fa penetrare i raggi del sole. Non ama il giallo freddo, il verde freddo, i colori primari, ma soprattutto capisce quanto la percezione di un colore sia legata all’oggetto in questione: «Mi è capitato spesso di scegliere un tessuto di un colore che amavo e trovarmi deluso dall’abito finito. Per non parlare di chi vorrebbe scegliere il colore di un’automobile da un quadratino dal campionario: le dimensioni e le forme cambiano la percezione. In ambito culinario tutto si fa ancora più incerto: per i cuochi con cui ho parlato il colore è un elemento centrale nella realizzazione del piatto, per Wicky Priyan è fondamentale. una caponata di melanzane non è invitante per il suo colore, e sarebbe sbagliato cambiarglielo».

In salotto, Gianni Maimeri ha un dipinto enorme del nonno del 1914 intitolato Il Tabarin: raffigura l’interno fumoso di un locale con clienti e tavolini affollati ai lati e al centro una ballerina solitaria con una gonna verde. La ballerina rappresenta la moglie del pittore, che nei suoi diari scriveva: ‘Colpito dal verde della ballerina. Una cosa viva e verde in un ambiente ambiguo e fumoso’. Quel colore ha sempre calamitato anche la fantasia del nipote, che oggi riconosce in esso il colore perfetto, puro. La risposta che Maimeri cercava era in salotto sopra il divano, si trattava solo di guardare nel punto giusto, di assecondare le proprie ossessioni invece di rifuggirle.


La lavorazione. La qualità del colore – che si tratti di olio, acrilico o acquarello non fa differenza – dipende da tre elementi. Il primo è la qualità delle materie prime, cioè pigmenti di buona qualità e con alta resistenza alla luce. I pigmenti possono essere naturali (prevalentemente terre, come le terre di Siena intorno al Monte Amiata, dalle isole greche, dalla Turchia o dal Medio Oriente) o di sintesi, in tutti i casi in cui quel colore non sia reperibile in natura oppure non abbia resistenza alla luce. I pigmenti di sintesi sono acquistati dalle poche aziende al mondo che li producono. Non si utilizzano più pigmenti di origine animale in voga in passato, come quelli estratti da urina di vacca, cocciniglia o vesciche di seppie. L’altra materia prima utilizzata oltre al pigmento è il medio, che può essere olio di lino, di papavero, di cartamo – cioè oli siccativi –, resine acriliche o gomma arabica nel caso dell’acquarello. Il secondo elemento che determina la qualità del colore è la concentrazione di materie prime e l’assenza di sostanze additive utilizzante come leganti. In terzo luogo la lavorazione, rimasta invariata dal 1923. Essa prevede una prima fase di mescolatura, per permettere una sommaria dispersione del pigmento, da cui il colore esce con una consistenza ancora simile al lucido delle scarpe. Nella seconda fase il colore passa più volte attraverso una raffinatrice a tre cilindri che fanno raggiungere il massimo livello di dispersione del pigmento nel legante. «In questa fase il colore raggiunge una consistenza simile al burro quando viene mantecato», spiega Maimeri, «e la similitudine non è casuale, visto che le macchine che usiamo sono molto simili alle impastatrici della pasticceria e alle raffinatrici del cioccolato». Le uniche differenze con la lavorazione del 1923 sono l’energia elettrica che ha sostituito le cinghie collegate al mulino ad acqua; i cilindri di acciaio al posto degli omologhi in porfido; e la fase di intubettamento ed etichettatura, oggi automatizzata. Ognuna delle otto macchine dell’azienda non produce più di 200-300 chili di colore a settimana. Terminata la produzione di un colore la macchina va smontata e pulita a fondo prima di poter iniziare con il colore successivo. I parecchi milioni di tubetti che escono dalla fabbrica ogni anno vanno ad alimentare i grandi hub Fila nel mondo. Il gruppo italiano Fila è leader nel mondo nel campo del colore e della creatività per l’infanzia (Giotto, Tratto, Das, Didò, Pongo) e dei colori, dei supporti e degli strumenti per le Belle Arti (Canson, Arches, Daler Rowney Lukas, Princeton, Lyra, Strathmore, Ferrario).


La Fondazione Maimeri è nata nel 1996 per volontà di Gianni Maimeri jr per valorizzare l’archivio del nonno Gianni Maimeri. A questo primo filone di attività si è subito affiancata quella di promozione e valorizzazione delle arti contemporanee, con numerose mostre a tema e personali organizzate nel corso dell’anno. La Fondazione promuove attività che mettono in comunicazione il mondo dell’arte e quello del sociale, con attività e mostre organizzate all’interno di Ospedali, tra cui la casa pediatrica del Fatebenefratelli, e carceri. Il Carcere di San Vittore è uno dei luoghi su cui la Fondazione intende puntare in futuro, con il contributo di Fondazione Cariplo e la collaborazione della Triennale di Milano. In occasione delle proiezioni della Prima della Scala in Carcere negli ultimi due anni sono state organizzate due mostre, allestite con i carcerati e il personale penitenziario. «Vorremmo trasformare il Carcere di San Vittore in un luogo permeabile anche ai cittadini, in modo che questi possano portare all’interno del carcere valore ed esempio di buone pratiche e i detenuti possano vedere in modo diverso il proprio futuro», spiega Gianni Maimeri. La Fondazione collabora infine con Università e centri di ricerca in ambito chimico ed estetico-filosofico.


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